Fantascienza

UBIK

Dick Philip K.

Descrizione: Glen Runciter comunica con la moglie defunta per avere i suoi consigli dall’aldilà. Joe Chip scompare dal mondo del 1992 e si ritrova nell’America degli anni Trenta, mentre riceve misteriosi e cupi messaggi. Una trappola mortale sembra aver annientato i migliori precognitivi del sistema solare. È in corso una lotta per scrutare il futuro nel corso di un’impossibile dissoluzione del presente; mondi e tempi diversi vivono e fluiscono contemporaneamente, la vita si scambia con la morte. In Ubik Philip Dick affronta con grande ispirazione alcuni dei suoi temi piú profondi: l’illusione che chiamiamo realtà, la mancanza di un tessuto connettivo e di un principio unificatore al di sotto dell’apparenza delle cose, il mistero di un Dio che tiene i dadi della vita e della morte. Scritto nel 1966 e pubblicato nel 1969, Ubik è una delle opere più sconcertanti e riuscite di Philip K. Dick. per il suo dirompente surrealismo, per l’ironia e la passione con cui analizza la società umana, Ubik è davvero un classico di quella letteratura che sempre si spinge a esplorare i paradossi dell’esistenza con le armi della visione e della fantasia, di uno sguardo anarchico, insaziabile e curioso."Io sono vivo, voi siete morti", scrisse Philip K. Dick in Ubik.

Categoria: Fantascienza

Editore: Fanucci

Collana: Ventesima

Anno: 2010

ISBN: 9788834716052

Recensito da Riccardo Melito

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“Amici, è tempo di rinnovare i locali e stiamo svendendo tutti i nostri silenziosi Ubik elettrici a prezzi davvero imbattibili! Sì abbiamo buttato via il listino prezzi!”. Così comincia il romanzo forse più controverso di Philip Kindred Dick. Ubik, è la sua opera più famosa, tanto da essere apprezzata persino dallo scrittore russo Stanislav Lem, e rimane costante motivo di riflessione per lo scrittore americano.  L’importanza che ricopre è confermata dal fatto che una delle prime note dell’Exegesis – l’immensa opera rimasta incompiuta – risalente al 1974, ne parli. Ubik rappresenta uno snodo esistenziale dell’autore che subisce sempre di più il fascino delle religioni orientali e delle idee gnostiche. Con questo romanzo Dick inizia a delineare una concezione della realtà e del tempo, che trova i suoi prodromi nelle opere precedenti e che avrà piena maturazione in quelle successive. Per illustrare questa mutazione, o almeno la sua prima parte, metteremo a confronto Illusione di potere, scritto tra il 1963 e il 1965, pubblicato solo nel 1967, con Ubik, scritto nel 1966 e pubblicato nel 1969.

Illusione di potere racconta le disavventure di Eric Sweetscent, un dottore di un lontano futuro. La terra è coinvolta in una guerra interminabile con una razza aliena e il dottor Sweetscent si ritrova a dover curare il dittatore mondiale Gino Molinari, ago della bilancia del conflitto. Nel frattempo la moglie di Erik, Katherine, diventa irrimediabilmente dipendente da una nuova droga allucinogena che consentirebbe di spostarsi nel tempo, ma causa un inesorabile decadimento neurologico. Mentre questa dipendenza si diffonde tra le persone, il precipitare degli eventi e l’intrecciarsi dei diversi piani temporali portano Eric a interrogarsi sul senso della vita e della realtà. In questo romanzo “minore” è presente uno dei principali temi di Philip Dick – come sottolineato anche negli altri numeri della rubrica – riassumibile in due semplici domande: cose’è la realtà? Cos’è il tempo? In Illusione di potere la questione è ancora declinata in maniera fatalistica: Eric Sweetscent scopre l’inganno che si cela dietro al potere, arrivando a stabilire un piano di realtà dove agire, ma rimane in balia degli eventi, confuso e spiazzato dalla sua scoperta, tanto da dover ricorrere al parere di un robot, trionfo dell’assurdo, per avere un consiglio sul suo matrimonio. Quello che Dick mostra in questo romanzo è una concezione del reale – influenzata dalle teorie dell’astrofisico russo Nikolaj Kozyrev – che vacilla, che mostra delle crepe. Una molteplicità in cui è difficile capire quale sia la realtà giusta, quella reale. Da esperto manipolatore, Dick intesse le riflessioni metafisiche di comicità nera, di critica alla società, di considerazioni sui problemi della vita quotidiana e coniugale. In questa incertezza permane comunque un senso di speranza, una possibilità di approdare a spiagge sicure dove tutto è ancora riconoscibile e comprensibile. Nonostante ciò, i protagonisti sono in definitiva impotenti di fronte a quello che li circonda, tanto che Sweetscent non dovrà mai realmente salvare il dittatore Molinari, rimanendo quindi un dottore inerme.

