Classici

Sindrome del distacco e tregua

Cucchi Maurizio

Descrizione: «Accanto all'affabilità e alla pastosità porosa del mondo com'è, si accentua in questa nuova raccolta di Maurizio Cucchi un predicato di frugalità: abito mentale dell'io, ma soprattutto medium per umanizzare la realtà. "Sindrome del distacco e tregua" si suddivide in otto parti, prive di trama lineare, ove conta "l'insistere virtuale sulla scena, / la rapsodia sparsa e sempre minuziosa / delle circostanze". Emblema di poetica implicita, tale sigla rimanda a una compattezza intonativa e di sguardo che si avvale - più che in passato - di modalità davvero sperimentali di scrittura e d'espressione: alla polifonia e drammaturgia metrico-prosodiche di cui Cucchi è maestro si aggiungono qui stacchi in prosa tutti funzionali, oltre a due fotografie pienamente empatiche a un libro magnifico, struggente, necessario. Cronotopo è l'atlante (fisico e interiore), che permette di trascorrere dall'ucraina Pryp'jat' (a tre km da Cernobyl') a una Nizza amata e frequentata e alla natìa Milano, messa in emblema dalla centralità del Cenacolo di Leonardo fino ai margini delle sue banlieue, ripercorse attraverso la memoria viva di un libro in prosa per Cucchi fondamentale come "La traversata di Milano" (2007): omaggio ai mèntori della sua formazione, Sereni e Raboni. Il tempo di "Sindrome del distacco e tregua" è invece quello vertiginoso che salda insieme le epoche, dalla preistoria al Quattro e Seicento, fino ai brucianti fotogrammi del presente. Così può librarsi, questo Cucchi ispiratissimo, nella meraviglia aperta di una frugale quotidianità anonima». (Alberto Bertoni)

Categoria: Classici

Editore: Mondadori

Collana: Lo specchio

Anno: 2019

ISBN: 9788804710394

Recensito da Jacopo Ricciardi

Le Vostre recensioni

Sindrome del distacco e tregua

  1. Il confronto.

L’ultimo libro di Maurizio Cucchi, classe 1945, s’intitola Sindrome del distacco e tregua (2019). Due parole ‘emblematiche’ ci guidano attraverso le otto sezioni del libro, ripetute, o insieme o separate: ‘remoto’ e ‘ruvido’.

Cucchi affronta la realtà che ci circonda trovando rifugio in una zona ‘remota’ di questa. Il libro scava mano a mano in un luogo di verità soggettiva, vera o non vera che sia, dando al lettore la possibile indicazione di un luogo salvifico, che può essere collettivo come somma di diverse soggettività, non ultraterreno ma bensì reale. Cucchi è a tal punto convinto della sua posizione che traccia in una poesia la sua poetica: ‘Se un tempo il dettaglio/era parte di una storia, di una più ampia narrazione/poi l’orizzonte è mutato/e il dettaglio è ormai la storia stessa,(…)’.

Cucchi ci vuole suggerire che la grande narrazione è un’ideologia che è finita, che il poeta non ha davanti a sé il grandeggiare delle proprie idee, o anche l’autorevolezza di una forma predefinita che egli deve onorare, ma che il suo spazio, avendo perduto ogni magniloquenza ideologica, come anche ogni ingigantimento delle cose attraverso la lente della mente, è proprio quello di un errare senza meta al confine del reale per finire di abitarne lo spessore e crearne così una storia di piccoli riferimenti che allocano il poeta in un limite vissuto, corrispondente esattamente alla persona Maurizio Cucchi, e potenzialmente al vivente di ognuno. Ecco perché i versi precedentemente citati terminano con: ‘[il dettaglio è] l’intera narrazione, dove il concreto/minimo si sporge verso l’alto’. L’’alto’ di cui parla il poeta non è trascendente, ma all’opposto fatto della stessa realtà del nostro mondo che si mostra rilevante in alcuni suoi momenti, come particelle d’oro rimaste nel setaccio che le ha separate dalla rena del fiume. Ma l’oro di Cucchi è prezioso in quanto lui stesso lo determina in una soggettività del poeta che si regge sul piacere in sé inspiegato del quotidiano vissuto dalla persona Maurizio. Accade questo fatto curioso, che al piacere della persona corrisponda la soggettività colmata del poeta che ferma nella scrittura un oro personale che trasferisce al lettore: sono legate indissolubilmente, persona trascorrente e soggettività vivente, e tutte e due ben visibili nell’arco dell’opera scritta.

