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Opere

Alberto Moravia, quel romanziere che amava il teatro

a cura di Bruno Elpis

Angelo Fàvaro
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

 

Pochi mesi prima della morte, il 20 maggio 1990, sul «Corriere della Sera», Alberto Moravia scrive, riflettendo sulla Vita di Giulio Cesare scritta da Plutarco:

Nei drammi, le figure secondarie spesso sono appena nominate o addirittura taciute. Eppure se ci si prende la briga di illuminare in fondo alle tenebre in cui l’autore ha voluto relegarle, si scopre allora che queste figure secondarie hanno a loro volta un dramma del quale sono protagoniste, e che in questo dramma ci sono altre figure secondarie a loro volta protagoniste di altri drammi, e così via all’infinito. (A. Moravia, Diario Europeo, (The European Diary) Bompiani Milano 1993, p. 390).

Tragedia, dramma, narrazione storica e romanzesca si fondono in una straordinaria consapevolezza della scrittura letteraria e teatrale. Ma la strada di questo interesse risale all’infanzia: aveva confessato a Dacia Maraini: «Mio padre mi regalò dei burattini [quando avevo 7 o 8 anni] che si tenevano su col filo di ferro. E io passavo ore a vestirli e svestirli […]. Tentavo di inventare delle rappresentazioni, ma ero troppo bambino, non ci riuscivo. Ricordo che sul frontone del teatro c’erano le maschere del riso e del pianto, della commedia e della tragedia. All’interno si potevano cambiare le quinte: una piazza di paese, una camera da letto, un salotto, un paesaggio di montagna» (D. Maraini, Il bambino Alberto, BUR, Milano 2000, p. 12-13, ma I ed. 1986). Ed è certo che il  bambino Alberto era nato e cresciuto in una famiglia un po’ teatrale, fra la tragedia dei litigi dei genitori, e la commedia della quotidianità, dove vigono i riti della borghesia romana agiata e dove il rispetto della forma è essenziale in ogni circostanza: lui amletico ripete fin dalla più tenera età: «je m’ennui». Egli non ha un’adolescenza comune: a causa di una tubercolosi ossea, una coxite, non potrà frequentare la scuola, ma sarà costretto dapprima a casa, e poi in un sanatorio per una lunga degenza, fino alla guarigione. Legge molto, legge tutto, legge molti testi teatrali, e alla domanda di Alain Elkann che chiede se Moravia si senta un drammaturgo, egli risponde: «Lo sono per vocazione. La mia prima lettura come sai sono stati Moliére, Čechov, Goldoni, Shakespeare» (Vita di Moravia, p. 257). Scrive a vent’anni il suo primo romanzo Gli indifferenti, e molti anni dopo ricorderà di aver avuto «l’ambizione astratta del dramma in forma di romanzo» (A. Moravia, Breve autobiografia letteraria, in Opere 1927-1947, a cura di Geno Pampaloni, Bompiani, Milano 1986, p. VIII), cioè dirà: «Amavo il teatro, ero convinto che la tragedia fosse la vera letteratura. Volevo scrivere una tragedia in forma di romanzo, fondendo la tecnica teatrale con quella narrativa», così «l’idea astratta della tragedia ha funzionato da detonatore per la mia inconscia, esplosiva conoscenza della vita familiare». Il romanzo nasce come se fosse un testo drammatico, assume una fisionomia teatrale, ma proprio durante la scrittura, il romanziere scopre l’impossibilità di comporre una tragedia, in un mondo nel quale i  valori non materiali non hanno più diritto di esistenza e la coscienza morale era annullata, con uomini come automi mossi soltanto dalla sete e fame di denaro e del sesso.

Si dovrà attendere fino al 1944, quando Alberto Moravia e Luigi Squarzina riscrivono Gli indifferenti per le scene, e il 7 aprile 1948 lo spettacolo viene messo in scena, per la regia di Mario Landi, al Teatro Quirino, dalla Compagnia della commedia. Poi, nello stesso anno nel quale raggiunge un successo di pubblico e economico con La romana, il romanziere propone una propria poetica teatrale in un brevissimo testo apparso su «Sipario» (13, 1947) dal titolo Contro il teatro di poesia: semplicemente invita gli scrittori a scrivere e trova il teatro di poesia superato, invece il cinema risponde a tutte le esigenze del teatro, tranne a quella letteraria.

Interessante l’esperimento de La gita in campagna: un libretto d’opera, tratto da uno dei racconti romani Andare verso il popolo (Go to the people), musicato da Mario Peragallo, e in scena al Teatro alla Scala il 24 marzo 1954.

Anche il secondo testo specificamente scritto per la messa in scena, è tratto da Moravia da un romanzo e pubblicato su «Nuovi Argomenti» (n.7, marzo-aprile, 1954) e messa in scena da Strehler il 14 aprile 1954 al Piccolo teatro di Milano: La mascherata. Esattamente l’anno dopo, nel 1955, la prima tragedia di argomento storico scritta da Moravia: Beatrice Cenci: messa in scena la prima volta a San Paolo del Brasile il 2 agosto del 1955, al Teatro Santana, dalla Compagnia del Teatro italiano, per la regia di Franco Erinquez.

