Poesia

Sindrome del distacco e tregua – parte terza

Cucchi Maurizio

Descrizione: «Accanto all'affabilità e alla pastosità porosa del mondo com'è, si accentua in questa nuova raccolta di Maurizio Cucchi un predicato di frugalità: abito mentale dell'io, ma soprattutto medium per umanizzare la realtà...

Categoria: Poesia

Editore: Mondadori

Collana: Lo specchio

Anno: 2019

ISBN: 9788804710394

Recensito da Jacopo Ricciardi

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 Sindrome del distacco e tregua – parte terza

  1. L’equazione.

Nel libro Sindrome del distacco e tregua Maurizio Cucchi rende visibili sia il poeta creatore che la persona che si nasconde dietro di esso e da cui il poeta prende ispirazione e crea. In Cucchi lo sguardo del poeta è rivolto alla realtà quotidiana della persona, solo che a differenza di altri poeti della sua generazione fugge dal chiaro contorno biografico, volendo trovare un’oggettività di situazione e di condizione che cattura la persona e paralizza la biografia, in cui lo scorrere del tempo, pur mantenendo il suo tradizionale ordine di passato presente futuro, si dilata fino a specificarsi nei suoi particolari minimi, così lenti da portarsi fin quasi a una paralisi. Cucchi, dalla prima raccolta, ‘Il disperso’, ha colto la realtà esterna del mondo rallentata nei suoi particolari, per metterli a fuoco. Egli mai ha voluto attardarsi nell’interno della biografia, ma piuttosto immergersi nell’esterno dove abita una biografia. E in questo ultimo libro trova un luogo dove un ampio itinerario d’indagine è permesso che sviluppa notevolmentequegli elenchi paralizzanti di cose minime del primo libro di ben quarant’anni prima.

Non è un unicum questo far apparire testualmente sia poeta che persona, gli altri poeti della sua generazione lo hanno applicato, ma certo lo è rivolgere l’attenzione poetica al luogo che intrappola la persona e la sua biografia pur dandole ossigeno e libertà di movimento. Questo luogo è ‘remoto’ e i suoi passaggi sono ‘ruvidi’, a tal punto concreti e tangibili da essere poetici.

Quindi Cucchi ci accompagna con la sua persona come un Virgilio e ci colpisce con il lampo schiarente della poesia come se fosse Dante. Dante e Virgilio portano con loro il lettore, ma qui il poeta e la persona sono indissolubilmente legati e distanti tra loro. Dante immagina se stesso in viaggio, mentre Cucchi scende dall’immaginazione per restare nella realtà. Se Dante racconta, Cucchi formula. Se la realtà ha una sua invenzione Cucchi vuole giungere in quel luogo di essa dove si apre un itinerario che la percorre. Quell’itinerario ha i segni di un essere biografico capace di essere sia persona che poeta. Nella penultima poesia del libro Cucchi dice: ‘Avrebbe voluto esprimere, saperlo/fare, il suo sentimento dell’esserci.’ riferito a un senzatetto. Nell’ultima strofa della stessa poesia Cucchi si sovrappone a una persona che guarda da un balcone, e quella persona è sia un’altra rispetto a Cucchi sia la persona-Cucchi sia il poeta-Cucchi. Quindi Cucchi è una persona come tutti ma è anche poeta, e il poeta non va a modificare la realtà della persona, ma soltanto a creare, scrivere, attraverso la ‘lente’ della persona, il suo occhio. Il poeta non è un alimentatore della persona come può essere in William Blake o in Arthur Rimbaud, ma un osservatore clinico che perde ogni propria ideologia, per esempio di sguardo trasformativo. Nella penultima poesia della terza sezione ‘Minuta gocciola’ Cucchi dice: ‘…Si increspa/soltanto un minimo lo specchio [specchio d’acqua di un laghetto cittadino]/e la mia lente poco dopo esplode’. Qui il poeta delinea niente più di quello che accade a un iride partecipe del paesaggio che sta fissando, senza interpretazioni ulteriori, soltanto perché esiste quel rapporto di dipendenza tra paesaggio e iride, l’uno non può esistere senza l’altro. La persona è il filtro del luogo.