Nella quinta sezione è messa in campo sulla pagina questa doppia essenza che forma un’unità. Si compone di un’alternanza di prose e di poesie in corsivo. La prosa descrive il contesto dell’itinerario della persona, mentre le poesie ne sublimano il momento, ossia l’attimo durevole in cui la soggettività si colma del luogo poetico e deve esprimersi.

Emblematico (‘emblema’ è un’altra parola fondamentale del libro) è il costruirsi della sezione per allontanamenti successivi: Cucchi parte da un concetto, quello della ‘frugalità’, consono a una condizione di vissuto senza l’arricchimento di ideologie sensoriali, da lì il primo scarto in avanti crea un personaggio che vive la frugalità (la poesia in corsivo sembra avere qui la necessità di vitalizzare il concetto, e il personaggio, ponendolo in una tappa di realtà). Prende vita l’ambiente da quel centro frugale fino a provocare una presa di coscienza del poeta della nostra realtà sociale che attacca la frugalità con la ‘(…) sacra idiozia della moneta’ per finire nel concepirsi da quel personaggio: ‘mi basta, minimale e individuo/come sono, la più modesta/resilienza del soggetto’. Ed ecco il secondo scarto che cita diverse scene di film ponendo l’attenzione al luogo di un’abitazione che Cucchi capisce frugale perché creata nell’economia creativa del regista. Poi un ulteriore scarto in avanti verso ricordi di luoghi della periferia di Milano, riportati in luce dal percorso precedente, luoghi esterni, minimi, vissuti soprattutto nel momento in cui si fermano nel tempo di una prosa e nella definizione di certe parole e non d’altro, nell’economia di una descrizione divenuta necessaria. Questi luoghi vuoti, senza personaggio, sono abitati dall’’essere stato’ della persona Cucchi insieme al poeta Cucchi, e per questo motivo riemergono adesso. L’ultimo scarto in avanti il poeta lo fa citando un luogo dove egli crede di vedere qualcosa che non è, confondendosi ‘E si specchiava nell’acqua, quella… villa (?!) (…) Ho pensato: ‘Deve essere una sciostra.’ Forse mi è solo piaciuto immaginarlo, inventarlo.’ inizia un’indagine attraverso il significato della parola dialettale milanese ‘sciostra’, della sua radice, che diventa una poesia dove l’immaginazione del poeta crea sfuggendo alla ragione e seguendo il suo bisogno o il suo ‘sogno’ che Cucchi definisce esoticamente in francese ‘rêverie’ ma prima corregge con la parola ‘ordinaria’, ossia una fuga della realtà nella realtà, che non si ribalta mai nell’ideologia della finzione falsa, in un altrove, ma invece in una lontananza della realtà che resta realtà. Nessun falso fantastico insomma, ma sempre quotidianamente digerito nella stessa realtà, anche se vissuta allontanandosi da essa.

Potrebbe pensare il lettore a un viaggio, ma la fine del libro trancia questa speranza (la speranza è un’altra ideologia per Cucchi).

L’ultima sezione si intitola ‘Un idiota sociale’. La poesia seguente a quella dove compaiono i versi citati all’inizio rinforza la convinzione che non c’è spazio per qualcosa di più grande del ‘dettaglio’. Cucchi inventa un guardiamarina (viaggiatore quindi) che scrive un’opera ‘Moltitudini moltitudini’ che definisce opprimente e che risulta sfocata al suo occhio per miopia. Ora l’ironia che nel testo si respira è quasi da irrisione, ne è un esempio il titolo eccessivamente evocativo. Cucchi dice che è il suo occhio a non riuscire a mettere a fuoco, ma si capisce che pone un ultimatum, ossia: chi si occupa del ‘dettaglio’ non può vedere o accettare o capire ciò che pretende di essere più grande di questo. Cucchi mi pare asserisca in questo modo che ciò che pretende una rappresentazione più grande del dettaglio e così destinata a un viaggio reale (epico?) è nella nostra contemporaneità inattuale. In questo punto dell’ultima sezione del libro si crea uno squarcio, un baratro: le quattro ultime poesie fanno ricadere il ricordo di un particolare (un balcone) di un luogo in una situazione privata della persona e del poeta Maurizio Cucchi, come se la biografia al suo stadio più profondo fosse un muro invalicabile e il motivo per cui è vietato il viaggio (intraprendendolo un poeta peccherebbe di un’ideologia che tradirebbe la realtà tanto amata ed essenziale per il nostro poeta). Si deve stare nella realtà e trovare nel ‘ruvido’ dettaglio un luogo ‘remoto’ dove si distingue il proprio esserci tra le cose. Il libro finisce quindi e si torna indietro all’esatta purezza delle digressioni della realtà che ci portano con sé. E la fine è un’amarezza: ‘Verso la fine o poco prima (…) « …ero così contento… »’, ma il libro è un oggetto fatto per ritornare su se stesso offrendo la sua ‘tregua’ al lettore e forse anche al poeta.

