Letteratura americana

The White Album

Didion Joan

Descrizione: The White Album è un intenso reportage giornalistico che indaga i grandi miti dell'America degli anni Sessanta, la cultura, gli idoli, la vita quotidiana, le icone pop. Joan Didion descrive e analizza gli eventi chiave e le principali tendenze di quell'epoca, soffermandosi sulle vicende di alcuni personaggi cruciali. Da Charles Manson a Doris Lessing, dalla pittrice Georgia O'Keeffe alla storica organizzazione afroamericana delle Pantere Nere, dai centri commerciali "che fluttuano nel paesaggio come piramidi" alla Villa Getty di Malibu: ogni cosa è vista attraverso il suo sguardo lucido e impietoso, fragile e inquieto. The White Album è un reportage attuale e imprescindibile, un grande classico moderno del giornalismo narrativo, con cui Didion ha contribuito a raccontare l'America e il suo immaginario.

Categoria: Letteratura americana

Editore: Il Saggiatore

Collana:

Anno: 2015

Traduttore: Delfina Vezzoli

ISBN: 9788842821472

Recensito da Lucilla Parisi

Le Vostre recensioni

Mettemmo Lay Lady Lay sul giradischi, e Suzanne. Andammo giù a Melrose Avenue a vedere i Flying Burrito. C’era un bersò di gelsomino sulla veranda della grande casa in Franklin Avenue, e la sera il profumo del gelsomino entrava da tutte le porte e le finestre aperte. […] Immaginavo che la mia vita fosse semplice e dolce, e a volte lo era, ma succedevano cose strane in giro per la città. C’erano voci. C’erano storie. Tutto era innominabile ma niente era inimmaginabile. Questo flirt mistico con l’idea del “peccato” – questa sensazione che fosse possibile spingersi “troppo oltre” e che molti lo stessero facendo – ci riguardava molto nel 1968 e 1969 a Los Angeles. Una folle e seducente tensione vorticosa stava montando nella comunità. L’agitazione cominciava ad avere il sopravvento. Ricordo un periodo in cui i cani abbaiavano ogni notte e la luna era sempre piena.

Con Joan Didion si ha la sensazione che tutto sia possibile. Fortemente visionaria, il suo stile deciso esce dagli schemi di una narrazione centrata e scontata per creare il reale. Qui, in questa raccolta di saggi, come nei suoi romanzi (Prendila così o Diglielo da parte mia, solo per citarne un paio), il tempo e i luoghi della scrittrice e giornalista americana fanno da sfondo agli eventi e ai personaggi che via via vi si alternano e susseguono.
Lei, Didion, è la spettatrice attiva di storie note o meno note che ci vengono qui raccontate cariche di un significato originale, raccolte da un altro punto di vista, filtrate dall’occhio e dall’esperienza umana e personale dell’autrice.
Così, all’inizio della primavera del ’68, la Didion assiste, “seduta sul freddo pavimento di vinile di uno studio di registrazione sul Sunset Boulevard”, al lavoro di una “band chiamata The Doors che registrava una traccia ritmica”, e lo descrive nella sua curiosa normalità. Umanizza là dove la popolarità ha creato il mito (emblematico il Morrison silenzioso e i suoi pantaloni di vinile senza mutande) e coglie il presagio e la magia là dove sembra non essercene traccia.

Una volta qualcuno portò Janis Joplin a una festa nella casa di Franklin Avenue: lei aveva dato un concerto e voleva brandy e Bénédictine in un normale bicchiere per l’acqua. I musicista non volevano mai i soliti drink. Volevano sake, o champagne cocktail, o tequila bum bum. Passare del tempo con i musicisti ti confondeva e richiedeva un atteggiamento più fluido e decisamente più passivo di quanto io avessi mai acquisito. Tanto per cominciare il tempo non aveva mai importanza.

La conferenza stampa di Huey Newton, cofondatore del Black Panther Party, dopo il suo arresto per l’uccisione del poliziotto John Frey nell’ottobre del 1967, è l’occasione per scandagliare la complessità degli eventi in cui tutto era maturato, ma anche il tentativo di scoprire nelle parole del giovane Newton la reale consapevolezza della “natura del ruolo che gli era stato assegnato.
La Didion passa al setaccio le parole, penetra gli sguardi e i gesti alla ricerca di un significato o forse solo di un segno di umanità dietro le forme, iniziando dalla propria personale esperienza personale.

Dalle lussuose dimore della California, le autostrade e i bike movies, Hollywood e i suoi studios alle congregazioni religiose e al movimento femminista Joan Didion dissolve l’immaginifico e ci riconsegna, attraverso i protagonisti, la scena per quello che è, senza fronzoli interpretativi.
Un film in uscita è andato. Un film in uscita tende a sbiadire nella mente di chi lo ha fatto. Come l’assegno di 4 milioni di dollari è solo il totem dell’azione, il film stesso, per molti versi, è solo il sottoprodotto dell’azione.

Erano gli anni in cui tanto è accaduto e tutto poteva succedere, in cui si è concentrato un gran numero di personalità eccezionali ed in cui l’energia vitale e creativa avevano raggiunto livelli inimmaginabili. Facile essere scrittori in un’epoca e in un Paese in cui le storie non avevano bisogno di bravi scrittori per essere raccontate. Forse. Didion però lo ha saputo fare molto bene, certo con uno stile decisamente ben poco “accademico”, ma indubbiamente sorprendente.

La sua stessa vita è il luogo da cui attinge spunti di riflessione: così i suoi viaggi da Los Angeles a Bogotà, i test psichiatrici che le furono somministrati, gli incontri e gli intrecci con persone e personaggi indimenticabili (dal coltivatore di orchidee Amado Vàzquez a Malibu alla pittrice Georgia O’Keeffe) trovano forma sulla carta per diventare storie uniche, a tratti incredibili.
Ricordando quegli anni, l’autrice parla di immagini private, nulla di più se non il resoconto di un passato che non apparteneva solo a chi lo viveva ma che ognuno viveva a suo modo. D’altronde “il privato era tutto ciò che la gran parte di noi si aspettava di trovare.
E quelle storie private riescono a coinvolgere fosse solo per la curiosità di conoscerne la fine.

Molte delle persone che conosco a Los Angeles credono che gli anni sessanta siano finiti bruscamente il 9 agosto 1969, nel momento esatto in cui la notizia degli omicidi in Cielo Drive si diffuse come un incendio nella comunità, e in un certo senso questo è vero. Quel giorno la tensione si ruppe. La paranoia fu giustificata. In un altro senso, per me gli anni sessanta non finirono fino al gennaio del 1971, quando lasciai la cada di Franklin Avenue e mi trasferii in una casa sul mare.

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