Narrativa

Una volta l’estate

Palomba Ilaria, Annibaldi Luigi

Descrizione: Maya cerca nell'arte un sentire lontano dalle convenzioni. Edoardo parte per una feroce missione in Medio Oriente lasciando sola sua moglie incinta. Mentre una postina ribalta ogni cosa, uno psichiatra lacaniano tenta di ricomporre il caleidoscopio. L'estate dell'umanità scompare. Ma c'è ancora qualcosa che Maya ed Edoardo possono fare per salvarsi.

Categoria: Narrativa

Editore: Meridiano Zero

Collana: I paralleli

Anno: 2016

ISBN: 9788882374099

Recensito da Simone Pozzati

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Una volta l’estate di Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi è la storia di due anime che collidono ma non collimano, lo scontro tra razionale ed irrazionale.
Edoardo ha la struttura mentale di un soldatino incline ai riti e alle regole prestabilite dal rigore militare, Maya è disposta a scostare il velo della realtà sensibile, artista immersa nei colori delle sue tele, nelle sinestesie create tra sogni lucidi e psicosi.
L’eventualità di un figlio è esperienza distruttiva per un spirito inquieto ed abituato a generare solo attraverso l’arte. Inoltre certe lontananze amorose non fanno altro che allargare fratture. Il Medio Oriente è luogo di morte e orrore. Edoardo si trova in questi teatri di guerra, tra il tanfo della putrefazione e la marcescenza della carne spappolata, è costretto insieme ai suoi colleghi a compiere l’ingrata mansione di raccogliere corpi e resti umani.
Bianco e rosso sono i colori predominanti, tinte incrostate nella psiche di Maya. Dove bianco è il latte del nutrimento ma anche nuance dello sperma a suggerire la paura del concepimento.

Aprii il frigorifero,cigolava. Presi il barattolo di latte e lo svuotai in un tegame sporcandomi di bianco le dita. Lo scroscio si univa al tuo sguardo, su di me, in basso. Ti guardavo eccitarti. É l’alza bandiera, dicevi mentre ti sentivi fendere i pantaloni del pigiama. Misi il tegame per terra e mi ci sedetti sopra. Poi mi rialzai. Mi annusavi la pelle. La vulva rada grondava gocce bianche. La canottiera in pizzo sdrucita faceva tre pieghe sul fianco sinistro. Mi fissavi i capezzoli gocciolare sulla pelle bianchissima. I piedi nudi, equilibristi, uno sull’altro. Avvicinai il tegame alle labbra e bevvi. Mi venisti incontro, fingevo di non accorgermi di nulla, poi mi voltai, prima che tu riuscissi a toccarmi. Mi guardavi le labbra sporche di latte, me le accarezzavi ma non ti sorridevo. Le bocche a un centimetro di distanza. Non voglio più sentir parlare di bambini, mai più stavo per dirti, ma non lo feci.
E rosso è il colore del fuoco, quello che scalda e trasporta le passioni di un’anima e il suo incendio. Rosso come lo sfondo de l’Urlo del pittore Munch, dove il cielo è macchiato di sangue. E infatti il romanzo si apre con questa citazione del pittore norvegese:
La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perchè non sono uguale agli altri, sul perchè ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perchè sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere.

Un romanzo costruito per frammenti dove inesorabilmente si ricostruisce il puzzle formato dai cocci di due esistenze in frantumi.
Due penne mescolate a mestiere quella di Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi: si passa da incubi, visioni ed infernali vortici ad una narrazione più meditata, asciutta e cinica. Ogni personaggio possiede ed usa il suo registro, ed è questa la peculiarità del romanzo. Voci diverse si mescolano abilmente, personaggi secondari raccontano alternandosi alle visioni di Maya e alle narrazioni piane di Edoardo.
Un libro scritto per ferire e curare, apologia della follia sublimata nell’arte. Ma anche riflessione attenta sul confine sottile tra razionalità e pazzia.
Il finale risulta un po’ sbrigativo, la storia meritava forse un maggiore sviluppo dell’epilogo. Ma come dice Ilaria Palomba: è di certo difficile indugiare sull’amore da un lato salvifico, dall’altro foriero di tutto il dolore possibile.

Buona lettura,

Simone Pozzati

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