Sei la mia vita

Ozpetek Ferzan

Descrizione: Un’auto lascia Roma di primo mattino. Durante tutto il viaggio, l’uomo al volante, un famoso regista, racconta la sua vita a chi gli siede accanto, il suo compagno, che ama di un amore sconfinato ormai da qualche anno. Sullo sfondo, il palazzo dove ogni cosa accade, crocevia di diverse solitudini, ma anche di incontri folgoranti e travolgenti passioni. E, soprattutto, Roma, come nessuno l’ha mai raccontata. Gli anni Ottanta e l’atmosfera di estrema libertà, la comunità gay e le lunghe estati nel segno della trasgressione, il flagello dell’Aids, la solidarietà che cementa grandi amicizie. Con uno stile irresistibile, lieve e toccante al tempo stesso, al suo secondo libro Ferzan Ozpetek, il regista che più di ogni altro sa parlare di sentimenti, ci guida in un viaggio avanti e indietro nel tempo, sospeso tra pianti e risate, fiction e realtà. Il suo è un mondo popolato da personaggi indimenticabili e bizzarri. Trans sul viale del tramonto, ballerini cleptomani, raffi nati intellettuali, inguaribili romantiche, madri degeneri e fi gli devoti. Le loro storie, esilaranti eppure commoventi, compongono “la Storia” di una vita che si annulla in un’altra, come estremo dono d’amore. Al centro, un sentimento assoluto, capace di resistere a qualsiasi prova della vita: l’Amore.

Categoria:

Editore: Mondadori

Collana: Strade blu

Anno: 2015

ISBN: 9788804653011

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Sei la mia vita di Ferzan Ozpetek è una profonda riflessione del regista che qui indossa l’abito dello scrittore in modo naturale, trasfondendo il senso della sceneggiatura in una storia d’amore dalla quale si diramano ricordi (“Perché non andiamo a Venezia, con il primo treno, domani mattina?”) e vicende collaterali (“Vivevo immerso in un mare di storie che chiedevano solo di essere narrate”), nelle quali s’innestano numerosi personaggi.

Il tessuto connettivo della narrazione è un viaggio, che il regista de “Le fate ignoranti” compie con la persona amata. La destinazione è la casa di montagna (“Adesso l’aria pura di montagna ci circonda come un balsamo rigenerante”) ove l’amato ha vissuto da bambino. Durante il viaggio, il compagno è silente e a lui il narratore indirizza il suo racconto nel desiderio ardente di rivelare ogni pagina di un passato che si snoda tra memorie (cit. Simone Signoret: “Non esiste più la nostalgia di una volta”), amori e amicizie, al cospetto di un futuro che aleggia oscuramente nell’abitacolo della vettura.

Scorrono così la solidarietà che nel condominio di via Ostiense (“Quante confessioni, addii, dichiarazioni d’amore e di odio hanno ascoltato le pareti imbiancate a calce della terrazza”) si è instaurata tra inquilini accomunati da esperienze e sorte (“Tra noi, ci chiamiamo le Mummie”), le retrospettive libertarie e naturistiche (“Eravamo come giovani semidei di una civiltà primitiva, splendidi, immortali, e padroni del proprio corpo. Vivevamo allo stato brado, ubbidivamo solo alle leggi universali del piacere”) che nella spiaggia chiamata “Il buco” hanno un teatro naturale, le angosce, le paure e i lutti che l’AIDS seminò negli anni Ottanta (“L’amore che uccide, l’amore che salva… la morte si propagava lungo le stesse vie dell’amore”), le gesta melodrammatiche di una transessuale dal cuore d’oro (Vera, “Una creatura capace di irrompere nelle vite altrui con l’energia di una dea guerriera”), i primi successi nella carriera cinematografica (“Il destino ha tifato per me”), le riflessioni sull’universalità dell’amore e sui pregiudizi che ne ostacolano la libera manifestazione (“Che cosa c’è di più giusto? Perché tutto questo dovrebbe essere negato a chi ha l’unica «colpa» di amare una persona del proprio sesso?”).

In un’opera così concepita non può mancare il colpo di teatro finale, che giunge – presagito da indizi variamente disseminati (“Continuo il mio racconto, perché c’è poco tempo ormai”) – a caricare di tanta umanità gioie e sofferenze di un percorso in saliscendi, delineando una scelta forte e coraggiosa da contrapporre alla tentazione rinunciataria che facilmente può sembrare più allettante di fronte ai duri colpi spesso inferti dalla vita.

Tra frasi d’effetto (“È solo quando riesci a mettere radici in un luogo che puoi davvero andare lontano”), dichiarazioni di principio (“Esistiamo nei ricordi che riusciamo a suscitare negli altri”), intuizioni enunciate a cuore aperto (“È questa la felicità: sentirsi, anima e corpo, in assoluta armonia con l’universo, insieme a chi ami”) e citazioni poetiche (da Pablo Neruda: “Se saprai starmi vicino,/e potremo essere diversi…/Allora sarà amore/E non sarà stato vano aspettarsi tanto”), nell’intensità che sorregge la progressione di una vita ricca di stimoli e di occasioni, “Sei la mia vita” in qualche modo ci riporta implicitamente e vagamente – per assonanza e analogia di temi – alla tragicità delle “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, mentre sullo sfondo si staglia la figura di un grande regista (“Un altro frequentatore abituale della spiaggia era Pietro Tosi, il costumista preferito di Luchino Visconti…”) che rappresenta un mito per Ozpetek.

Bruno Elpis

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