Libri per ragazzi

L’uomo che piantava gli alberi

Giono Jean

Descrizione: Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Jean Giono ha incontrato una personalità indimenticabile: un pastore solitario e tranquillo, di poche parole, che provava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Nonostante la sua semplicità e la totale solitudine nella quale viveva, quest'uomo stava compiendo una grande azione, un'impresa che avrebbe cambiato la faccia della sua terra e la vita delle generazioni future. Una parabola sul rapporto uomo-natura, una storia esemplare che racconta "come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione". Età di lettura: da 10 anni.

Categoria: Libri per ragazzi

Editore: Salani Editore

Collana:

Anno: 2017

ISBN: 9788893811651

Recensito da Laura Monteleone

Le Vostre recensioni

L’uomo che piantava gli alberi

Siamo come gli alberi - Oggi le parole letterarie di Lilly sono dedicate agli alberi, come grande metafora della vita. La sorgente delle parole è il libro di Jean GionoL’uomo che piantava gli alberi. La storia inizia nel 1913, più di un secolo fa, quando il giovane narratore intraprende un’escursione a piedi nell’alta Provenza. A un certo punto si trova senza scorte d’acqua, tra le pietre corrose dal tempo di un villaggio abbandonato e un paesaggio impervio, abitato dal vento aspro e da qualche ciuffo di lavanda selvatica. La fortuna del narratore è quella di incontrare un pastore solitario e silenzioso, che gli offre l’acqua della sua borraccia e che lo ospita per la notte nella sua modesta casa. Il giorno successivo il giovane decide di seguire il pastore nelle sue attività e scopre che quest’uomo pianta ogni giorno 100 ghiande. La curiosità semplice e spontanea riesce a fare breccia nel silenzio del pastore, che rivela il suo progetto. Il pastore, divenuto vedovo, ha deciso di dedicare la sua vita a ripopolare di piante quel luogo desolato facendovi ricrescere una foresta, un albero per volta. Il nome di questo signore è Elzéard Bouffier, ha cinquantacinque anni, ed è già riuscito a piantare in tre anni centomila ghiande. Si aspetta che diano vita a diecimila querce.

Dopo questo primo incontro il narratore deve combattere per anni durante la prima guerra mondiale. Tempo dopo la fine della guerra, si trova a ripensare al pastore che piantava querce e decide di tornare in quei luoghi nella speranza di ritrovarlo, ma col timore che sia morto durante il conflitto. Non era morto. Era anzi in ottima forma aveva cambiato mestiere. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma, in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Perché, mi disse (e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che tutto era scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva che gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione.

Elzéard Bouffier continua a piantare alberi, non solo querce, ma anche faggi e betulle. Nel 1935 la nuova foresta, che le genti dei villaggi vicini pensano cresciuta spontaneamente, viene visitata da una delegazione governativa.... non si fece nulla, tranne l’unica cosa utile: mettere la foresta sotto la tutela dello Stato e proibire che si venisse a farne carbone….

Il nostro narratore però non vuole lasciare che il lavoro di Bouffier rimanga sconosciuto, quindi mette al corrente una persona fidata: un capitano forestale mio amico faceva parte della delegazione. Gli spiegai il mistero. Un giorno della settimana seguente, andammo insieme a cercare Elzéard Bouffier. Lo trovammo in pieno lavoro, a venti chilometri da dove aveva avuto luogo l’ispezione…. mi ricordavo l’aspetto di quelle terre nel 1913, il deserto…. Il lavoro calmo e regolare, l’aria viva d’altura, la frugalità e soprattutto la serenità dell’anima avevano conferito a quel vecchio una salute quasi solenne. Era un atleta di Dio. Mi domandavo quanti altri ettari avrebbe coperto d’alberi.

Il narratore incontra Bouffier per l’ultima volta nel 1945. Alla fine della seconda guerra mondiale, anche quel angolo di mondo sembra differente e il nostro autore stenta a credere di essere nei luoghi che aveva conosciuto nel 1913. Ebbi bisogno del nome di un villaggio per concludere che invece mi trovavo proprio in quella zona un tempo in rovina e desolata…. nel 1913 quella frazione contava tre abitanti. Erano dei selvaggi, si odiavano, vivevano di caccia con le trappole; più o meno erano nello stato fisico e morale degli uomini preistorici. Le ortiche divoravano attorno a loro le case abbandonate….ora tutto era cambiato. L’aria stessa. Invece delle bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza docile carica di odori. …vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino a essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione…..la speranza era dunque tornata. Avevano sgomberato le rovine, abbattuto i muri crollati e ricostruito case…circondate da orti in cui crescevano…verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni. Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare.

Questa storia, raccontata in prima persona e particolarmente toccante, ha dato sempre l’impressione di essere autobiografica. Anche per un certo parallelismo della vita di Giono con quella del narratore.

L’autore però ha svelato in una lettera del 1957 che Elzéard Bouffier è un personaggio di fantasia. L’obiettivo, dichiara Giono, era quello di rendere piacevoli gli alberi, o meglio, rendere piacevole piantare gli alberi. Questo libricino di circa cinquanta pagine, è stato tradotto in una moltitudine di lingue, anche distribuito gratuitamente e divenuto un grande successo. Recentemente è stato realizzato un film d’animazione molto bello, perfettamente aderente al testo scritto. Jean Giono aggiunge, nella lettera del 57, che sebbene questo libro non gli avesse fatto guadagnare nemmeno un centesimo, era stato uno dei testi di cui andava maggiormente fiero.

