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Novità editoriali

Oggi c’è scuola

a cura di Redazione i-LIBRI

Oggi c’è scuola di Mariapia Veladiano – Suona la campanella e, nonostante le incognite, la scuola si prepara a una nuova stagione. Ma sarà davvero nuova? Basta un rapido appello per scoprire che troppi sono gli assenti. Intanto, oltre un milione di ragazzi hanno smesso di frequentare, impossibilitati a seguire le lezioni per mesi perché senza computer, senza connessione, senza risorse. Poi, manca lo spazio: in edifici affollati e male organizzati, qualunque tipo di distanziamento necessario comporta un ritorno alla Dad, la famigerata didattica a distanza. Infine, mancano ancora le parole per venire a patti con il trauma vissuto, per elaborarlo attraverso il racconto. Il panorama che abbiamo di fronte non è fatto, però, solo di vuoti. Il tempo passato lontani è stato anche un tempo di scoperta: di nuove possibilità didattiche, di una diversa alleanza con le famiglie, di inattesa flessibilità. La scuola è stata a lungo capro espiatorio per ogni genere di problema e laboratorio di riforme ampiamente peggiorative ed è tempo di cambiare registro. Di darle risorse, per migliorare gli edifici e motivare gli insegnanti. Di darle spazio, portandola nei parchi, nei musei, nei centri delle città. Di darle tempo, quello di un dialogo con le istituzioni, con le famiglie, con i ragazzi, dialogo che era mancato o si era interrotto da ben prima della pandemia. Mariapia Veladiano scrive pagine «alla scuola» più ancora che «sulla scuola»: in questo libro critico ma affettuoso la chiama a ritrovare una dimensione più egualitaria, più efficiente, più giusta. Disegna con proposte concrete un possibile percorso e una filosofia della ricostruzione per un’istituzione che può rinascere. Perché quest’anno non basta cominciare la scuola. Bisogna ricominciare dalla scuola.

Riportiamo uno stralcio dell’articolo apparso sul Corriere online, firmato da Mariapia Veladiano. «Oggi c’è scuola. Un pensiero per tornare, ricostruire, cambiare», Solferino, pp. 152, è disponibile a euro 12,90 in libreria e a euro 10,90 in edicola insieme al «Corriere» dal 9 settembre.

C’è un’attesa su questo nuovo anno scolastico. Chi torna nelle aule? Non si tratta delle stesse persone che le hanno dovute lasciare precipitosamente nel marzo del 2020. Siamo diversi. Sia gli adulti che i ragazzi. Il mondo è diverso. C’è chi torna più povero, molto più povero perché i genitori hanno perso il lavoro, o la casa, magari un piccolo benessere di prima, che teneva in equilibrio la famiglia. Chi torna più solo: nelle zone della pandemia più grave, molte famiglie hanno perso diversi dei loro cari. Come si torna a scuola con la morte nell’anima? Anche chi non è stato toccato direttamente ha conosciuto improvvisamente vicina la realtà della morte. Per gli studenti in molti casi si è trattato di un tempo accelerato in cui dover diventare adulti. Di sicuro è aumentata la consapevolezza di un mondo complesso, promettente e insieme fragile e da accudire.

C’è chi torna con paura. Abbiamo visto che il mondo si può fermare in un momento. È capitato e può capitare ancora. Tornano diversi tutti, studenti e docenti. Abbiamo in comune un’esperienza fortissima e questa esperienza ci avvicina, ci può avvicinare, se solo la sapremo condividere e non faremo finta che tutto possa essere come prima.

Si torna contenti di tornare, ma si deve affrontare l’aula, un nuovo stare vicini vicini mentre ci siamo abituati a vedere il mondo e le persone da lontano, dall’alto dei nostri balconi oppure dal distacco di uno schermo. Quanto abbiamo interiorizzato l’altro come pericolo per noi? E poi, chi è per noi l’altro che sentiamo pericoloso? L’amico di sempre forse c’è come sempre, perché l’affetto riesce a prevalere sul sospetto e sulla paura, ma gli altri compagni, che non mi sono amici, con cui scambiavo già prima poche parole oppure che non ho avuto il modo e il tempo di conoscere in questi quasi due anni di scuola a intermittenza, quelli come li vedo? Portatori di pericolo? Mi vesto di nuove diffidenze? Scivolo in nuovi pregiudizi? Li tengo a distanza? Quanto? Nelle case, la mattina, quali sono le raccomandazioni? Attento. Sta’ lontano. Pensa a quello che fai. Non toccare. Non non non.