Su «Il punto» del 24 agosto 1957, Moravia risponde alle domande di un’intervista e afferma: «sulla scena […] le parole diventano azione e persone. […] Alcuni critici hanno accusato la Beatrice Cenci di letterarietà, di psicologismo, e scarsa teatralità. […] Il teatro è prima di tutto parola», e ribadendo che il dramma è stato scritto per essere rappresentato, conclude che «bisogna non temere di mettere il pubblico, ormai viziato da tanto teatro monosillabico e collegiale, di fronte a un linguaggio sostenuto […], letterario» (Moravia, Tutto il Teatro, Il teatro è prima di tutto parola, pp. 859-860).

Del 1955 è Il provino, tratto da uno dei Racconti romani, molto simile al racconto, se non per qualche passaggio finale, andato in scena, il 22 novembre, a Milano, nel Teatro Olimpia, per la regia di Maner Lualdi, e del 1957, la commedia Non approfondire, identica ad un altro dei Racconti romani, sempre a Milano, in scena al Teatro del Convegno, per la regia di Enrica Mosca, entrambi lavori minori e senza alcuna forza scenica.

Sollecitato da Dacia Maraini e da Enzo Siciliano, Alberto Moravia ritorna al teatro, circa dieci anni dopo la Beatrice Cenci: in una cantina di via Belsiana a Roma, i tre fondano, nell’ottobre del 1966, il Teatro del Porcospino, raccogliendo sollecitazioni e fermenti a favore del teatro che dal 1964 variamente si sviluppano nella penisola, anche grazie all’esperienza del “Living theatre”. A dare inizio alle rappresentazioni del teatro del Porcospino nella stagione 66/67, il 20 ottobre, è L’intervista di Moravia, testo sulla impossibilità di un’informazione attendibile e affidabile, in scena per la regia di Roberto Guicciardini; seguito il 23 ottobre dell’anno successivo dall’atto unico Perché Isidoro?, sulla civiltà dell’abuso consumistico, per la regia di Sandro Rossi. Il Teatro del Porcospino, nonostante la bontà dell’idea, l’elevatezza dei dibattiti e delle opere messe in scena, avrà vita breve e a causa dei costi elevati dovrà cessare l’attività l’anno successivo. Moravia raggiunge il successo nel campo della scrittura teatrale con un dramma in due atti: Il mondo è quello che è, messo in scena alla Fenice di Venezia, nell’ambito del XXV festival internazionale della prosa, dalla compagnia del Teatro Stabile di Torino, per la regia di Gianfranco de Bosio, l’8 ottobre 1966. In quello stesso anno scrive il suo capolavoro teatrale, una vera tragedia Il dio Kurt.

Egli fa recitare anche testi non nati specificatamente per il teatro, come il Dialogo sulla rivoluzione culturale in Cina e sulla civiltà dei consumi in Occidente (1968), che funge da introduzione al volume La rivoluzione culturale in Cina. Ovvero il Convitato di pietra (1968), un lavoro di scrittura che prosegue con le commedie La vita è gioco (1970), sulla libertà concessa dal gioco come modus per affrontare la vita, va in scena al Teatro Valle il 1 ottobre 1970, con la Compagnia del Porcospino, per la regia di Dacia Maraini; Colpo di stato (1971), sui meccanismi perversi e assurdi del potere che conducono all’annullamento del potere stesso, è in scena al Teatro Universitario di Venezia Ca’ Foscari, per la regia di Beppe Zambonini, il 25 maggio 1971.

Negli anni Ottanta, Moravia si dedica a sondare nel teatro temi e argomenti nei quali la società è al centro di brevi drammi: Voltati, parlami (1984) è un atto unico messo in scena da Enzo Siciliano, a Prato, ne Il fabbricone, il 22 novembre 1984; è tratto da uno dei racconti raccolti in Boh!, dal titolo La vergine e la droga, droga e complesso edipico sono richiamati dalle parole di Alice, che si esprime come in un monologo, mentre Byron, il ragazzo tace, incomprensivo, ma alla fine ella scopre che è morto per un’ overdose.

Del 1985, L’angelo dell’informazione, viene messo in scena per la regia di Giorgio Albertazzi, a Spoleto, il 30 giugno, alla Sala Frau: tre soli personaggi interagiscono, Matteo il politologo, Dirce la moglie di Matteo, e Vasco, un pilota amante di Dirce, il titolo è una parodia dell’Angelo dell’Annunciazione, e i temi trattati nel dramma sono quelli cari in questi anni a Moravia: l’amore, l’eros, la sessualità, la gelosia, il tradimento, l’informazione, la menzogna e la sincerità, e infine il problema delle armi atomiche e della guerra.

La cintura è l’ultimo testo teatrale scritto da Moravia: il testo è una riscrittura per la scena tratta da un racconto pubblicato nel volume La cosa e altri racconti, fra il racconto e la commedia numerose sono le differenze, anche se il plot non muta essenzialmente. La commedia viene messa in scena il 16 aprile 1986, a Cosenza, al Teatro Dorazio, per la regia di Roberto Guicciardini.

Ecco, non molti, forse solo gli esperti dell’Opera del romanziere, conoscono la sua attività teatrale e il suo impegno profuso nella scrittura drammatica, ed è necessario invece tornare a rileggere e studiare, tornare a rimettere in scena i suoi testi, perché ricchi di suggestioni valide a comprendere e riflettere sul nostro presente. Sufficiente questo breve excursus di testi teatrali per comprendere quale e quanto fosse l’interesse di Alberto Moravia verso il teatro, che è fondamentale, perché ci sono cose che solo sulla scena si possono dire.

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