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Opere

Addio

a cura di Franco Di Carlo

Le double

“Je est un autre”

Con rapidità. All’improvviso. Apparve. Il Perturbante.
Il Doppio. Aveva capacità estreme. Radicali. Mostrava

Forme fisiche, solari. Fra dolci temporali. Primule verdi
e gialle. Fragili. Impresse nel bosco montano. Il Sosia

avanzò. E sedette. Accanto all’Altro. Repellente e penoso.
Eppur sublime. Nella sua altera alterità. E diversa identità.

L’Altro. Era familiare. Immagine speculare del male. Simbolo
simbiotico. E sincronico. Dell’Ombra. Alienazione dell’Io sono.

Dell’Io razionale. Del Cogito, Ergo Sum. L’essere identico alla
coscienza. Un Io che é. Un Altro Io. L’Essere è Divenuto. Altro.

Una porzione. Una posizione scissa.  Rimossa. Separata. Ma pertinente.
Attinente alla percezione. E che si rivela. Attraverso Sintomi.

Processi di difesa. Sentiero impervio. Che porta alla morte.
Intesa non come limite estremo. Dell’esistenza. Ma come irruzione.

Non padroneggiata. Della coscienza. Nel campo esperienziale.
Delle cose viventi. Emerse improvviso. Il rimosso. E invase

la mente. Proiezione. Immagine lunare. Incontrollata. Angoscia.
Della morte. Da cui è necessario. Liberarsi. Cercandola. Dunque.

Essa si ripresenta (anche se allontanata, come lutto e dolore).
Riappare. Si dispone in direzione, Come beffarda figura del Sosia.

Orrenda persona. Ma amichevole. Confidenziale. Affabile. Semplice.
Prima esclusa. Rimossa. Trasformata poi in controfigura della morte.

Alter-ego dell’angoscia. Mortale. Che prende l’autore. Come
il lettore. Letteratura e vita quasi coincidono. Coinvolgendo

persone e cose. Giovani e adulti. Soggetti razionali. E non civiltà.
Vecchie e nuove. Tecnologicamente avanzate. Che pur hanno lo scopo.

Di sconfiggere la morte. Inquiétante apparition du Double. Emblema.
Del disagio. Ma anche dell’edonè apparente. Tutto fatto e pagato.

Per Techne. Ora il sintomo è manifesto. Chiaro. Anche se non c’è.
Memoire et Coscience. Ma il perturbante. È accanto all’Altro.

A lui evidente. “Un infelice vestito di nero
che mi rassomiglia come un fratello”.

Franco Di Carlo

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Addio

Adieu

Già l’autunno! – Ma perché rimpiangere un eterno sole, se siamo impegnati nella scoperta della chiarità divina, – lontano dalla gente che sulle stagioni muore.

L’autunno. La nostra barca alta nelle nebbie immobili si volge verso il porto della miseria, la città enorme dal cielo macchiato di fuoco e di fango. Ah! gli stracci putridi, il pane inzuppato di pioggia, l’ebbrezza, i mille amori che mi hanno crocifisso! Dunque non finirà mai questa lamia regina di milioni d’anime e di corpi morti e che saranno giudicati! Mi rivedo con la pelle corrosa dal fango e dalla peste, i capelli e le ascelle pieni di vermi, e vermi ancor più grossi nel cuore, disteso fra sconosciuti senza età, senza sentimento… Avrei potuto morirci… Spaventosa evocazione! Esecro la miseria.

E temo l’inverno perché è la stagione del comfort!

- A volte vedo nel cielo plaghe sterminate coperte da bianche nazioni in festa. Un grande vascello d’oro, sopra di me, sventola le sue bandiere variopinte alla brezza del mattino. Ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Ho cercato d’inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, nuove lingue. Ho creduto d’acquisire poteri sovrannaturali. Ebbene! devo seppellire la mia immaginazione e i miei ricordi! Bella gloria d’artista e di narratore andata in malora!

Io! io che mi sono detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, vengo riportato al suolo, con un dovere da cercare, e la rugosa realtà da stringere. Bifolco!

Sono ingannato? la carità sarebbe la sorella della morte, per me?

Insomma, chiederò perdono per essermi nutrito di vergogna. E andiamo.

Ma neanche una mano amica! e dove trovare aiuto?

***

Sì, l’ora nuova è quantomeno assai severa.

Comunque posso dire di aver raggiunto la vittoria: il digrignar di denti, i sibili del fuoco, i sospiri appestati si acquietano. Tutti i ricordi immondi svaniscono. I miei ultimi rimpianti si dileguano, – gelosie per mendicanti, i briganti, gli amici della morte, i ritardati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!

Bisogna essere assolutamente moderni.

Niente cantici: mantenere il passo conquistato. Dura notte! il sangue disseccato fuma sul mio viso, e nient’altro dietro di me se non quell’orribile arboscello! … Il combattimento spirituale è brutale quanto la battaglia d’uomini; ma la visione della giustizia è un piacere di Dio soltanto.

Intanto è la vigilia. Accogliamo ogni influsso di vigore e di tenerezza reale. E all’aurora, armati di un’ardente pazienza, entreremo nelle splendide città.

Che mai parlavo di mano amica! E’ un bel vantaggio, che posso ridere dei vecchi amori menzogneri, e colpire di vergogna quelle coppie bugiarde, – ho visto l’inferno delle donne laggiù; – e mi sarà lecito possedere la verità in un’anima e in un corpo.

Aprile-agosto, 1873

9 – continua

Leggi gli articoli precedenti dedicati a Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud cliccando sui seguenti titoli:

1 – Mage ou ange, Arthur Rimbaud dall’inferno alla vita a cura di Angelo Favaro, critico letterario e docente universitariodi letteratura

2 – Cattivo sangue – Pane, fuoco e profezia. Appunti su Rimbaud a cura di Mattia Tarantino, poeta

3 – Notte dell’inferno  a cura di Ornella Donna, critico letterario

4. Deliri – Vergine folle a cura di Daniele Sannipoli, scrittore

5. Alchimia del verbo – Lo sposo infernale a cura di Gabriele Galloni, poeta e scrittore

6. L’impossibile a cura di Luigi Bianco, critico letterario

7. Il lampo a cura di Eleonora Rimolo, poetessa

8. Mattino a cura di Ilaria Spes, poetessa

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