Giallo - thriller - noir

Soledad

De Giovanni Maurizio

Descrizione: 1939. L’Italia si prepara a vivere l’ultimo Natale di pace, ma un omicidio squassa il ventre della città.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore: Einaudi

Collana: Einaudi. Stile libero big

Anno: 2023

ISBN: 9788806255190

Recensito da Redazione i-LIBRI

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Soledad - Un dicembre del commissario Ricciardi di Maurizio de GiovanniEinaudi 2023

1939. L’Italia si prepara a vivere l’ultimo Natale di pace, ma un omicidio squassa il ventre della città.

Quanta solitudine che c’è. In Europa la guerra è cominciata, eppure da noi qualcuno si illude ancora che sia possibile tenerla fuori della porta. E poi sta arrivando la più bella delle feste, quella dove si mangia, si beve, ci si abbraccia, quella in cui ci si scambiano doni con le persone care; non bisogna avere pensieri tristi. La solitudine, però, la solitudine vera, è difficile da scacciare. Puoi essere solo perfino se stai in mezzo alla gente, se hai una famiglia, degli amici. Soprattutto puoi essere solo se decidono che sei diverso, magari perché non sai parlare, o perché ami persone del tuo stesso sesso. O perché, dicono, sei di un’altra razza. Anche Erminia Cascetta era diversa, a modo suo. Aveva troppa voglia di vivere, perciò l’hanno uccisa. In questo tempo che accelera verso l’abisso, spetta al commissario Ricciardi e al brigadiere Maione scoprire chi è stato. La chiave di tutto, però, è sempre la solitudine. Che, a volte nemmeno lo sappiamo, ci siede accanto.

«Potessi parlarti, ti parlerei della solitudine del cuore. E della condanna che hai comminato, senza nessuna pietà, e senza avere idea di quello che stavi facendo. Potessi parlarti, ti direi che alla fine la colpa è tua. Ma non posso parlarti, giusto? No, non posso. Perché sei morta».

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Forse il commissario Ricciardi ci piace così tanto perché è lontano da noi. Lontano nel tempo, così dolorosamente trapiantato nel ventennio fascista, costretto a vivere, suo malgrado, l’orrore della dittatura nei risvolti più reconditi. E leggendo Soledad. Un dicembre del commissario Ricciardi (Einaudi Stile libero), nuovo romanzo della serie più famosa firmata da Maurizio de Giovanni, tornano in mente i versi del De rerum natura di Lucrezio, quelli che fanno così: «È dolce, mentre la superficie del vasto mare è agitata/ dai venti, contemplare da terra la gran fatica di altri;/ non perché il soffrire di qualcuno sia un piacere lieto,/ ma perché è dolce capire da che sventure sei esente». La percezione confortante di assistere a qualcosa di terribile ma che sta accadendo a qualcun altro.

Ecco, Soledad, sin dalle prime pagine, ci trascina dentro un abisso ancora invisibile, ma ben percepibile: ci si avvicina al Natale dell’anno di grazia 1939, Napoli si raccoglie intorno al calore degli ambienti domestici. È vero, la retorica fascista non conosce anfratti impermeabili, però il brigadiere Raffaele Maione può ancora permettersi una smorfia di disappunto quando, a tavola, la moglie Lucia gli riferisce che il figlio «è passato da Balilla ad Avanguardista» e che «è cambiato da così a così».

Ricciardi è più solo che mai. Nemmeno la vivacità della sua piccola Marta può alleviare il ricordo intenso e vivido di Enrica. Le sue «voci» assumono una qualità stentorea e tutta la malinconia invernale che solo a Napoli si può percepire a ridosso del Natale sembra riversarsi sulle sue spalle invecchiate di colpo. Naturalmente, prima o poi doveva accadere: lo squillo del telefono, la corsa verso un quartiere che «aveva conosciuto momenti migliori, nonostante il risanamento». L’appartamento al piano nobile di un antico palazzo, la porta che si apre, il tinello e poi la frana verso la miseria umana: in un letto sporco c’è una vecchia con i capelli senza vita e un filo di bava che scende dalla bocca attonita. Lei è la madre e ancora non sa che pochi metri più in là, nella camera luminosa bene arredata da una persona piena di gusto, giace il corpo di sua figlia, assassinata. Quando viene informata, la vecchia si accascia sul lenzuolo e dice solo: «E adesso chi mi pulisce il letto? Come faccio fino a domani mattina?».

