Narrativa

Uno in diviso

Pierantozzi Alcide

Descrizione: Taiwo e Kehinde sono gemelli siamesi. Il loro corpo dotato di due busti e di un solo paio di gambe ha la forma di una ipsilon, come la lingua di un serpente. È solo la prima di una serie di immagini fulminanti, di una successione di pagine fosche e splendenti. "Uno in diviso": io, l'Italia, due gemelli con il corpo a forma di ipsilon, la Chiesa, l'aborto, i Pacs, l'omicidio, il terrore di uno sfruttamento fisico e intellettuale, il terrore di una spaccatura. Un romanzo che è un presagio, una fulminante premonizione. Una storia, firmata da un autore di vent'anni, che descrive il crollo delle dicotomie contemporanee e ricorda il Pasolini degli ultimi film.

Categoria: Narrativa

Editore: Hacca

Collana:

Anno: 2012

ISBN: 9788889920794

Recensito da Simone Pozzati

Le Vostre recensioni

Descrizione: Sono due, uno, i protagonisti di questo libro: Taiwo e Kehinde, gemelli siamesi, indivisibili per quel loro corpo dotato di due busti e un solo paio di gambe. Con Uno in diviso, Alcide Pierantozzi ha bruciato le tappe del pubblico riconoscimento, irrompendo con forza nell’immaginario dei lettori. La ipsilon in carne e ossa che Taiwo e Kehinde rappresentano è solo la prima, inquietante immagine in una successione di immagini cupe e allo stesso tempo splendenti. Uno in diviso, dopo aver raccontato il crollo delle dicotomie, è ancora capace di rispecchiare le crepe della realtà presente, provocando terremoti di inquietudine nelle nostre coscienze.

Uno in diviso già dal titolo pone l’accento sulla natura dualistica degli opposti che si completano, raccontando la deformità dell’animo umano attraverso la figura dei gemelli siamesi.  Lo ying e lo yang, l’uroboro dell’eterno ritorno, tatuato peraltro sul collo di uno dei protagonisti. Ma il protagonista uno in diviso ricorda anche la divinità del Giano bifronte da cui sembra derivi – stando a un’ipotesi giudicata inverosimile da storici ed archeologi – il nome della città di Avezzano in Abruzzo, dove tra l’altro il libro è in parte ambientato. “Ave Jane”, un’invocazione posta sul portale di un tempio consacrato al dio.

E comincia proprio così il libro:
Furono i serpenti a rovinarmi la vita. Quelle creature semplici, essenziali, quei corpi guizzanti senza artigli.
La paura dei rettili è imperscrutabile, oscura.
La paura per l’infinito pure.
I suoi primordi nella Genesi, nel cominciamento dell’Universo mondo.
Il diavolo è scempio, il male nitido, senza macchia.
Nel paradiso terrestre, il male ha le fattezze di una lunga serpe, altrove il diavolo è un vecchio sarto che ghigna, un normale viatore che sorride.
Il sorriso è una reazione incontrollata: da sempre – davvero – non c’è nulla di più naturale.
I serpenti non hanno nulla.
Non hanno le braccia, non hanno le unghie: il pelame, un sesso evidente. Il concetto di infinito ostacola le umane capacità intellettive, è l’idea più semplice che ci sia dato avere nella mente.

Kehinde è la parte “buona”, Taiwo la parte “cattiva”, ma i due si compenetrano contaminandosi vicendevolmente. Diventano anche simbolo dei sincretismi della nostra cultura. Mentre uno è propenso a cibarsi di carne umana ed escrementi, l’altro sembra a tratti ossessionato dall’igiene. Ma i due sono uno e due indivisibili. L’ambiguità fusa in un solo essere bino.
Alcide Pierantozzi attraverso la storia affresca una porzione di squallore che si fa bellezza, e lo fa evidenziando le asimmetrie insite nella natura umana.
Lettura insomma in grado di disturbare; infatti, se da una parte c’è il rischio di arrestare la corsa delle pagine per un profondo senso di nausea generato dalle torbide immagini, dall’altra c’è la voglia di affondare nelle spire e nelle spirali degli inferni descritti.
Una scrittura sincera, capace di prendere a calci lo stomaco. Una penna mai scontata, in grado di orientare il lettore anche a occhi chiusi, grazie all’odore di morte che impregna l’interno romanzo.
Una matrice di incubi e succubi, colma di citazioni mai prolisse rispetto la narrazione. Sembra quasi di guardare un film splatter, ma si tratta di una pellicola colma di riflessioni sulla fragile disumanità dell’essere uomini.

Da leggere solo se forti di stomaco.

Copertina a cura di Maurizio Ceccato

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