Giallo - thriller - noir

TUTTO DEVE CROLLARE

Cannella Carlo

Descrizione: Crudo e potente: così si presenta questo romanzo fin dalle prime pagine. Un’opera importante, la cui compiutezza sfiora la profondità di una riflessione filosofica sul potere e sulla violenza. È la storia di un affarista senza scrupoli che abbraccia l’ideale del dominio fino a farne la propria ragione di vita. L’uomo fa rapire una bambina, la piccola Isabel, in Amazzonia. La tiene con sé per anni, la sposa e le fa mettere al mondo una figlia, Marta. Intanto, sadico e consapevole, continua a gestire i suoi traffici, in nome di un successo che ai suoi occhi giustifica ogni aberrazione. Quando, anni dopo in Italia, Marta incontrerà Gianmario, un crescendo di tensione drammatica porterà a un finale sorprendente e inaudito.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore: Perdisa

Collana:

Anno: 2011

ISBN: 9788883725371

Recensito da Nicoletta Scano

Le Vostre recensioni

In questo romanzo dove nulla è edulcorato, giustificato, perdonato, si fa fatica ad entrare, come ad aprire la porta di un sotterraneo lurido che ti travolge con l’olezzo appena dischiudi la porta.

L’istinto, umano, è di richiuderlo dopo poche pagine. Perché l’autore inizia a raccontare la storia facendo descrivere a uno dei due protagonisti in prima persona e con punto di vista interno lo stupro di una ragazzina, brutale e senza alcuna parvenza di rimorso o pietà.

Vincendo il primo istinto, si scopre il mondo completamente marcio, che non vuole fingere neppure per errore di non essere come appare, di un uomo e di una figlia immersi  in una realtà crudele  e votata alla prevaricazione, in nome del potere, o forse del denaro.

Diviso in tre parti, la voce si sdoppia sulla seconda, dove a continuare il racconto troviamo la figlia del primo io narrante, Marta. Una figura che forse ha il suo lato migliore nel disprezzo per le scelte del padre, ma che pur apparendo inizialmente come un personaggio meno negativo, riserva alla parte finale lo svelamento della più amara  disillusione.

Se si pensasse, però, che in questo romanzo ci sia solo una crudeltà autoreferenziale si andrebbe fuori strada: la vicenda è continuamente lastricata da digressioni complesse e da risvolti politico – sociali di fine elaborazione e questo libro, che deve molto al genere che è stato definito “cannibalismo”, occupa un posto a sé tra le pubblicazioni di questi mesi.

Lecito è domandarsi se ci sia bisogno di tanta violenza, di tanto abbruttimento dell’umana specie per offrire lo spunto a una critica costruttiva; altrettanto comprensibile il dubbio che tanta ferocia descritta in queste pagine non sia che un eccesso calcolato, votato a destare attenzione.

Buon giorno Carlo, grazie per avere accettato questa breve intervista e benvenuto su i-libri.com.

Perché scrivere una storia come “Tutto deve crollare”?

L’intenzione era quella di mettere in scena il Potere, mostrarne il volto, spiegarne le ragioni (perché anche il Potere, anche la violenza, a meno di non interpretarli come una deriva insensata del comportamento umano, hanno purtroppo le loro ragioni, fosse anche una fascinazione perversa per l’estetica della morte). Uno si domanda: perché farlo? La violenza non è intorno a noi? Non ne percepiamo la puzza ogni giorno? Non è ormai radicata nell’ambito di ciò che viene definito come “normale”? No. Può sembrare paradossale ma penso che non sia così. Penso che della violenza sentiamo parlare (e tanto), che ne avvertiamo il peso, ma che non la vediamo. L’effetto prodotto da questa negazione è spiazzante. La reiterazione continua a parlare di violenza (quindi solo a immaginarla), o a rappresentarla nella forma dell’effetto speciale al cinema, produce sulle persone un effetto narcotizzante. Il risultato lo conosciamo: imbarbarimento delle società umane, anestetizzazione della ragione, dispiegamento dell’insensato nel mondo. Per non limitarsi a rifiutarla concettualmente, ma a battersi per vanificarla, la violenza (i suoi effetti, la sua crudezza) dobbiamo subirla con gli occhi. Anche solo attraverso le parole. Subirne la meccanica, la chimica, il gesto. La radicalità della visione (volgare perché volgare è la violenza) è un dovere delle parole. Le parole scritte hanno un dono, sono prive dell’istantaneità, una caratteristica sempre più evidente (e annichilente per la razionalità umana) in un mondo altamente tecnologizzato come il nostro. Permettono cioè di ritornare sull’immagine, carpirne l’essenza. Non scivolano via come una notizia al telegiornale. Se la letteratura si limita a rappresentare il senso di pietà, la commiserazione per l’osceno, e non a dare una visione reale e cruda della violenza, diventa inevitabilmente romantica. In quanto tale poco pericolosa per il “sistema”. In parole povere io rivendico per la letteratura un fine di liberazione collettivo, che inevitabilmente passa attraverso la denuncia del reale. In tutto questo, lo so, c’è una componente “politica” che si può anche non accettare. O se vogliamo un’utopia. Forse un delirio.

Il libro è stato inizialmente pubblicato on line, e solo dopo mesi è stato riedito da Perdisa: è difficile oggi trovare uno spazio editoriale per un’opera come questa?

Per la verità fu difficile trovare spazio anche in rete. I soci di Vibrisselibri, l’associazione presieduta da Giulio Mozzi (per la quale il romanzo fu pubblicato nel 2008), lo rifiutarono in gran parte. Fu solo per l’intervento del presidente del comitato di lettura, Lucio Angelini (paradossalmente uno scrittore di libri per ragazzi) che si riavviò la discussione interna che portò, spaccando letteralmente in due l’Associazione, alla sua pubblicazione. Ci son poi voluti 3 anni, non mesi, per trovare un editore cartaceo disposto a pubblicarlo, grazie all’interessamento di Luigi Bernardi che ha perfino tentato di iscriverlo al premio Strega. Ma se è vero che in questo paese 2 “amici” non si negano a nessuno, a questo libro evidentemente si.

Crede che il suo lavoro sia stato complessivamente capito?

In alcuni casi non è stato capito. In tanti altri non è stato nemmeno letto. Ma non voglio star qui a piagnucolare o fare la vittima. Le cose vanno in un certo modo, chi scrive lo sa, meglio andar dritti per la propria strada che pensare a lamentarsi.

Vede davvero il mondo intorno e dentro di noi contaminato da tanto “male”?

Si.

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