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Al Salone Internazionale del libro di Torino. Spazio Cile: Lina Meruane e Maria José Viera Gallo

a cura di Lucilla Parisi

Siamo tornati allo Spazio Cile del Salone Internazionale del libro di Torino per l’evento Femminile plurale. Donne che scrivono nel Cile d’oggi, che ha visto tra i suoi ospiti le scrittrici Lina Meruane e  Maria José Viera Gallo, due significative rappresentanti della letteratura cilena contemporanea.

Le giovani autrici ci parlano di un Paese post-dittatura sempre meno chiuso in se stesso e sempre più aperto verso l’altrove. Una scrittura nomade la loro che, partendo dalla realtà del Cile di oggi, si fa transnazionale, supera le frontiere e i localismi per rendere l’osservazione verso l’interno più oggettiva. Il viaggio diventa distacco, partenza senza ritorno, solitudine ma anche esplorazione di più spazi.

Lina Meruane, con il suo ultimo romanzo Sangue negli occhi edito in Italia da La Nuova Frontiera, ci parla di un corpo – quello della protagonista – che è metafora dei rapporti di forza. Lucina perde la vista e la malattia trasforma inevitabilmente la sua storia con Ignacio, mettendo in luce i limiti della loro  promessa di felicità. Una critica violenta all’amore incondizionato che nulla può contro la chiusura e l’isolamento dell’altro che, come Lucina, da vittima si trasforma in carnefice consapevole. Come in ogni rapporto di potere una delle parti è destinata a soccombere.

Rapporti di forza destinati a lasciare il segno nella realtà, come la dittatura cilena ha lasciato i segni nei corpi delle persone sopravvissute e in quelli, senza vita, ritrovati nei luoghi del massacro. Il potere del sopraffattore, sia esso un padre o un dittatore, diventa per la vittima motivo di trasgressione, di dissidenza, di ribellione.

La spaccatura con il passato, con la famiglia, con il Paese che è stato e che, durante gli anni della dittatura e della censura, li ha visti bambini, caratterizza la produzione di tutta quella generazione di scrittori che, come Meruane, sono nati nei primi anni ’70.

Maria Josè Viera Gallo ci parla di una letteratura dell’intimità e della fragilità femminile, capace tuttavia di descrivere le cose per come sono. Le scrittrici latinoamericane – spiega – non amano mitizzare il continente sudamericano, ma lasciano che sia lui a raccontare, con questo distinguendosi molto dalla produzione maschile e macha tesa a eroicizzare gli uomini e gli eventi. La scrittura è tensione verso il reale, è – per l’autrice – esperienza diretta dentro i luoghi dello sconforto e del dolore.

La scrittrice, vissuta tra due mondi – l’Italia dove si è trasferita da piccola con la famiglia in fuga dalla dittatura e la sua terra d’origine, il Cile, – e divisa tra due lingue, ci dice di non sapere a quale luogo appartenere e la scrittura diventa per lei ricerca e liberazione. Verano robado e altri suoi romanzi non sono stati ancora tradotti e pubblicati in Italia.

L’immagine che si ha di questa letteratura nuova, dal volto femminile, è sicuramente quella della molteplicità. Una scrittura distante da quella a cui  autrici come la Serrano e l’Allende ci hanno abituato. E’ forte qui, nonostante la distanza dal passato recente della dittatura, l’esigenza di scardinare retaggi e imposizioni, siano essi di stile o di contenuti, e di ricostruire un linguaggio nuovo, teso oltre confine, ma più proiettato verso l’interno.

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