La contemporaneità di Cucchi è quella di una realtà che è ‘cosa’ tra le ‘cose’, e che implica una polarità che mette dall’altro lato la persona e il poeta. Questo implica che persona e poeta abbiano con questa ‘cosità’ della realtà un rapporto indicatorio, ossia che loro la indicano, o indicano altre cose in essa. Cucchi si allontana dalla realtà nella realtà utilizzando un particolare di essa come un indizio per altri particolari di essa, in un itinerario che ad ogni sezione è interrotto parzialmente perché sfugge nella successiva sezione e che nell’ultima rimbalza indietro non potendo proseguire.

Il tempo della realtà che utilizza Maurizio Cucchi è sempre a posteriori, ossia la realtà è stata e quindi è, e nel procedere di questo essere si ritorna a quell’essere stato senza mai raggiungerlo, proprio perché è stato e non è. L’ispirazione della prima poesia dell’ultima sezione che inizia ‘Sono tornato principiante’ è appunto un definirsi in contatto con qualcosa di ulteriore come ‘un’apertura a un possibile futuro’ ma che appunto essendo definito si scontra con il muro di averlo indicato, in quanto ‘principiante’ e in quanto ‘futuro’. Cucchi in questo modo determina l’inizio della barriera che alla fine della sezione del libro lo rimanderà indietro insieme al lettore.

Il futuro resta un muro perché il ‘presente sorride’ e non agisce. Il poeta gode di questo sorriso, gli basta, e lo spazio indica lì, minimo, un passaggio verso un viaggio troncato che può rialimentarsi del suo passato. Altri libri nasceranno dal passato della realtà che concretamente possiede la persona e il poeta Cucchi.

Ma se Cucchi continua a scrivere dal passato cercando un presente restando separato dal futuro – adottano questa posizione la maggior parte dei giovani poeti -, esiste all’opposto una poesia capace di vivere nel testo prima che nella realtà, influenzando questa dal libro. In questo modo quel presente di cui egli parla viaggia verso il futuro avendo assorbito in sé il passato.

Interessante a proposito di questi temi la citazione non manifesta a Caproni nei versi della quinta poesia della prima sezione ‘Improvvisa adesione’ che recita: ‘Amore mio – mi ripetevo – nei vapori/d’un bar e intanto mi immaginavo/(…)/abbandonato e perso’. È curioso come con questa poesia si crei una cesura netta, un baratro con le prime quattro poesie (situazione speculare con le ultime quattro poesie del libro di cui abbiamo scritto prima) che dà al libro l’individuazione poetica del primo confine della realtà che diventerà luogo visitabile e prima lontananza.

Cucchi vuole qui manifestare come il luogo della poesia sia senza tempo e che il non-luogo che crea la nebbia in Caproni possa immediatamente, dopo decine di anni, chiamare in continuità l’indagine ulteriore di un altro poeta, in questo caso Cucchi, con un allontanamento progressivo della realtà nella realtà. Questo punto è capitale perché non è evidente che il combaciare tra i due poeti, o il travaso per contatto, avvenga perfettamente, poiché il non-luogo di Caproni è metafisico, quindi assoluto nella conpresenza di ogni direzione e nella perdita di riferimenti certi, mentre in Cucchi appunto accade l’opposto, tutto è realtà, e la lontananza della realtà non è contigua alla perdita di orizzonti in Caproni (questa condizione senza orizzonti diventerà addirittura nell’ultima raccolta ‘dono’) come essenza dell’individuo.

In Cucchi c’è la persona in azione, che trascina il poeta. In Caproni agisce l’individuo che ha in sé la persona, ma ciò che conta è l’universalità dell’individuo rispetto alla precisazione (al dettaglio) della persona. Cucchi cerca con i versi centrali della poesia dove cita Caproni di universalizzare la persona ‘(…) ormai centrifugato e solo/nel vuoto aereo del mondo abbandonato/popolatissimo di insetti (…)’, cerca di universalizzare il se stesso che è al contempo persona e poeta. Cucchi cerca con questo stratagemma di passare da un dato filosofico e astratto (ideologico) dell’individuo a un dato concreto della persona, persona e poeta che cercano il dato concreto che apre la realtà a una prima lontananza: nella poesia seguente egli tratta della persona come un dato animale, e da lì riparte per una costruzione aideologica della realtà che crea un’‘(…)improvvisa adesione. Non totale/adesione, ma quasi.’.

