Classici

Se questo è un uomo

Levi Primo

Descrizione: Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò "Se questo è un uomo" nel 1947. Einaudi lo accolse nel 1958 nei "Saggi" e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo. Testimonianza sconvolgente sull'inferno dei Lager, libro della dignità e dell'abiezione dell'uomo di fronte allo sterminio di massa, "Se questo è un uomo" è un capolavoro letterario di una misura, di una compostezza già classiche. È un'analisi fondamentale della composizione e della storia del Lager, ovvero dell'umiliazione, dell'offesa, della degradazione dell'uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio.

Categoria: Classici

Editore: Einaudi

Collana: Super ET

Anno: 2014

ISBN: 9788806219352

Trama

Le Vostre recensioni

«… Adesso ciascuno sta grattando attentamente col cucchiaio il fondo della gamella per ricavarne le ultime briciole di zuppa, e ne nasce un tramestio metallico sonoro il quale vuol dire che la giornata è finita. A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto.    

Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più?

Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn». (Primo Levi, Se questo è un uomo)

Se questo è un uomo si inserisce pienamente all’interno di quel clima neorealista che, a partire dagli anni ’30, diede modo agli intellettuali italiani di poter parlare liberamente ed efficacemente della realtà storica a loro coeva.

Inizialmente rifiutato da Einaudi, il diario di Levi vide la luce pubblica per la prima volta nel 1947, presso l’editore  De Silva di Torino. Levi riproporrà in seguito l’opera ad Einaudi che la pubblicherà però solo una decina di anni dopo. Le ragioni di questo rifiuto sono probabilmente da imputare al fatto che la nostra letteratura è sempre stata per così dire «aristocratica» e per questo poco incline ad aprirsi a coloro che non erano scrittori di professione; la tematica trattata e la scelta della forma diaristica contribuirono inoltre ad allontanare inizialmente l’attenzione per l’opera. Primo Levi era infatti un chimico che, senza alcuna velleità letteraria, sentì però l’esigenza di dar conto al mondo della propria esperienza di deportato, prestando la propria voce anche a coloro che non avevano potuto farlo. Oggi Se questo è un uomo è entrato a pieno titolo a far parte della letteratura riconosciuta come tale e resta una delle più grandi testimonianze di prigionia all’interno del campo di sterminio di Auschwitz.

Sono solo di poche settimane fa le pubblicazioni di recenti studi del Museo dell’Olocausto di Washington, che dimostrerebbero come i luoghi di persecuzione e morte, creati dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale ai danni di minoranze etniche, omosessuali, dissidenti politici e soprattutto ebrei, sarebbero addirittura 42.000, per un totale di oltre 20 milioni di vittime. Anche luce di tutto ciò, Se questo è un uomo è da considerarsi un classico che va riscoperto e riletto.

A dispetto di quanto potessero pensare gli intellettuali del tempo, furono proprio gli studi chimici a permettere a Levi non solo di salvarsi all’interno del campo di concentramento ma, in seguito, di poter raccontare con lucidità analitica singoli particolari dell’esperienza vissuta nel lager. Scrittore, saggista, ma anche poeta di straordinaria sensibilità, Primo Levi abbandonò così la carriera di chimico e, terminata la guerra, si dedicò completamente alla scrittura.

Se questo è un uomo prende il titolo da una poesia che Levi sceglie di pubblicare in epigrafe al romanzo stesso. La struttura è ripresa dalla Shemà, atto di fede abraico sull’unicità di Dio, che Levi trasforma però in un ammonimento di portata universale.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e i visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare,
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

A questa segue una breve Prefazione, in cui Levi espone le motivazioni che lo hanno portato a raccontare dell’esperienza del lager.
Accanto alla necessità di utilizzare la scrittura come mezzo per liberarsi da un peso, Levi pone l’attenzione sul tema della memoria perché, se capire è impossibile, ricordare e raccontare diviene tuttavia necessario.
Levi instaura dunque fin dall’inizio un rapporto col lettore che non vuole e non deve essere confidenziale, ma piuttosto attento a far sì che questi comprenda e che ciò che viene raccontato è frutto di un’esperienza realmente vissuta, che non deve in alcun modo ripetersi in futuro.
Segue poi il testo suddiviso in diciassette capitoli, scritti, come dice Levi, «non in successione logica, ma per ordine d’urgenza»; sarà sempre Levi stesso a precisare che gli ultimi capitoli sono in realtà quelli scritti per primi, così da poter fissare immediatamente sulla pagina i ricordi più recenti, per poi ripercorrere a ritroso nella memoria l’esperienza vissuta. Va comunque segnalato che la disposizione finale dei capitoli segue con rigore l’ordine cronologico dei fatti, così da permettere al lettore di avere ben chiara l’esperienza biografica dell’uomo Levi.

Con uno stile semplice ed essenziale, ma non per questo povero nel lessico o nella forma, e non certo scevro da citazioni letterarie coltissime, Levi traccia una parabola completa della vita del lager, con una attenzione al dettaglio che solo una mente scientifica come la sua poteva concepire. Numerosi sono gli inviti che rivolge al lettore, invitato a lasciarsi coinvolgere e a prender parte alla storia, per quanto una completa immedesimazione sia praticamente impossibile. Il mondo al di qua del filo spinato è in effetti un non mondo: il lager, dice Levi, «è una gran macchina per ridurci a bestie»; il lettore moderno può solamente riflettere, ma soprattutto è chiamato a diffondere la memoria, perché solo attraverso di essa è possibile evitare che tali fatti si ripetano. Questo era ciò che maggiormente premeva a Levi, una volta fatto ritorno a casa; la sua era una vera e propria missione.

Molti furono i testi da lui pubblicati sulla vita nel lager; molte le interviste rilasciate. Parte delle risposte che fu chiamato a dare nel corso della vita una volta uscito dal lager furono poi raccolte in una Appendice, aggiunta in una ristampa del volume nel 1976.

Levi comunque non riuscì mai a sentirsi totalmente un «salvato»: chi ha vissuto il campo di concentramento è costretto a convivere con esso e a portarne il peso per il resto della vita. Così infatti egli si esprime in un ulteriore testo poetico:

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba;
«Wstawać»;
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio.
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
«Wstawać».

(Alzarsi, Primo Levi).

Una volta adempiuto all’obbligo morale per eccellenza nei confronti di se stesso e di coloro che dal lager erano stati «sommersi», l’obbligo cioè di raccontare, Levi decise di togliersi la vita, non riuscendo probabilmente più a convivere con il senso di colpa che un’esperienza come quella del lager inevitabilmente lascia nei reduci: la colpa di essere sopravvissuti…

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