Narrativa

Una donna

Aleramo Sibilla

Descrizione: Questo romanzo di Sibilla Aleramo è del 1906. La sua immediata fortuna in Italia e nei paesi in cui fu tradotto segnalò una nuova scrittrice, che in seguito avrebbe fornito altre prove di valore, segnatamente nella poesia. Ma soprattutto esso richiamò l'attenzione per il suo tema: si tratta infatti di uno dei primi libri 'femmisti' apparsi da noi.

Categoria: Narrativa

Editore: Feltrinelli

Collana: Universale economica

Anno: 2012

ISBN: 9788807880728

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Una donna di Sibilla Aleramo viene spesso qualificata come l’opera più rappresentativa del femminismo italiano. In verità, più che essere il manifesto di una corrente di pensiero, Una donna è il diario analitico e particolareggiato di una presa di coscienza autonoma e personale, che conduce l’autrice ad anatomizzare la storia della propria infelicità alla luce dell’impulso alla ribellione contro i soprusi dell’altro sesso. 

L’infanzia è contrassegnata da figure genitoriali (“L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata”) che risulteranno determinanti per l’indole della scrittrice. Il trasferimento in una città di provincia sul mare accresce il disagio della madre (“Presente come non mai, e insieme assente, come dopo una suprema rinuncia”) che tenta il suicidio (“Che cosa poteva aver provocato quell’eccesso di disperazione”).
Dinnanzi a tanta debolezza, la giovane Sibilla si contrappone con fierezza (“Alcune vecchie facevano il segno della croce quando io passavo”), mentre la figura del padre muta i connotati (“Mio padre, l’esemplare raggiante, si trasformava d’un tratto in un oggetto d’orrore”).
Le nozze senza amore sono un ripiego (“Appartenevo ad un uomo, dunque?”) e un’altra occasione per sperimentare il tradimento maschile (“Leggevo un telegramma, firmato con un diminutivo femminile”). La vita sembra accanirsi contro Sibilla (“Un germe di vita nuova… m’aveva abbandonata”), contro sua mamma che viene ricoverata (“Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai fanciulli spauriti”): mentre la giovane donna pensa a come reagire (“Evadere dalla vita, smarrire la strada che conduce al porto della pazzia…”), la maternità (“Poi il palpito in me d’una nuova vita e l’attesa ineffabile”) con le sue conseguenze (“I nervi ne risentivano, sempre dolorosamente tesi”) e un’idea d’infedeltà (“Il pensiero di quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata”) inoculano il primo germe della ribellione (“I miei vent’anni insorsero”) alla soggezione (“Ogni notte di me si faceva strazio”) in un rapporto fallimentare.
Un tentativo di suicidio (“Nella credenza v’era una boccetta di laudano, quasi piena”) chiude la prima parte del romanzo.

Nella seconda parte scattano la protesta personale (“Avevo dato l’addio alla vita… la donna che io ero stata fino a quella notte doveva morire”) e l’insurrezione culturale, che durante un  viaggio a Venezia e in Tirolo si manifesta in occasioni di lettura (“Trovai in un libro una causa di salvezza”) e scrittura (“E scrissi per un’ora, per due, non so”).
Ormai è tempo di maturazione ideologica (“Il giovane che mia sorella amava… Il socialismo penetrava mercé sua nel paese”), di consapevolezza (“La buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana”), di riscatto (“Il mio pensiero s’era indugiato… su questa parola: emancipazione…”).
Il marito reagisce violentemente alle prime pubblicazioni della protagonista (“Buttò tutto sul fuoco”), che persegue il desiderio legittimo di affrancarsi a Roma (“Città di esaltamento e di pace!”) tramite frequentazioni (“Il profeta, come la direttrice di Muller sorridendo lo designava”) che provocano la sorda gelosia del marito (“La sua non era più gelosia: era un livore oscuro, era umiliazione, era mania d’imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza”) e la benevola istigazione di un amico (“Non tornare laggiù”).

Nella parte terza, a Milano, si compie il processo di autocoscienza (“Essere adoprata come una cosa di piacere”), che tuttavia non può esplicarsi pienamente per paura (“Per mio figlio, per non correre il rischio d’esser privata di mio figlio”), per motivi economici (“Mi pervenne il rifiuto dell’autorizzazione maritale per riscuotere l’eredità di mio zio”: ventimila lire, che  avrebbero regalato l’indipendenza economica) e istituzionali (“Questa era la legge”)…

Una donna è una storia molto triste, rimane un documento storico e una pietra miliare letteraria nel tortuoso e aspro percorso, che anche oggi sembra subire le tragiche battute d’arresto, le offese e le vergogne che variamente denominiamo: stalking, femminicidio, violenze…

Bruno Elpis

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