Letteratura francese

Schiavo d’amore

Maugham W. Somerset

Descrizione: W. Somerset Maugham non ha mai dovuto dilungarsi troppo a spiegare che cosa fosse il suo secondo e più celebre romanzo, quello che già alla sua uscita, nel 1915, fece di lui uno scrittore immensamente popolare. In diverse occasioni, si limitò infatti a precisare che Schiavo d’amore non era «un’autobiografia, ma un romanzo autobiografico» – e che Philip Carey, pur essendo orfano come lui, medico come lui, e come lui attratto dai lati meno dominabili dell’esistenza, era solo il protagonista di una finzione, e non la controfigura del suo autore. I lettori (allora come oggi) erano quindi liberi di seguire Philip prima durante gli studi a Heidelberg, poi negli anni della bohème parigina, e alla fine per tutto il lungo, tormentoso e distruttivo amore per Mildred, la cameriera reprensibile, perfida e perciò ancor più desiderabile (di cui non a caso Bette Davis è stata la definitiva incarnazione cinematografica) che finirà quasi per ucciderlo. Ma se si può anche fingere di credere a quel diabolico illusionista di Maugham quando sostiene di aver prestato a Philip solo i sentimenti, è legittimo sospettare che poche altre volte, in letteratura, la menzogna romanzesca – anche la più sofisticata e avvincente, come questa – abbia coinciso in modo tanto fedele e tanto necessario con una personale, e quasi feroce, autenticità.

Categoria: Letteratura francese

Editore: Adelphi

Collana: Biblioteca Adelphi

Anno: 2007

ISBN: 9788845921551

Recensito da Ivana Bagnardi

Le Vostre recensioni

“Peccato, che tu abbia perduto due anni a Parigi” disse Hayward.
“Perduto? Guarda il movimento di quel bambino, guarda la trama che il sole disegna per terra attraverso il fogliame, guarda quel cielo… quel cielo non l’avrei mai visto, se non fossi stato a Parigi.”
Parve a Hayward che Philip soffocasse un singhiozzo, e lo guardò stupito.
“Che cos’hai?”.
“Niente. Mi dispiace di essere così maledettamente emotivo, ma per sei mesi ho patito la fame, in fatto di bellezza.”
“Eri un tipo così pratico. E’ molto interessante sentirti dire questo”.
“Al diavolo, non voglio essere interessante” rise Philip.
“Andiamo a prendere uno stupido tè”.

Of Humane bondage, titolo originale del romanzo che Maugham scrisse nel 1915, tradotto in italiano con il titolo Schiavo d’amore, presenta al suo interno numerosi riferimenti alla vita dell’autore, il quale, nella prefazione al romanzo, sottolinea che non si tratta di un’autobiografia, ma di un romanzo autobiografico. Tale sottile, ma importante differenza, permette all’autore di creare un personaggio a lui stesso somigliante, soprattutto nelle vicende che si trova a vivere, ma che riesce a riscattarsi dalle difficoltà e sofferenze della vita, attraverso l’happy end che ogni lettore, anche il più cinico e disincantato, non può fare a meno di apprezzare.

Philip Carey, come Maugham, rimane orfano dei genitori quando è ancora bambino ed è costretto a vivere con lo zio, il reverendo Carey, pastore protestante e vicario di Blackstable, in un paesino in riva al mare non molto distante da Londra.

Il reverendo si mostra subito scontroso e poco affettuoso nei confronti del piccolo Philip, il quale, oltre alla morte dei genitori, deve convivere anche un difetto fisico che gli procura non poca sofferenza: un piede equino.
Philip trascorre la sua infanzia e adolescenza nel collegio di Tercanbury, al fine di prendere un giorno gli Ordini Sacri, subendo le molestie dei compagni e l’aridità di spirito degli insegnanti, sofferenze che lo costringono a chiudersi sempre più in se stesso e a dedicarsi alla lettura come unica via di fuga.
La formazione del giovane Philip passa attraverso numerose vicissitudini: dopo esser riuscito a lasciare il College per recarsi un anno in Germania, decide di trasferirsi a Londra e di dedicarsi alla contabilità, ma si accorge ben presto di non essere tagliato per questo genere di lavoro e così esprime agli zii il suo desiderio di andare a Parigi a studiare pittura. Il reverendo si mostra contrario a tale scelta, ma è la zia ad aiutarlo offrendogli tutti i suoi risparmi per soddisfare il suo sogno.
Philip parte per Parigi e vive nel Quartiere Latino per più di un anno. Inizialmente entusiasta del nuovo ambiente stimolante e bohemien, stringe amicizia con alcuni colleghi pittori dell’atelier in cui svolge le lezioni di pittura e passa con essi lunghe ora liete a parlare di arte e di vita.
Tuttavia si rende conto ben presto di non avere molte speranze nel campo della pittura e, richiamato a Blackstable per la morte della zia, decide di ritornare a Londra e di iscriversi alla Facoltà di Medicina.
E’ a Londra che Philip incontra per la prima volta l’amore e le sue drammatiche conseguenze.
La donna che lo renderà schiavo di un sentimento così forte e travolgente non è altri che una giovane cameriera di nome Mildred:

Philip in lei non trovava nulla di attraente. Era alta e magra, con i fianchi stretti e il petto di un ragazzo. (…) Le labbra sottili erano pallide e la pelle delicata, di un tenue colore verdolino, senza una punta di rosa nemmeno sulle guance. Aveva bei denti. Badava a evitare che il lavoro le sciupasse le mani, che erano piccole, magre e bianche. Svolgeva il suo esercizio con aria annoiata.”