In questo libro non si cerca l’identità di Maurizio Cucchi, bensì come si manifesta il suo essere concreto di persona.

La sua biografia funziona nel luogo ‘remoto’ della realtà per gradi di concretezza, cosicché il poeta non deve fare altro che trasportare al lettore quella concretezza. Interessante è come questa concretezza della persona Maurizio Cucchi annunci il materiale poetico nella terza e quarta sezione per poi dover materializzarsi più volte nella quinta sezione, e ancora per far emergere dalla sesta sezione ‘Chiave di volta’ una materia che ha in sé risolta la concretezza della persona Maurizio Cucchi, come se il poeta avesse digerito la persona e si liberasse da essa.

Ecco apparire una dinamica che mette la persona e il poeta uno davanti all’altro, muovendosi uno verso l’altro dall’inizio del libro, incrociandosi alla quinta sezione, e di nuovo uno davanti all’altro allontananadosi in posizione opposta. Il libro procede mentre il poeta guarda il dato personale specificarsi in Maurizio Cucchi, per poi interrompersi quando trova il dato individuale, ossia quell’elemento biografico che è chiuso in lui, e che non è più aperto al luogo ‘remoto’ e ‘ruvido’.

Il libro è diviso in due, prima della quinta sezione e dopo la quinta sezione. Se la prima parte si apre con una citazione di Caproni la seconda parte si apre con una citazione di Baudelaire ‘“foreste di simboli”’. Caproni citato in quanto frammento di verso ripetuto savrappensiero, mentre il frammento di verso di Baudelaire è citato in quanto riferimento riflessivo. Da una parte l’individuo di Caproni si confronta con la persona di Cucchi, dall’altra il poeta Cucchi si confronta ritrovando sul suo cammino un’espressione che ha centocinquant’anni. Cucchi sembra dirci che ilsuo essere poeta non è lontano da quell’essere poeta di tanto tempo fa.

Quindi le persone sono legate, persona e individuo sono legate e la persona discende dall’individuo, e la condizione di poeta rimane stabile nei secoli.

Quindi se il poeta è da sempre un’anima, questa da sempre si adatta a differenti interlocutori, questi potrebbero essere corpi di quell’anima, interlocutori che sono uomo o individuo o persona, o testo stesso, o nulla, o altro ancora, specificati con perizia nei migliori poeti. ‘Come ‘foreste di simboli’ ai più sconosciute’ descrive bene l’indefinitezza della carne della poesia, che dietro nasconde il luogo ‘dove, il nostro evento, mirabilmente si riproduce a nostra insaputa.’, siamo all’inizio e alla fine delle sesta sezione.

Nella settima sezione ‘Babazouk’ il dato concreto della persona, più si fissa nel luogo più si perde poeticamente nei confini che lo circondano. Poche strade di Nizza, vissute dal visitatore che è proprio Maurizio Cucchi, sono inglobate e sospese nella poesia, ed anzi l’indefinitezza della poesia vi penetra fino a moltiplicare e a perdere i confini di quei particolari, nomi su targhe che danno su brevi ricordi di biografie, parziali rimandi ad altri fatti e nomi, altri contesti. Eppure tutto è concreto nell’amplificazione del poeta che, trascinato fin lì dalla persona, vive e filtra quei particolari, fino a che la persona non viva il trauma dell’indefinitezza della poesia, appunto quella ‘Madonna del tombino’ di cui già si è detto: trauma gentile, accettato come parte della propria persona che è anche poeta. ‘[…]La pioggia/forse, o la sorte comune del bello/venuto dal basso, da povere mani/sapienti ormai sciolto, […]’ definisce bene la poesia come combinazione di persona e poeta che si influenzano a vicenda creando l’accettazione della realtà.

3 – fine

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Jacopo Ricciardi, Tre finestre, acrilico su tavola, 2016

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