Favole

Storie della preistoria

Moravia Alberto

Descrizione: In "Storie della preistoria", Moravia narra le avventure e disavventure di una grande folla di animali umanizzati. O meglio: di uomini che si nascondono dietro una maschera animalesca. Ma le sue storie, libere da schematismi e da certezze usurate dal tempo, si propongono piane, efficaci, più spesso esilaranti, per una lettura accattivante e per un'interpretazione autonoma e personalissima.

Categoria: Favole

Editore: Rizzoli

Collana:

Anno:

ISBN: 9788817029476

Recensito da Angelo Favaro

Le Vostre recensioni

Storie che nessuno aveva mai raccontato: Alberto Moravia favolista della vita.
Angelo Fàvaro

A Valentina Guidotti
per aver scelto la missione dell’educazione

È il 17 dicembre, poco prima del Santo Natale, quando le Edizioni Emme di Milano, pubblicano TRE STORIE DELLA PREISTORIA, al modico prezzo di 3500 lire, per quel lontano 1977. Le  illustrazioni sono di Flaminia Siciliano, moglie di Enzo Siciliano. Soltanto nel 1982, Bompiani raccoglierà ben 24 favole, con la struttura dell’apologo, precedentemente comparse sul «Corriere della Sera» fra il 1978 e il 1982, favole dalla “saggezza bestiale”, come scrive Antonio Faeti nell’introduzione al volume. Alberto Moravia è l’autore delle Storie della preistoria, un volume di racconti per bambini. Alberto Moravia???

Nel primo articolo con il quale in Tuttolibri della «Stampa» di Torino venivano presentate le tre Storie, Teresa Buongiorno scrive: «Non sono pochi oggi coloro che sono contrari alla personificazione degli animali in favola, e propendono piuttosto a raccontare ai bambini la realtà pura e semplice, la vita essendo già abbastanza favolosa di per sé stessa. Invece, queste Tre storie della preistoria di Moravia […] riprendono proprio la millenaria formula di un mondo primordiale popolato da animali, le cui mutazioni non sono dovute al lento decorso della lotta per la sopravvivenza, piuttosto si legano a una commedia umana in cui i primi abitatori del mondo si scambiano i costumi, cercando di accaparrarsi il migliore, o il presunto tale, a colpi di furbizia. […] Si scopre subito che la preistoria di Moravia, se pure abbia lievitato sull’esperienza dell’India, non echeggia nulla dell’ironia anglosassone di un narratore che nel mito ha trasportato tutta l’inesausta celebrazione della curiosità come matrice d’esperienza».

Forse più dell’India, in queste Storie si ritrova l’esperienza dell’Africa: Moravia si innamora di una terra pura, di un continente nel quale la natura, merita la maiuscola, perché è proprio qui che la Natura, come lui sostiene, ha eretto un monumento a sé stessa, dove i Ser Pente, Rino Ceronte, Dino Sauro, Cam Mello sono personaggi che nascono da un sentimento favoloso dell’esistenza e da una comprensione illuminante della realtà. Questo sentimento si prova in Africa, come fra l’altro Alberto ci spiega nelle sue Passeggiate africane e nelle Lettere dal Sahara. Quella comprensione si sviluppa da un preciso sguardo sul mondo e sulla vita esercitato per tutta la sua esistenza, rifiutando lenti deformanti o facili semplificazioni.

Così nelle favole, Moravia vuole semplicemente e direttamente far brillare le contraddizioni del mondo e le difficoltà della vita, senza tragicizzare o morbosamente indugiare sul male e sull’orrore. Quel che preme al romanziere de Gli indifferenti, quando si trasforma in favolista, è di insegnare a pensare tanto ai bambini, destinatari diretti delle narrazioni, quanto agli adulti, che dovrebbero leggere quelle favole e discuterne, problematicizzando, con i piccoli. Mai andrebbero lasciati soli i cuccioli d’uomo, come avrebbe detto Kipling, con le favole: i messaggi sono sempre importanti, molteplici, affondano nella coscienza salendo dall’inconscio, ed è forse per questo che le favole consentono ai bambini di crescere e di elaborare le fasi di questa crescita, valorizzandone la personalità e le peculiarità del carattere. Non sempre i problemi o le difficoltà di un bambino sono evidenti, non sempre il bambino è in grado di esprimerli compiutamente o di comunicarli correttamente, ed è in queste circostanze che le favole possono funzionare da indicatori e da rivelatori di ansie, di paure, di solitudine, di incomprensioni, di aggressività, di maltrattamenti, di violenza, l’importante è osservare le reazioni del piccolo ascoltatore e ascoltare le sue considerazioni durante la lettura delle storie. Le favole di Moravia lette sul «Corriere della Sera» avevano suscitato un grande interesse, e colmato la scrivania del romanziere di 1934 con lettere, disegni, richieste di maestre, fanciulli, genitori, catturati dalla strana prosa (piana e piacevole) di quelle Storie preistoriche con richiami e echi evoluzionistici affascinanti.

Arte preistorica - Arte rupestre - Grotte di Lascaux

In una bella intervista, rilasciata prima del lancio del volume di favole, Moravia dichiara che ha voluto narrare la «Genesi vista come favola», e prosegue: «Sono nato raccontatore prima che – scrittore. E la fiaba è la voce che racconta, non subisce influenze culturali. La fiaba è il racconto per eccellenza. Ha il vantaggio di essere uno schema che dà per risolti problemi che non lo sono, quelli etici, filosofici. È però una fantasia che esige una morale, che ha bisogno di bizzarria, imprevisti. Io ho scritto queste fiabe per i bambini e gli uomini, perché fra loro hanno punti di contatto: l’uomo può cercare e ritrovare l’infanzia, il bambino non è ancora impacciato dall’essere adulto». E che gli animali siano protagonisti non appare strano, perché egli conferma: «Amo gli animali … Ho avuto anche dodici gatti. Mi piacciono feroci o domestici. Li ho osservati a lungo. Non hanno una psicologia borghese o proletaria, ma hanno quel senso comune che vien loro dall’esperienza. E in questa prospettiva non amo gli animali di La Fontaine, troppo antropomorfi e pieni di buonsenso». E ribadisce come narratore: «Sono un realista, ho fatto lunghi viaggi per scoprire gli animali ho osservato i coccodrilli a Elmolo in Africa; ho ascoltato nel Sahara le leggende del cammello che ha prestato le corna al cervo; ho studiato l’evoluzione animale, le loro particolarità fisiche». La preistoria è un modo «per dare il senso di eternità della natura, per assicurare l’atemporalità della fiaba» e in tal modo realizzare i desideri dei bambini che «vogliono la fiaba, il meraviglioso, essere rassicurati, la morale. I bambini di oggi sono gli stessi di ieri, di una volta, sono un po’ filistei».

E forse proprio in una delle sue ultime Storie della preistoria, Madre Natura decide di cambiare il mondo, in un efficace dialogo, di fattura quasi leopardiana,  fra Na Tura e Evo, marito e moglie, fra i capricci dell’una e i dispetti dell’altro, scorgiamo la morale più vera della nostra civiltà, dove non ci sono più buoni buonissimi e cattivi cattivissimi, ma complessi esseri sempre in bilico fra bene e male.

Questo esercizio funambolico è l’unica favola che gli adulti dovrebbero imparare a raccontare ai bambini.

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