L’indagine di Cucchi nella seconda sezione ‘Il penitente di Pryp’jat’ si svolge sul vissuto della persona poeta che elabora attraverso una foto del fotografo Igor Kostin la tragedia nucleare di Cernobyl. Cucchi intraprende un itinerario che lo porta a cercare di avvicinarsi a un fatto memorabile del passato collettivo di un paese e che riguarda da vicino anche l’Italia, partendo dal dato concreto di un’immagine, immagine di una realtà che viene estratta dalla dimensione personale della persona e del poeta che trovano una continua sovrapposizione. Cucchi nell’ultima poesia di questa sezione precisa ‘L’epilogo quale che sia non conta. (…)’ e poi ‘Conta/l’insistere virtuale sulla scena’. Anche l’invenzione del poeta è ideologia non ammessa. Conta solo l’adesione al dato concreto, e sarà questa adesione portata con tutta la realtà possibile e necessaria a offrire lo spiraglio di una mancanza, di una impossibilità di completare l’adesione che sarà il negativo di un’invenzione, ossia il crearsi di una lacuna che fa passare la poesia nella misurazione della realtà. Ecco perché Cucchi nella poesia dove cita il frammento di verso di Caproni dice di ripetere (‘mi ripetevo’) quel verso, proprio per far traslare il dato universale dell’individuo nel campo del concreto della realtà della persona e così tenere il poeta con le briglie tirate, senza bisogno che inventi.

Il libro è perfettamente scritto, il linguaggio controllatissimo, mai si avrà la sensazione di trovarsi davanti a parole trattate in maniera didascalica come può capitare con altri poeti. Lo spostamento interno di ogni sezione è minuzioso, mai allungato o ristretto, vivace per quanto sia piano il discorso, sempre teso all’approfondimento equilibrato. Il tessuto inventivo è pieno di rimandi e ad ogni lettura si mostra sempre più, tra poesia e poesia, ravvicinate o distanti. Non si sente fatica in nessuna delle parti né microscopiche, né macroscopiche. Il racconto è denso e si addensa e non è mai freddo o attaccato a un dato sostituibile della realtà. Il testo si esprime con pienezza e con buona dose di avventura. Difficile leggere libri di altri poeti italiani altrettanto a fuoco. È una vera delizia leggerlo.

Jacopo Ricciardi

1- continua

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Maurizio Cucchi – Poeta italiano (n. Milano 1945). Fin dall’esordio (Il disperso, 1976) ha ottenuto lusinghieri riconoscimenti, variamente confermati per ognuna delle successive raccolte: Le meraviglie dell’acqua (1980); Glenn (1982); Donna del gioco (1987); Poesia della fonte (1993); Il disperso (1994); L’ultimo viaggio di Glenn (1999). La sua poesia si riallaccia alla più recente tradizione lombarda (Sereni, Erba, Raboni), praticando la riduzione prosastica del linguaggio a sostegno di un paradossale realismo onirico, che costituisce la sua inconfondibile sigla. Della produzione successiva occorre citare Il viaggiatore di città (2002); Per un secondo o un secolo (2003); Il male è nelle cose (2005), che rappresenta la sua prima opera narrativa, cui ha fatto seguito nel 2007 La traversata di Milano; Come una nave e Jeanne d’Arc e il suo doppio, entrambe del 2008,Vite pulviscolari (2009) e Malaspina (2013), che segnano il ritorno dell’autore alla poesia. Nel 2016 la raccolta integrale della sua produzione poetica è stata edita sotto il titolo Poesie 1963-2015, mentre è del 2017 l’antologia Paradossalmente e con affanno.

Jacopo Ricciardi è nato nel 1976 a Roma dove vive e lavora. Ha diretto la collana di letteratura e arte Libri Scheiwiller – PlayOn. Tra i suoi libri di poesia, Ataraxia (Manni, 2000), Poesie della non morte (Scheiwiller, 2003), Plastico (Il Melangolo, 2006), Sonetti reali (2016). Pubblica due romanzi Will (Campanotto,1997) e Amsterdam (PlayOn, 2008), e un testo dialogato Quinto pensiero (Il Melangolo, 2015). Suoi versi sono apparsi nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004) e sull’Almanacco dello specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Come pittore ha tenuto mostre in tutta Italia. la sua ultima opera letteraria è Quarantanove giorni.

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