Giallo - thriller - noir

Venere privata

Scerbanenco Giorgio

Descrizione: «Duca Lamberti è un investigatore atipico, disincantato e arrabbiato, immerso nella folla e nella sua città, tra mafie, seduttori, ipocrisie di ogni specie e grandezza. Scerbanenco nei romanzi di Lamberti, il suo aggressivo e per nulla politicamente corretto alter ego, forse può finalmente far venire a galla il motivo per cui anche lui, come il suo personaggio, non riesce a dormire.» (Dalla prefazione di Cecilia Scerbanenco) Si imparano molte cose in tre anni di carcere passati a raccogliere le storie d’innocenza dei propri compagni di cella, tutti Abele uccisi da Caino e tutti Adamo corrotti da Eva. Duca Lamberti – un ex medico condannato per aver aiutato un’anziana paziente a morire – in prigione ha imparato ad ascoltare, e a non parlare troppo. Per questo un ricco imprenditore, Pietro Auseri, lo ha scelto per un compito che gli sta particolarmente a cuore: salvare il figlio Davide da un’improvvisa depressione annegata nell’alcool. Forse per riscattare la sua vita dedicata agli altri, o forse solo per curiosità, Lamberti accetta di prendersi cura del giovane Auseri, entrando in confidenza con lui fino a stanare il segreto che lo ha gettato nel buio. È una storia che porta alle strade poco battute della periferia di Milano, dove la nebbia custodisce i segreti di amanti e criminali che si dividono la notte, fino al corpo di una giovane ragazza che cercava una vita migliore e ha trovato la morte. Gli unici indizi, un rullino di fotografie bollenti e una donna combattiva, Livia, che applica alla realtà gli imperativi categorici della filosofia. In una città tentacolare e seduttiva come le anime peccatrici che la abitano, Duca Lamberti ha cominciato a indagare.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore: La nave di Teseo

Collana: Oceani

Anno: 2022

ISBN:

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Venere privata di Giorgio Scerbanenco

È un disincantato Duca Lamberti (“La verità è la morte, tutto meno che la verità in un tribunale, in un processo. E anche nella vita”) quello che viene avvicinato da Pietro Auseri (“Ho un figlio alcolizzato… È anche molto timido e remissivo. A Milano dicono: grand e ciula”) e scritturato (“Si è messo a bere d’improvviso? No, beveva anche prima, ma solo eccezionalmente…”) per penetrare – anche da medico (“da ex medico, attenzione da medico radiato”), oltre che come investigatore privato – il malessere (“L’alcolismo qui è un sintomo, se non troviamo la causa, saremo sempre da capo”) di un giovanotto che subito tenta il suicidio (“Aveva desiderato di morire con perfetta lucidità e pacatezza. A ventidue anni”) pur avendo fattezze statuarie (“il Davide di Michelangelo”), peraltro messe a dura prova dall’istinto di autodistruzione (“Era il cobra che teneva in sé e che lo smangiava dentro”).

Dal canto suo, Duca ha alle spalle dolori familiari (la sorella “Lorenza era divenuta un po’ paurosa, dopo che lui era stato in carcere, dopo che papà era morto, dopo che si era ritrovata sola e il medico… le aveva detto che… si trattava di gravidanza”), ma può contare sull’amicizia di un funzionario di polizia (“Il dottor Luigi Carrua… era un vecchio amico di papà”) e su una grinta che è più imparentata con la rabbia che con la determinazione.

L’incarico viene accettato tra mille dubbi (“Io posso aiutare un ragazzo che beve un po’, ma non posso fare nulla per un malato di mente”) e l’approccio con Davide è subito positivo (“E perché invece l’ha detta a me, la verità, nelle prime ventiquattro ore che mi ha conosciuto?”).

L’inquietudine di Davide risale alla compagnia di un giorno: Alberta, giovane donna che gli lascia un indizio (“È un caricatore Minox… una macchina fotografica Minox non è esattamente un apparecchio per dilettanti”); il suo caso è stato archiviato come suicidio (“Non si sa con che cosa questa ragazza si taglia le vene. Poi aveva nella borsetta oltre cinquantamila lire e gliene abbiamo trovate solo poco più di diecimila”), ma le prime ricerche di Duca giustificano il ricollocamento della morte di Alberta in una sfera sospetta (“Alberta Radelli era un caso di prostituzione privata…”), che pone alcune domande: “Da un punto di vista sociale è un errore o no che la donna abbia diritto di prostituirsi ma, sottolineo, privatamente? E solo quando lo voglia soltanto lei, senza nessun’altra spinta?”

Il caso viene inquadrato con il supporto di una testimone, Livia Ussaro (“Capivo che… lei stava passando dalla prostituzione privata a quella organizzata”), a sua volta interessata all’inquadramento sociale del caso: “La società è un gioco, vero? Le regole del gioco sono scritte nel codice penale, in quello civile e in un altro codice, piuttosto vago e non scritto, detto codice morale”.

Non vi sono più dubbi (“In quattro giorni le due ragazze fotografate nella pellicola Minox erano morte”), soltanto certezze (“Non può esistere una prostituzione privata”) e conclusioni (“Il male di Davide non è tanto che beva, ma un altro, più profondo: deve ri-imparare a vivere, a trattare coi suoi simili, e per insegnarglielo, bisogna dargli qualcosa da fare… la caccia all’uomo che ha ucciso Alberta”).

Il finale è spietato, come certi giudizi di Scerbanenco, oggi anacronistici (“Un invertito, un vero, squallido terzo sesso, … l’incolore mostruoso dei mutanti descritti nei romanzi di fantascienza, a metà strada esatta della mutazione, quando hanno ancora solo l’involucro umano, ma mente e sistema nervoso appartengono già all’orrenda nuova specie”).

Bruno Elpis

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