La bellezza della serie del commissario Ricciardi risiede in buona parte nello sguardo con cui Luigi osserva il mondo. È come se ce lo mostrasse attraverso un personalissimo vetro e, dunque, anche noi ci sentiamo calati nella sua speciale malinconia. Quella ipersensibilità che abbiamo imparato a conoscere e che ci ha accompagnato fino a questo ultimo Natale di pace. Ma in Soledad c’è qualcosa che va oltre, qualcosa che si avverte sin dall’incipit: «Potessi farlo, ti parlerei di solitudine». L’introversione del commissario più famoso d’Italia è ormai un tratto che conosciamo (anche perché, nella omonima serie televisiva sulla Rai, l’attore Lino Guanciale l’ha trasformata in una piega del viso in bilico tra l’amarezza e il sarcasmo).

Eppure, in questo 1939, la solitudine diventa un’ansia strisciante. «Non ricordava un’epoca come quella. Sospesa tra la condizione reale e quella che si desiderava o si millantava così tanto, e così bene, da crederla vera. Bruno Modo (medico legale antifascista, ndr) gli ripeteva che era una truffa propinata dal governo alla povera gente, e si domandava beffardo se la grandezza imperiale fosse o no un buon companatico e se saziasse i bambini affamati che ogni giorno gli arrivavano in ospedale».

Sono trascorsi quasi diciassette anni dall’uscita del primo volume della serie e tante cose sono accadute a Ricciardi. L’amore per Enrica, il corteggiamento (senza esito) da parte di Livia, la nascita di Marta, l’attrazione per Bianca. E poi Rosa, Nelide, Bambinella. Circondato da una rosa di personaggi femminili, Ricciardi ha potuto finora stemperare la sua malinconia tra sentimenti e successi lavorativi.

Ma si è arrivati all’ultimo anno di pace, il regime è a un punto di non ritorno, anche i morti — quelli che parlano a Luigi — sembrano più soli. Soledad è la fotografia di un’epoca. «Il brigadiere Maione con la sua caterva di figli, nello sguardo l’ombra del dolore per quello di loro che aveva perduto; e il dottor Modo, che sibilava il proprio malessere verso il fascismo e il governo ma che era diventato più prudente, terrorizzato com’era dagli arresti e dal confino». C’è Rachele, la moglie del vicequestore Angelo Garzo, costretta a precisare che le leggi razziali da poco emanate non la riguardano («nessuno sa che io… della mia origine, voglio dire. Andiamo a messa, siamo conosciuti, abbiamo tanti amici importanti»).

È un’Italia in bilico quella che apre questo romanzo, un’Italia sospesa. E si doveva essere tanto soli di fronte all’inconoscibile. Quindi anche l’assassinio di Erminia Cascetta assume dei contorni particolari. Erminia non era una ragazza come tutte le altre. Era piena di vita e voleva viversela a modo suo. I pettegolezzi dello stabile, quella macchina costosa che veniva a prenderla quasi ogni sera, gli abiti eleganti e i profumi raffinati che indossava sebbene ufficialmente non avesse un lavoro. Anche Erminia era sola. Anche Erminia combatteva la sua personalissima battaglia privata per un ritaglio di libertà.

Le storie di questo romanzo si congiungono fino a formare un ritratto vivido della Napoli alla vigilia della guerra e Ricciardi, per risolvere il caso, dovrà affrontare il fantasma più temibile di tutti, quello racchiuso nella domanda che si pone per la prima volta dopo tanti anni: «Perché proprio a me?». Perché gli succede il Fatto, cioè perché i morti gli parlano? Partirà da questo interrogativo la soluzione del mistero. E, forse, l’alba di un nuovo Ricciardi, più forte e più saldo dentro la girandola di voci lontane che si accavallano nella sua mente.

(…)

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