Narrativa

TUTTO CIO’ CHE ABBIAMO AMATO

Crace Jim

Descrizione: L’America come la conosciamo non esiste più. Le macchine si sono fermate, la popolazione è stata decimata da una misteriosa epidemia, il terreno contaminato da tossine, e in questo scenario di morte e dolore è cominciata la grande emigrazione: i sopravvissuti si muovono verso est, verso la speranza e la possibilità di un imbarco per l'Europa. Ferrytown è una stazione di transito, che sopravvive proprio su questo incessante, disperato flusso migratorio. Ed è qui che arrivano Franklin Lopez e suo fratello Jackson, pellegrini verso l'oceano. Franklin ha un dolore a un ginocchio e si ferma sulle colline, mentre il fratello scende a Ferrytown per vedere di guadagnare qualcosa. In una casupola sulle colline Franklin incontra una donna, Margaret, febbricitante e isolata da tutti. Insieme i due intraprenderanno il cammino attraverso quest'America distrutta, aiutandosi a vicenda e trovando anche la forza di un amore inaspettato.

Categoria: Narrativa

Editore: Guanda

Collana: Narratori della Fenice

Anno: 2010

ISBN: 9788860880857

Recensito da Nicoletta Scano

Le Vostre recensioni

Improvvisamente, leggendo il nuovo romanzo di Jim Crace, si scopre che l’America non è più l’America. Non la riconosciamo più. Il mondo non è più lo stesso. Le persone, purtroppo, sì.

L’umanità, privata del progresso, della civiltà, lascia riemergere gli istinti più animaleschi ed è la lotta per la sopravvivenza a guidare le scorribande di predoni, le scelte di chi ha il potere di decretare chi potrà salpare e raggiungere un nuovo continente, la vita, e chi invece sarà condannato a un’esistenza senza speranza in una terra desolata e pericolosa.

In un’epoca in cui si scrive spesso di catastrofi e fine del mondo, l’autore sceglie di saltare il passaggio più morbosamente attraente e spettacolare, la descrizione degli eventi disastrosi, la rivolta della natura e dei morbi che sterminano la popolazione, ed inizia la narrazione dopo tutto questo, quando il mondo di oggi sarà solo un ricordo superstizioso.

Le vicende si evolvono dal punto di vista di due personaggi, un uomo e una donna, le cui strade non fanno che intrecciarsi e perdersi, ampliando così la prospettiva del lettore trasportato in una realtà allucinata ma non incomprensibile.

L’interiorità dei protagonisti, infatti, non è stravolta, disumanizzata, ma è forse l’unico bagliore di speranza che l’autore lasci filtrare attraverso il mondo medioevale che racconta.

Dei due personaggi principali, Margaret e Franklin, colpisce la forza, la semplicità, la pietà: se, come si legge a un certo punto della vicenda “i tempi duri rendono le persone come pietre”, questo non riguarda i protagonisti.

Nella desolazione, Margaret e Franklin rappresentano la speranza, il coraggio dell’altruismo, la riscoperta dei sentimenti che ci rendono davvero umani, il desiderio di maternità, l’amore, il senso di comunità, la coscienza e la lealtà.

Così, in una realtà dove il mare, l’oceano, simbolo eterno di partenza e scoperta, diventa “un occhio enorme che piange” ed è salato “perché nelle lacrime c’è il sale, ecco perché”, è la scelta di restare e non accettare la bestialità dei sopravvissuti ad indicare che ripartendo dalla terra, “andando verso ovest, sarebbero stati liberi”.

Tutto di questa storia resta impresso nella mente, dal paesaggio naturale impazzito e incolto, interrotto solo da qualche lamiera gettata in mezzo ai boschi, alla durezza dei sopravvissuti, dall’umanità dei protagonisti alla maestria con cui l’autore racconta i sentimenti e i desideri di Margaret e Franklin.

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