Il Signore delle Mosche

Golding William

Descrizione: Le emozioni, in questo romanzo, ci sono tutte. Poi ci sono coraggio, dolore e piacere. La protagonista è l'ombra. L'ombra da cui ognuno di noi cerca di fuggire, ma che poi ci prende. Ma cosa fare quando la tua parte nascosta finisce dentro il corpo della persona che ami? Forse, non resta che mollare le cime dal pontile e salpare verso la follia. E qual è la follia? Quella di ritrovarsi all'Inferno senza aver peccato? Oppure affidarsi a un sistema non strutturato per la presa in cura, che si affida alla tecnica, che non approfondisce e non si pone troppe domande? In questo romanzo il tempo sembra scandire la vita, ma il tempo qui non c'è. La vita ha un sapore magico e nella vita c'è qualcosa di più forte di tutte le emozioni e di tutti i sistemi, un amore, qualcosa che va contro la morte. Qualcosa che non muore. Il volume è corredato da esclusivi contenuti extra, spunti e approfondimenti nella cultura contemporanea: film e serie TV, musica, arte, libri, fumetti e graphic novel.

Categoria:

Editore: Mondadori

Collana: Classici Chrysalide

Anno: 2014

Traduttore: Filippo Donini

ISBN: 9788804639718

Recensito da Donatella Perullo

Le Vostre recensioni

Ci sono libri che vanno letti, che non si può ignorare e che sono destinati a lasciare una traccia indelebile dentro di noi, cambiando il nostro modo di vedere alcuni aspetti della vita. Il Signore delle Mosche è uno di questi. Nato con il titolo di Stargers for witing, è il primo romanzo di William Golding, premio Nobel per la letteratura nel 1983, e affronta il tema della cattiveria umana come realtà insita nell’uomo sin dalla sua infanzia.

La trama può sembrare quella di un distopico apocalittico, ma in realtà il romanzo è tutt’altro. È uno studio profondo dell’animo umano e il racconto di come le difficoltà estreme rivelino la parte feroce di chiunque, anche se bambino.

Durante un’ipotetica guerra nucleare una nave, s’inabissa sulle coste di un’isola deserta. Sopravvive al naufragio solo un gruppo di bambini. L’isola è un paradiso isolato da tutto il resto del mondo, ricca di alberi da frutto, acqua e animali da cacciare. In quel luogo i bambini lontani dalle brutture della guerra e svincolati dalle regole imposte dagli adulti, hanno la possibilità di vivere una libertà insperata e cooperare tra loro organizzando una gerarchia equa e proba. I più grandi si dividono le responsabilità e decidono le poche leggi utili a far funzionare il loro microcosmo. Presto però si creano le prime fratture e dissapori che riveleranno il desiderio di dominio di alcuni di loro e la parte più buia dei loro animi. I giovani protagonisti si dimostreranno tutt’altro che innocenti mettendo a nudo gli istinti più infidi e feroci che trasformeranno il paradiso nel più terribile degli inferi.

William Golding scrisse questo romanzo forte delle sue convinzioni sulla presenza del male insito nei bambini. Tornato dal fronte, nel 1945 egli iniziò a insegnare in una scuola elementare, esperienza durata diciassette anni che fortificò la sua opinione. In particolare, agli inizi degli anni cinquanta, fu coinvolto come insegnante in un esperimento che interessava le classi di quarta elementare, le cui conseguenze gli lasciarono un segno profondo e seminarono in lui il germoglio di quello che sarebbe poi divenuto Il Signore delle Mosche.  Gli alunni furono divisi in due gruppi e, sotto la supervisione di un insegnante, invitati a discutere su un argomento su cui avevano diversi punti di vista. Golding prese l’iniziativa di lasciare i suoi alunni risolvere la questione senza conciliatori, ma in sua assenza il dibattito divenne una rissa violenta ed egli fu costretto a far rientro in aula. Anni dopo venne a sapere da un ex alunno, che in quell’occasione era mancato poco perché, addirittura, ci scappasse il morto.

Nacque così il Signore delle mosche che però venne per lungo tempo considerato addirittura ‘robaccia’ dagli editori ai quali fu sottoposto. Solo nel 1954 fu notato da un editor che lo portò alla pubblicazione facendolo diventare il best seller che nel 1959 vendette ben quattordici milioni di copie. Dopo il Signore delle Mosche Golding scrisse molti altri romanzi nessuno dei quali però eguagliò il successo della sua prima fatica letteraria.

William Golding morì nel 1993, per un attacco cardiaco all’età di ottantuno anni.

 

Ho avvicinato Il Signore delle Mosche con circospezione. Ne avevo sentito parlare tanto, ascoltando pareri contrastanti, e nonostante ciò mi sono imbattuta in un romanzo completamente diverso da quello che mi ero aspettata. Il Signore delle Mosche è un romanzo che all’inizio appare moderato, quasi bucolico. I bambini sono sì naufraghi, ma vivono questa esperienza quasi come un gioco e come un tentativo di poter dimostrare che non solo possono vivere senza il controllo degli adulti, ma che riescono a farlo addirittura meglio. Intrecciano amicizie, creano regole, designano un capo e si dividono i compiti più ardui e di fondamentale utilità. Tutto sembra filare liscio, quasi monotono, ma la follia e la malignità sono dietro l’angolo. Così, lentamente, mi sono trovata a transitare dal paradiso fino all’inferno.

