Narrativa

Venivamo tutte per mare

Otsuka Julie

Descrizione: Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l’esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall’autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua. Un altro scrittore avrebbe impiegato centinaia di pagine per raccontare le peripezie di un intero popolo di immigrati, avrebbe sprecato torrenti di parole per dire cos’è il razzismo. Julie Otsuka ci riesce con queste essenziali, preziose pagine.

Categoria: Narrativa

Editore: Bollati Boringhieri

Collana: Varianti

Anno: 2012

ISBN:

Recensito da Claudia Oldani

Le Vostre recensioni

Pubblicato per la prima volta nel 2011, Venivamo tutte per mare, di Julie Otsuka, ha riscosso un immediato successo tra critica e pubblico. Tale successo, culminato con la vittoria del PEN/Faulkner Award nel 2012, ha portato oggi il libro della Otskua alla sua quinta ristampa. Un risultato inaspettato per un volume di meno di 200 pagine e una storia assolutamente fuori dagli schemi, sia per trama che per scelte stilistiche. L’autrice ha infatti deciso di intraprendere un’avventura piuttosto difficile e dolorosa: scavare nel destino delle immigrate giapponesi giunte negli Stati Uniti pochi anni prima della Seconda Guerra Mondiale. E per far ciò ha pensato di adottare un punto di vista collettivo e corale, scelta che si riflette in una chiave narrativa molto precisa: l’utilizzo del ‘noi’ come voce narrante. Un pluralismo che si fa personaggio universale, emblema di un frammento della storia americana sconosciuta ai più. Ma andiamo con ordine.

Molte furono le bambine e le giovani donne giapponesi costrette ad abbandonare il loro paese natio per cercare fortuna -e marito- negli States. La narrazione parte proprio dal viaggio: un’unica voce racconta timori e speranze di queste ragazze, ammassate nella stiva delle navi, tenute in vita da un sogno vivido: un’esistenza migliore. Una traversata lunghissima per giungere tra le braccia di uomini anziani, giapponesi arrivati da anni sulle coste d’America, anch’essi in cerca di fortuna. Da lì inizia una nuova realtà. Le ragazze, sbarcate in una terra misteriosa, scoprono il loro destino, ovvero quello di diventare mogli subordinate ai mariti, ma anche quello di essere immigrate malaccette in un luogo lontanissimo da casa e dalla cultura quasi incomprensibile. E poi il lavoro nei campi, la difficile integrazione, l’apprendimento di una lingua sconosciuta. Le difficoltà sembrano non finire mai, unite alla stanchezza del lavoro, sia fuori che in casa.

Una seconda fase del romanzo prende il via con la gravidanza delle protagoniste. La maternità rivoluziona nuovamente la loro realtà: difficoltà e doveri si moltiplicano, ma lo spirito è più dolce, la vita sembra ancor più ardua ma anche più gradevole, la forza si tempra, c’è qualcuno in più per cui migliorare. E allora anche la voce principale cambia, si trasforma in ‘loro’. Un loro collettivo che si fa portatore ancora di speranze, sinonimo di un futuro forse diverso. La seconda generazione pone le proprie radici nella terra delle contraddizioni, di cui questi bambini sono in effetti frutto. Ponte tra due culture differenti, i figli si integrano più facilmente, comprendono la loro cultura d’origine ma anche quella che per i loro genitori resta un mistero.

L’integrazione sembra dunque la parte conclusiva della favola, ma lo spettro della Seconda Guerra Mondiale si avvicina. E’ l’attacco a Pearl Harbor a far precipitare la già fragile situazione: sospettati di aver tradito gli Stati Uniti, i giapponesi immigrati subiscono dapprima vergognosi episodi intimidatori, poi vere e proprie dimostrazioni di violenza, seguite da leggi ad hoc, come il coprifuoco e il divieto di detenere qualsivoglia arma. Molti sono gli uomini prelevati dalle forze dell’ordine che non torneranno mai più a casa. La comunità si stringe, molte persone si appuntano sul bavero della giacca una spilla che recita “sono cinese”. Anche la voce narrante subisce una trasformazione: il ‘noi’ iniziale abbraccia tutti, non più solo le donne, ma anche i bambini e gli uomini. I giapponesi, o meglio, gli americani di origine nipponica si trovano nuovamente uniti in un triste destino. Da lì a poco infatti verrà ordinata la loro deportazione in campi di lavoro nell’entroterra. Le case, le terre, i negozi abbandonati saranno la loro ultima traccia. La riflessione finale è lasciata ai bianchi, che dicono: “I giapponesi sono scomparsi dalla nostra città”. Lo spaesamento iniziale lascerà il posto ad una rinnovata tranquillità: la tragedia sarà presto dimenticata.

Punto di forza del romanzo è la prosa semplicissima, composta da proposizioni enunciative, dalla naturale forza ipnotica: iniziata una frase, non si riesce a staccare gli occhi dalle pagine fino a fine capitolo. La voce narrante è coinvolgente senza mai scadere nel sentimentalismo, un riassunto puntuale e preciso di una storia per certi versi ancora molto attuale. Fiore all’occhiello dell’edizione italiana, la traduzione di Silvia Pareschi, celebre traduttrice con base a San Francisco, come la stessa autrice del libro. Julie Otsuka crea un romanzo squisitamente reale, in cui le emozioni si mischiano senza sosta alla parola scritta, trascinando il lettore in un racconto potente e ricco di insegnamenti necessari.

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