Classici

Ulisse

Joyce James

Descrizione: È il racconto degli avvenimenti vissuti nel corso di una giornata da Leopold Bloom e Stephen Dedalus a Dublino, in un vagabondaggio che ripercorre le tappe dell'Odissea. Episodi, scene e fatti sono costruiti con più o meno evidente parallelismo rispetto all'opera omerica. Il romanzo però non si esaurisce in questo, vuole essere anche una "summa" di tutti gli aspetti dell'uomo moderno e dei suoi rapporti con la società.

Categoria: Classici

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Recensito da Buck Mulligan

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Una famosa  interpretazione dell’Ulisse è quella dello scrittore e poeta inglese Thomas Stearns Eliot, secondo il quale “Vi è espressa la distanza tra la mediocre realtà contemporanea e la grandezza eroica del mondo greco”. E ancora:… nell’Ulisse è esaltato il valore del mito in quanto mezzo dell’uomo per riscattare un’esistenza  altrimenti priva di senso…” Ma quella di Eliot, a mio modo di vedere, è una interpretazione intellettualistica e forzatamente romantica (tra l’altro mai avvalorata da J. stesso, per quel che ne posso sapere).

È da dire che la critica letteraria classica ha molto amato gli aspetti epici delle grandi storie, soprattutto quando il linguaggio ne ha supportato e compenetrato le trame. Certo, molti grandi scrittori hanno portato al limite estremo, nelle modalità del narrare, l’esplicita e dichiarata “epica umana”. In essi il linguaggio è a “esclusivo servizio” del racconto e viene elevato a perfetta  arte dello scrivere quando si fonde armonicamente con questo.
Vorrei partire, invece, da un altro punto di vista: quello di un  esploratore di portici bassi e di visioni del mondo a volte limpide a volte nebbiose di conoscenza in progress, di storie minimalistiche e di ambiti da scoprire, espresse attraverso parole pronunciate per comunicare la comprensione di uno spazio-mondo, ma che finiscono per rivelare nel ritmo il loro essere solo prede di quello.

Dunque, nell’evoluzione stilistica di Joyce si potrebbe vedere come si  privilegi, a fronte di altri temi, il  “modo della scrittura” e  l’invenzione di  un nuovo linguaggio che si nasconde nel metalinguaggio per sfidare il criptato e il rimando storico/letterario. Sembra, anzi, che questo “modo” possa prevalere sulla storia, conservandone, di questa, solo l’epicità formale.

Con Joyce la “grande storia” si sfuma; le vicende non prevedono più eroi o passionali vittime/interpreti delle pulsioni e degli sconvolgimenti dell’anima. Essa resta a latere rispetto alla trama e, tutt’al più, aleggia su questa, magari costituendone  un contesto che spesso sa di “spazio-tempo” storico/letterario, ma del quale si libera per inventare la modernità.
Nessuno di noi potrebbe oggettivamente proiettarsi in Enrico IV, in Ettore o Achille o addirittura in don Chisciotte, ma tutti possiamo “vederci” in Dedalus (riservato esploratore della vita), in Bloom (cinico ironizzatore di conformismi protestanti e disincantato mentitore), in Buck Mulligan (blasfemia vivente) o in Molly (fascinosa e seducente fedifraga) e nelle loro vicende minimalistiche.

Dunque, cos’è che, malgrado tutto,  rende i personaggi Joyciani  evocanti o criptici navigatori dell’epica, come sono invece esplicitamente gli eroi Omerici o Riccardo II, Enrico IV, Macbeth o i dimoranti dei gironi infernali? Che cosa li illumina di un alone eroico? Esclusivamente la forma / linguaggio. O, per dir meglio, le forme/linguaggi. Che non descrivono l’aspetto dei personaggi (o lo fanno in minima parte), e tanto meno i  sentimenti e le loro convulsioni;  si limitano ad accompagnarne i movimenti, gli spostamenti e i percorsi: la parola ritmica prima di tutto. In altri termini: le parole astratte che evocano tristezza, malinconia, amore sono nulla se confrontate ai nomi delle persone e delle strade, ai numeri civici e alle date.

A questa parola ritmica è affidato il compito di rendere il senso del racconto, a costo di essere neologismo.  E a volte onomatopeismo.

In Joyce è la forma “linguaggio” che, intrinsecamente, diventa di volta in volta drammatica, evocativa, tragica, ironica, in qualche modo referente formale di una futura (possibile?) letteratura.

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