La capacità narrativa di Golding è sconvolgente, ma lo è ancor di più la sua abilità nel descrivere la natura umana e il suo lento involversi, degenerare a causa dei più infimi istinti.  Non a caso la scelta del titolo è ricaduta su uno dei molteplici nomi del re degli inferi, egli, infatti, sembra strisciare subdolo tra i naufraghi e trascinarli a sé verso l’oscurità.  Non c’è salvezza per i giovani protagonisti e non è percepita come tale neanche la nave che giunge a recuperarli alla fine del racconto, perché essi non potranno mai fuggire dal buio che li muove, né dalle cicatrici indelebili che ne deturperanno l’animo, per sempre.

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

William

Golding

Libri dallo stesso autore

Intervista a Golding William

Il tema centrale del romanzo è l’amore in tutte le sue varietà: l’amore per una nonna, quello di una madre per un figlio morto, l'amore tra un uomo e una donna....

Maria che danza sulle antenne di un calabrone

Coco Alberto

La vita dispari è la pirotecnica, profonda ed esilarante parabola umana di un ragazzino che vede solo una metà del mondo, destinato a diventare un adulto che vive solo a metà. E se metà fosse meglio di tutto? Paolo Colagrande compie un prodigio, perché in queste pagine – dove Gianni Celati incontra Woody Allen – il godimento vivissimo di una scrittura straordinaria va a braccetto con un'allegria contagiosa. La «vita dispari» è quella che – ridendo di noi stessi – conduciamo tutti noi a qualsiasi età quando tentiamo di indovinare la parte mancante delle cose. Paolo Colagrande è nato a Piacenza nel 1960. Il suo ultimo romanzo è Senti le rane (nottetempo 2015, Premio Campiello Selezione Giuria dei Letterati). Paolo Colagrande è nato a Piacenza nel 1960. Ha pubblicato i romanzi: Fídeg (Alet 2007, Premio Campiello Opera Prima, finalista Premio Viareggio), Kammerspiel (Alet 2008), Dioblú (Rizzoli 2010), Senti le rane (nottetempo 2015, Premio Campiello Selezione Giuria dei Letterati). Quando Buttarelli scompare – e intorno alla sua figura si crea un alone di mistero – non resta che raccogliere, per tentare di fare un po' di chiarezza o forse per aumentare la confusione, la testimonianza del suo amico nullafacente Gualtieri. Ecco che allora si snoda una trama di malintesi e incastri rovinosi, sempre all'insegna del paradosso: la silenziosa guerra con la preside Maribèl, la passione per Eustrella, il fidanzamento simultaneo con otto – otto – compagne di scuola, gli strambi insegnamenti esistenziali impartitigli dal padre putativo, il matrimonio con Ciarma, l'infatuazione per una certa Berengaria. «Buttarelli provava a fare quello che vedeva fare agli altri, con enorme fatica. A volte riusciva a reggere la parte per un tratto breve, ma era come se a un certo punto si ritrovasse nel fitto di un bosco senza piú il sentiero tracciato, e allora era piú prudente tornare indietro»...

La vita dispari

Colagrande Paolo

In un'esclusiva clinica neuropsichiatrica di Los Angeles Maria Wyeth, attrice fallita, ripensa alla sua vita, frammentata in episodi che appaiono ormai distanti e freddi come gli astri nella volta celeste. Dal deserto del Nevada alle colline di Hollywood, da modella a protagonista in film minori: la sua parabola è quella di una stella che non ha mai davvero brillato. Dopo anni di scelte sbagliate e di ferite emotive, Maria ha smesso di provare ogni sentimento e lascia che la vita le passi accanto. Anestetizza il dolore guidando per ore senza meta sulle autostrade della California, navigando nel traffico come nelle acque di un immenso fiume. Nonostante tutto, continua a voler giocare la sua partita forse motivata dall'unica scintilla d'amore che riserva per Kate, la figlia malata che vede di rado. Joan Didion seziona con la sua penna affilata la fauna umana che orbita intorno a Hollywood, che sfodera sorrisi e false promesse in infiniti cocktail party, che teme il fallimento come una malattia infettiva, pronta a tutto pur di riempire il vuoto che la assedia. Romanzo dalla lingua essenziale e spietata, "Prendila così" fotografa gli aspetti più vacui e autodistruttivi della società americana, raccontando quanto sia doloroso vivere e quanto più facile semplicemente esistere.

Prendila così

Didion Joan

C'era una volta la Provincia italiana ricca, felice e molto produttiva. Che commerciava con l'estero, dava del tu ai colossi oltre confine con l'orgoglio di una identità, prima che nazionale, comunale. C'era un tempo in cui anche gli stupidi facevano soldi, in un paese dove il PIL cresceva di due cifre l'anno. Dove i soldi guadagnati con allegria, spensieratezza e persine cafonaggine venivano ben esibiti in beni di lusso. Poi arrivarono i guru della globalizzazione a dire che si doveva cambiare, ad andare in televisione a sponsorizzare mercati stellari in Cina e a sostenere che il vecchio modello, quello dove si stava bene, andava male. Questa è "la storia della mia gente", non solo degli "stracciaroli di Prato", ma di una provincia felice e intelligente, sacrificata alla globalizzazione.

Storia della mia gente

Nesi Edoardo