La delicatezza con cui chiude la sua narrazione ne è testimonianza efficace. Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto di costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio. Elzéard Bouffier è morto serenamente nel 1947, all’ospizio di Banon.

La lezione di Giono è un seme prezioso, gli alberi sono maestri e custodi di vita. Compagni degli uomini e specchi del loro spirito.

Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra
Per parlare al cielo in ascolto
(Tagore “Le lucciole”)

_____________________________________________________

Tra sogni e materia di Paola e Laura Monteleone

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Jean

Giono

Libri dallo stesso autore

Intervista a Giono Jean


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Roma, 25 agosto 1960. È in pieno svolgimento la cerimonia d'apertura della XVII Olimpiade moderna. Davanti ai capi di Stato di tutto il mondo sfilano atleti provenienti dai quattro angoli della Terra, portando con sé speranza, giovinezza, ma anche le delicate questioni di politica internazionale. Negli ambienti dei servizi segreti si diffonde la voce che ci sarà un tentativo di rapimento ai danni del presidente Gronchi da parte di una frangia deviata degli stessi servizi e di un gruppo di attivisti di estrema destra. Unendo la ricostruzione storica alla leggenda e all'invenzione, Colombati tratteggia un affresco d'epoca, nel quale scorre un thriller terribile e incalzante. Tra i protagonisti ci sono personaggi storicamente esistiti, su tutti lo scrittore americano John Fante, che si trova invischiato in una vicenda di spie e controspie. E quelli inventati, ma non meno reali, come Agostino Savio, agente segreto affascinante e ambiguo. O anche Olimpia Meneguzzer, figlia di un crudele maggiore del SIFAR in odore di golpe, adolescente incantatrice, intorno al cui fascino ruotano tutti i protagonisti di questo romanzo.

1960

Colombati Leonardo

Quattro pensionati - un giudice, un avvocato, un pubblico ministero e un boia - ammazzano il tempo inscenando i grandi processi della storia: a Socrate, Gesù, Dreyfus. Ma certo è più divertente quando alla sbarra finisce un imputato in carne e ossa: come Alfredo Traps, rappresentante di commercio, che il fato conduce un giorno alla villetta degli ex uomini di legge. La sua automobile ha avuto una panne lì vicino, ma lui non se ne rammarica, anzi: pregusta già il lato piccante della situazione. Si ritrova invece fra i quattro vegliardi, che gli illustrano il loro passatempo. L'ospite è spiacente: non ha commesso, ahimè, nessun delitto. Come aiutarli? Niente paura, lo rassicurano: "un crimine si finisce sempre per trovarlo". E se la colpa non viene alla luce, la si confeziona su misura: "bisogna confessare, che lo si voglia o no, c'è sempre qualcosa da confessare". Tra grandi abbuffate e abbondanti libagioni, il gioco si fa sempre più pericoloso, finché il piazzista si avvede d'essere non già un tipo banale, mosso solo da meschine aspirazioni di carriera e sesso, bensì un delinquente machiavellico, capace di usare la sua amante come un'arma infallibile contro il superiore cardiopatico.

La panne

Dürrenmatt Friedrich

Le scelte di Erica

Mariel Sandrolini

È convinto di picchiare forte, ma viene steso in due secondi nel cortile della scuola; non va in moto; fa lo sbruffone ma con le ragazze è totalmente imbranato: ecco il sedicenne protagonista di questo libro. Periferia di Torino; mentre gli anni Ottanta volgono al termine, il nostro colleziona lividi esterni e soprattutto interni, eppure continua ostinato a lanciare il suo guanto di sfida alla vita. Del resto bisogna tener duro: non è facile vedersela con suo padre – “Il Capo” – un quasi alcolista che passa tutto il tempo stravaccato sull’amaca, ad affibbiare punizioni da telefilm americano. Ed è snervante vivere accanto alla “Foca Monaca”, la sorella triste e timorata di Dio. Quanto alla madre, è scappata col tizio della stazione di servizio, e ormai si può star certi che «starà passando il tempo a farsi fare il pieno dal benzinaio». Non piange mai, il protagonista di questa storia. Piuttosto stringe i pugni, sbuffa e s’affanna, ripetendo a se stesso di essere il più in gamba, anche se la vita gliele dà ogni giorno di santa ragione; anche se le prende perfino da Chiara, la ragazza di cui s’innamora: bella, sveglia, inaccessibile a sfigati come lui, eppure catturata suo malgrado da questo buffo adolescente scapigliato e spaccone, tenero e brancaleonesco, che s’insinua a forza nella sua vita scatenando irresistibili schermaglie. Il Muro di Berlino che crolla e un divertente gioco di riferimenti pop e telefilmici fanno da sfondo a questo romanzo, un Jack Frusciante da periferia che strappa il sorriso a ogni pagina, illuminato da una scrittura esilarante ma a tratti dolente, insieme cinica e romantica come il suo protagonista, che s’inserisce a buon titolo nella nobile tradizione dei perdenti di talento, come Il giovane Holden o i personaggi di John Fante.

MIA SORELLA E’ UNA FOCA MONACA

Frascella Christian