Classici

Uno, nessuno e centomila

Pirandello Luigi

Descrizione: L'inesorabile solitudine dell'uomo, della drammatica tensione fra divenire ed essere, fra vivere e vedersi vivere. La migliore edizione in commercio rivolta alla scuola, con cronologia e bibliografia essenziale.

Categoria: Classici

Editore: Einaudi

Collana: Tascabili Classici

Anno: 2005

ISBN: 9788806174156

Recensito da Marika Piscitelli

Le Vostre recensioni

Uno, nessuno e centomila” è l’ultimo romanzo di Luigi Pirandello.

Fu pubblicato solo nel 1926, ma in realtà l’autore vi ha lavorato per diversi anni, creando così una sintesi quasi perfetta delle sue riflessioni geniali e della sua straordinaria capacità di analisi psicologica.

È un giorno come tanti per Vitangelo Moscarda, un uomo che potremmo definire mediocre, banale, “normale”.

Conduce un’esistenza pacata e tranquilla, grazie alla banca ereditata dal padre, e nemmeno si cura di gestirla personalmente.

Non ha grilli per la testa, la routine gli dà sicurezza, non ha bisogno di nient’altro.

All’improvviso, però, il suo equilibrio si spezza.

L’evento scatenante è una semplice frase di sua moglie, la quale gli fa notare che ha il naso un po’ storto.

Non se n’era mai accorto…

Da qui, la prima riflessione importante: poiché gli altri hanno di lui una percezione diversa da quella che lui ha di se stesso, forse non esiste una realtà oggettiva, e ciascuno di noi non è Uno, bensì Centomila.

Vitangelo Moscarda è una certa persona per sua moglie, un’altra per i collaboratori che gestiscono la sua banca, un’altra ancora per la gente del paese, e così via.

Il passo che riporto è tratto dal Capitolo X – Due Visite, e credo renda molto bene il concetto.

Pirandello sottopone al lettore (con il quale spesso dialoga direttamente in questo romanzo) una situazione in cui è facile ritrovarsi.

La visita di un amico di vecchia data e quella di un nuovo amico si intrecciano fortuitamente, e noi siamo presi da uno strano imbarazzo, tanto da inventare una scusa per congedare uno dei due.

Il vostro vecchio amico, in sé e per sé, non aveva nessuna ragione d’esser mandato via, sopravvenendo il nuovo. I due, tra loro, non si conoscevano affatto; li avete presentati voi l’uno all’altro; e potevano insieme trattenersi una mezz’oretta nel vostro salotto a chiacchierare del più e del meno. Nessun imbarazzo né per l’uno né per l’altro. L’imbarazzo l’avete provato voi, e tanto più vivo e intollerabile, quanto più, anzi, vedevate quei due a poco a poco acconciarsi tra loro a fare accordo insieme. L’avete subito rotto, quell’accordo. Perché? Ma perché voi (non volete ancora capirlo?) voi, all’improvviso, cioè all’arrivo del vostro nuovo amico, vi siete scoperto due, uno così dall’altro diverso, che per forza a un certo punto, non resistendo più, avete dovuto mandarne via uno. Non il vostro vecchio amico, no; avete mandato via voi stesso, quell’uomo che siete per il vostro vecchio amico, perché lo avete sentito tutt’altro da quello che siete, o volete essere, per il nuovo. Incompatibili non erano quei due, estranei l’uno all’altro, garbatissimi entrambi e fatti fors’anche per intendersi a maraviglia; ma i due voi che all’improvviso avete scoperto in voi stesso. Non avete potuto tollerare che le cose dell’uno fossero mescolate con quelle dell’altro, non avendo esse propriamente nulla di comune tra loro. Nulla, nulla, giacché voi per il vostro vecchio amico avete una realtà e un’altra per il nuovo, così diverse in tutto da avvertire voi stesso,che, rivolgendovi all’uno, l’altro sarebbe rimasto a guardarvi sbalordito; non vi avrebbe più riconosciuto; avrebbe esclamato tra sé: “Ma come? È questo? È così?”

E nell’imbarazzo insostenibile di trovarvi, così, due, contemporaneamente, avete cercato una scusa meschina per liberarvi, non d’uno di loro, ma d’uno dei due che quei due vi costringevano a essere a un tempo.

Sù sù,  tornate a leggere questo mio libretto, senza più sorridere come avete fatto finora.

Credete pure che, se qualche dispiacere ha potuto recarvi l’esperienza or ora fatta, quest’è niente, mio caro, perché voi non siete due soltanto, ma chissà quanti, senza saperlo, e credendovi sempre uno”.

Di fronte alla scoperta sconcertante di non essere Uno, ma centomila, Moscarda reagisce tentando di smantellare i vari personaggi che i suoi conoscenti hanno creato, perché, in verità, nessuno gli corrisponde in toto. A partire dal ridicolo “Gengè”, ossia il Moscarda costruito da sua moglie Dida.

L’obiettivo è di carpire, individuare, sviscerare il suo autentico Io e, per fare ciò, Moscarda decide di compiere una serie di azioni non corrispondenti a ciò che la gente pensa di lui. Azioni che appaiono agli altri sconclusionate, fuori da ogni logica, quasi pericolose, tant’è che la moglie, il suocero ed i gestori della banca addirittura cospireranno per farlo interdire.

Alla fine, non riuscirà a liberarsi delle facce attribuitegli dalla società: questa ne affibbia continuamente di nuove, migliori o peggiori, ma sempre distanti dalla verità. Perché la verità é che siamo nessuno, mutevoli come la vita stessa. Qualsiasi identità assumiamo, o ci venga assegnata, non sarà mai definitiva, mai assoluta.

Così Pirandello/Moscarda giungerà a rifiutare il suo stesso nome, accettando il continuo divenire, il fluire delle cose, senza averne più paura, senza più sentirsi solo…

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