Chiedersi da persone adulte come stanno i bambini e le bambine che tornano a scuola, i ragazzi e le ragazze, non vuol dire cedere al sentimentalismo come si legge qua e là. Fra di loro c’è chi già prima era in difficoltà economica, povero culturalmente, socialmente emarginato, psicologicamente fragile e questi sono precipitati. E ci sono figli che avevamo invece potuto crescere nell’abbondanza e nella felice inconsapevolezza della fragilità delle cose. Anche questi sono precipitati. Minimizzare con la retorica del tirati su, cosa vuoi che sia, è una forma di negazione e di deresponsabilizzazione indecente verso persone che abbiamo chiamato a esistere. Le difficoltà non devono selezionare, sono occasioni per condividere e uscirne tutti migliori o almeno provarci seriamente.

È in gioco la scuola come comunità, comunità di vita e comunità educante e luogo in cui si imparano le dinamiche buone della socialità, dove non confermo quel che sono ma divento nuovo e più consapevole perché scopro la meraviglia della varietà del mondo attraverso la varietà delle persone che conosco.

Non ha senso chiedersi se la scuola sia buona o cattiva. La scuola è sia buona che cattiva sempre. Non può essere perfetta per tutti. Deve essere fedele al suo compito di dare opportunità a tutti. Di sicuro questo tempo ferito la riconsegna a una nostra capacità di essere comunità e non singoli individui in cerca di rassicurazione dalle proprie paure o, peggio, in corsa per recuperare il tempo perduto e chi resta indietro peggio per lui. Una specie di darwinismo scolastico che santifica le disuguaglianze di partenza e sterilizza il senso sociale.

Non esiste tempo perduto se l’esperienza anche dolorosa diventa valore attraverso una rielaborazione interiore che ci permetta di integrarla nella nostra vita. Basta pensare a come operano i traumi. Possono essere l’ombra che ci precede, devastare per sempre i giorni che ci aspettano, oppure diventare parte della nostra storia e, sia pure nella consapevolezza di una ferita che c’è, diventare capacità di capire, di aiutare. Addirittura forza positiva.

Non c’è una strada tracciata prima. C’è la fortuna di un incontro che ci permette di vederci e riconoscerci oltre la ferita. La scuola ha il compito di essere questo incontro buono per i ragazzi che tornano dopo il tempo della pandemia. Non hanno bisogno di tecniche per star bene, per superare l’ansia, o di medicine per dormire. Pensare che la strada giusta sia quella di moltiplicare i supporti psicologici a scuola significa far passare l’idea che il limite che abbiamo dovuto riconoscere è malattia e non parte della nostra vita. Che interrogarsi sulle grandi domande del mondo è patologico e non invece il respiro normale della nostra umanità. Che l’inquietudine stessa è patologica. Non è vero. Siamo tutti spaventati e negare che si tratti di un tempo decisivo per l’equilibrio presente e futuro dei ragazzi è una forma di paternalistica negazione che ci allontana dalle nostre responsabilità. Hanno comunicato con i sintomi, con le fughe, hanno chiuso gli schermi o li hanno riempiti di avatar buffi o drammatici ma sempre rivelatori, che erano in realtà limpide richieste. Ora gli esperti dicono che molti comunicano con i silenzi e con il ritiro sociale. Una pena grande per chi, genitori e amici, non riesce a trovare le parole per raggiungerli. E altri invece sembrano in fuga. Dal tempo del Covid e dalle consapevolezze che l’esperienza ha portato con sé. Sfrontati e arroganti. Assembrati come prima. Li abbiamo visti sfidare la polizia e darsi appuntamento in rave party oceanici e irresponsabili. Alcuni, giovanissimi,si affrontano come le gang nelle serie tv ma capita nelle nostre piazze. È un crinale questo. Ci stiamo camminando tutti.

Gli adulti e le istituzioni hanno esattamente il compito di accompagnare i ragazzi a misurarsi con la complessità del mondo. Dire che ce la faranno perché tanto sono giovani e hanno energie vuol dire non vederli davvero. Senza enfasi, ma quello che hanno vissuto è un trauma. Il noi collettivo della società occidentale ha accettato l’idea che nascere in un’abbondanza per alcuni sfacciata sia un diritto inalienabile, e che la quota smisurata di poveri sia una necessità fastidiosa ma ineliminabile. Convinzione nemmeno tanto contestata, finché proprio la scuola, in un tempo non lontanissimo, permetteva di sperare in una condizione migliore, grazie alla cultura e all’impegno.

Il Covid ha rovesciato dal trono dell’inconsapevolezza i privilegiati e ha scaraventato ancora più in basso i già poveri. Più poveri di lavoro, di denaro, di cultura. La scuola non può aggiustare il mondo ma può assumersi almeno due compiti molto precisi…

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