Philip resterà legato per lunghi anni a questa donna, senza mai riuscire a suscitare in lei vero amore, subendo le peggiori umiliazioni che solo un amore non corrisposto può suscitare.”Non sapeva perché l’amasse. Aveva letto delle idealizzazioni che avvengono in amore, ma egli la vedeva esattamente come era: né divertente né intelligente: dotata di una mente volgare e di una furberia altrettanto volgare, che lo disgustava. Nessuna generosità, nessuna dolcezza. Uno scherzo di cattivo genere fatto a una persona in buona fede destava la sua ammirazione; poterla ‘fare’ a qualcuno le dava soddisfazione sempre. Ricordando la pretesa raffinatezza con la quale mangiava, Philip si sentì preso da un brivido selvaggio; Mildred non sopportava i termini grossolani e aveva la passione degli eufemismi nella misura consentitale dal suo vocabolario limitato. In ogni cosa sentiva la sconvenienza; non parlava di pantaloni, ma diceva “la parte inferiore dell’abito”; le sembrava indecente soffiarsi il naso, e quando lo faceva sembrava che chiedesse scusa. Era molto anemica e soffriva di dispepsia. Filippo trovava spiacevole il suo seno piatto e i suoi fianchi troppo stretti e detestava la volgarità della sua pettinatura. Odiava e disprezzava se stesso perché l’amava.

Si sentiva smarrito. Era la stessa sensazione che aveva provato a volte in collegio e ricordava il languore delle membra che somigliava quasi a una paralisi. Come se fosse morto. Provava ora la stessa debolezza. Amava quella donna come non aveva mai amato prima. Non gli importava nulla dei suoi difetti. Comunque, non avevano alcun significato per lui. Gli sembrava come se una forza estranea agisse contro la sua volontà, contro il suo interesse; e nella sua smania di libertà esecrava le catene che lo legavano”.

Philip riuscirà a riprendere in mano le redini della propria vita, non prima di avere il toccato il fondo, ritrovandosi solo e senza soldi in una Londra ostile anche a causa della guerra, dopo che Milidred, con i suoi capricci e i suoi ricatti morali, lo ha ridotto alla povertà più assoluta.

Sarà l’amico Athely, con la sua positività e con l’accoglienza calorosa della sua numerosa famiglia, ad aiutare Philip nel momento più terribile della sua vita, offrendogli ospitalità e un umile lavoro in una grossa ditta di merceria e abbigliamento. Philip è così costretto a ricominciare da capo, a subire la pesantezza di un lavoro faticoso e poco retribuito, fino a quando la morte del vecchio zio gli permette di ricevere in eredità soldi a sufficienza per concludere i propri studi di medicina e riprendere in mano i propri sogni di viaggio e scoperta del mondo. Sarà però l’incontro inaspettato con una nuova donna, completamente diversa da Mildred, a far intravedere in Philip una nuova idea di felicità, fatta di piccole cose, del qui e ora.

Il romanzo, inizialmente criticato, raggiunse il successo grazie al giudizio positivo di un influente critico che paragonò l’opera a una sinfonia di Beethoven. Questa recensione diede al romanzo la spinta di cui aveva bisogno e da quel momento il romanzo non ha mai smesso di essere ristampato.

Maugham utilizza uno stile semplice e un vocabolario poco ampio e tale prosa si mostra anacronistica rispetto al modernismo sperimentale degli scrittori contemporanei come  William FaulknerThomas MannJames Joyce e Virginia Woolf e proprio per questo viene criticato dalla critica del tempo.
E’ tuttavia la scorrevolezza della lettura a rendere il romanzo piacevole e di facile accessibilità da parte del grande pubblico, senza per questo risultare superficiale.
Philip rappresenta l’uomo nella sua formazione morale, spirituale, filosofica e umana. Inizialmente legato alla religione, compie un’evoluzione continua, attraverso una serie di interrogativi sul senso della vita, modificando, attraverso le esperienze che si trova a vivere, il proprio modo di pensare, le proprie credenze, il proprio significato dell’esistenza.
Philip è un uomo in grado di imparare continuamente dalle proprie esperienze, non ha paura di cambiare opinione e di mettere in crisi le proprie convinzioni, anche e soprattutto attraverso l’incontro con gli altri.
Sarà un filosofo un po’ folle (e alcolizzato) a regalargli l’immagine più liberatoria e densa di significato rispetto al senso della vita. Attraverso la metafora del tappeto persiano, Philip riesce a capire che forse non esiste un significato dietro agli avvenimenti che ognuno di noi si trova ad affrontare, se non quella di creare un bel disegno, complesso e intricato come i fili del tappeto.
La felicità non contava, come non contava la sofferenza. L’una e l’altra contribuivano, come ogni dettaglio della vita, all’elaborazione del disegno. Gli sembrò per un attimo di essere al di sopra dei casi della sua esistenza, e sentì che essi non avrebbero più potuto toccarlo come in passato. Qualunque cosa gli accadesse sarebbe stata un motivo in più da aggiungere alla complessità del disegno, e all’avvicinarsi della fine egli avrebbe gioito del compimento di quest’ultimo. Sarebbe stato un’opera d’arte, e non meno bella perché lui soltanto ne conosceva l’esistenza, e perché con la sua morte il disegno avrebbe cessato di esistere.
Philip era felice.”

Il romanzo Schiavo d’amore accompagna il lettore in luoghi già conosciuti, ma non per questo banali. La coerenza narrativa e la facilità di lettura, unite alla narrazione di una “bella storia”, permettono di godere della lettura come solo i grandi classici della letteratura europea sono in grado di fare, dandoci la sensazione, per circa 700 pagine, di essere tornati a casa.

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