In Ubik, questa posizione subisce una sostanziale modifica. Permane l’idea di universi multipli, ma al di là è introdotta una realtà ultima a cui tutte le manifestazioni afferiscono. Una sorta di concezione platonica, dove i vari possibili universi sarebbero solo il riflesso di una sorgente primigenia da cui tutto si emana. La storia sembra semplice: Glen Runciter, dirigente di una famosa multinazionale dedita a rendere innocue le persone dotate di poteri psichici, è in perenne lotta con il suo antagonista Ray Hollis. Per una missione molto remunerativa, si reca sulla Luna insieme a un gruppo di “inerziali”, persone in grado di annullare i poteri psi. Vittime di un evento inaspettato, sono costretti a domandarsi cosa sia reale e cosa no. La conclusione sembra fornire una chiave di lettura degli eventi, ma riporta il lettore al punto di partenza dopo averlo privato delle sue certezze. Nonostante il problema delle realtà multiple sia simile in Illusione di potere, una grande novità compare qui nella rappresentazione dickiana. In Ubik, rispetto al precedente romanzo, non c’è più nessuna speranza di scampare alla molteplicità del cosmo, o di stabilire una gerarchia tra le realtà fittizie. Nessun personaggio avrà la grazia concessa al dottor Sweetscent di scoprire che un piano sia più reale degli altri. Questa volta chi riesce a raggiungere l’essenza ultima, diviene in grado di poter agire a piacimento sulle varie realtà. Persino il più imbelle dei protagonisti, uno spiantato, Joe Chip di nome e di fatto (chip è la puntata minima del poker, assonante con cheap, economico in inglese), ha la possibilità di imprimere il suo volere alla realtà, quando gli viene fornito un accesso illimitato all’essenza. In questa struttura è facile ravvedere eco delle teorie gnostiche della divinità come entità unica e omnipervasiva, sostanza primordiale, il Tutto. A sostegno di questa ipotesi possiamo aggiungere che due dei personaggi – Ella, la moglie di Runciter e Jory, suo vicino di bara – assolvono alla stessa funzione che ricoprono gli Arconti nello gnosticismo. Come quelle entità superumane, sono due aspetti del metafisico che interfacciano gli umani con il divino, con il Tutto, l’una aiutando come fausto demiurgo, l’altro intralciando come funesto demiurgo. Anche per Ubik però non dobbiamo scordarci che Philip era tutto fuorché un pedante teologo quindi, ennesima ironia, il Tutto è rappresentato dalla merce nelle sue più infinite declinazioni.

In queste due opere si ritrova una concezione della realtà e della conoscenza in divenire, che si sviluppa nella presenza di un principio ultimo, soggiacente, conoscibile e manipolabile, purché si squarci il velo di Maya, dell’illusione. Un’impresa non da poco, che può coincidere persino con la morte, come avviene in Ubik. Questa novità nella cosmologia dickiana può essere ascritta ai cambiamenti e agli eventi che coinvolgono la vita privata dell’autore. Durante il decennio che va dai primi anni ’60 ai primi ’70, Philip è preda di grandi cambiamenti, tra cui il passaggio dalla vita di campagna nella contea di Marin, a quella ben più frenetica di città, a East Oakland. Questo spostamento gli consente di confrontarsi con altri autori, di superare in parte il suo complesso verso la letteratura mainstream, anche grazie al contatto con i fan, e gli permette di venire a contatto con la controcultura e con le droghe psichedeliche o, sarebbe il caso di dire, enteogene. Trasferendosi in città, Philip si libera anche della terza moglie, Anne Rubenstein, che ha ispirato Katherine Sweetscent di Illusione di potere. Questa separazione gli permette di sposarsi con Nancy “Snug” Hackett, con cui farà una figlia, Isolde Freya, e di conoscere il vescovo della Chiesa Episcopale della California, in aria di eresia, James A. Pike. È proprio da questa amicizia, molto importante anche a dire dello stesso Dick, che Philip mutua le sue idee gnostiche e incomincia a guardare al mondo come un’insieme di rappresentazioni fittizie emanate da un principio primo. A evitare una deriva teologica, rimane costante nei due libri, come in tutta la sua opera, una particolare curiosità, tipica di tutti i folli e i trickster, quella di volere guardare alle carte coperte, non per barare, ma per sapere il segreto che si cela dietro l’illusione, per arrivare a vivere in maniera piena. La stessa curiosità che è motore dell’immaginazione e della creatività. Forse è questa caratteristica umana che gli gnostici vogliono indicare quando parlano della primigenia unità. La Promethea dell’omonima graphic novel di Alan Moore, altro scrittore eldritch. Philip Dick la descrive così: “Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io c’ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitan; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamano Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò eterno”.

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