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Opere

Alchimia del verbo

a cura di Gabriele Galloni

Alchimia del verbo

Rimbaud non ha significato granché nella mia formazione culturale. L’ho conosciuto a sedici anni, parallelamente a Verlaine e a Laforgue e, benché in quei giorni avessi apprezzato molto Una stagione all’inferno, poco è rimasto di lui – nella mia scrittura e, ahimè, nel mio cuor.

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      Il punto è che un testo come Una stagione all’inferno mi faceva sentire autorizzato a mettere su carta il flusso spesso ingenuo dei miei pensieri sedicenni.
Certi testi possono essere deleteri per la formazione culturale di determinate persone; instillano una idea di letteratura che sovente è letterarietà; incapacità di discernere la letteratura dall’idea della letteratura. Potremmo definirle così: grandi opere che, invece di favorire lo sviluppo (estetico, formale, intellettuale), lo ritardano; e tutto ciò in virtù del loro status di pietre miliari. Un altro punto è che molti lettori di Rimbaud si fermano lì, al poeta di Charleville, credendo che questi sia l’espressione più alta della poesia tutta. Sto generalizzando, ma non è acrimonia la mia; è un semplice dato di osservazione.
Se alcuni libri superano la prova del fuoco dell’adolescenza, be’, c’è qualcosa che non va; e non necessariamente nei libri in questione – anzi.

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         Quattro anni fa, forse cinque, mi imbattei in Viaggio in Abissinia e nell’Harar, epistolario africano di Rimbaud edito da Mondadori. Quattro euro. Lo acquistai – quantomeno per la curiosità. Avevo una ragazza, in quei giorni, dedita al culto del poeta-veggente. Immediatamente guardò con sospetto questo piccolo volume. “Rimbaud è ufficialmente morto,” mi disse, “dopo essersi imbarcato per l’Africa. Una volta messo piede sulla nave ha smesso di esistere. Come poeta, ma anche come uomo.” Si riferiva, con quest’ultima affermazione, alle voci sul Rimbaud trafficante e mercante di schiavi, al colonialista ossessionato dall’oro e dalla ricchezza.

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           Come scoprii più tardi, era proprio questo il Rimbaud più ispirato. Il cinico avventuriero che scrive lettere illuminanti sulla riproduzione degli struzzi sotto una luna di polvere; che osserva gli indigeni mingere guardando le nuvole, spaventati dal loro stesso sesso.
Cito dalla quarta di copertina: Rimbaud abbandona la poesia per un nuovo linguaggio, una lettura, odeporica ed epistolare, tutta sua: reportages, relazioni, corrispondenze da inviato speciale.

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             In queste lettere scompare quasi del tutto l’evocazione lirica; gettato via il bastone da rabdomante, Rimbaud compila un accurato e profondamente erudito studio etnologico – per quanto, intendiamoci, possa essere accurato questo in uno spazio di poche pagine; ma, come canta Neil Young, there’s more to the picture / than meets the eye. E tutto sottintende uno studio approfondito del territorio, delle usanze delle popolazioni locali e delle locali religioni. Non solo; Rimbaud era un profondo conoscitore del Corano (a cui si approcciò ai tempi della giovinezza francese) e non mancava di tenere, in quelle latitudini, conferenze su di esso.

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                 Una sera, complice un mix di cocaina e superalcolici, le lettere africane di Rimbaud furono motivo di grave discussione con quella mia ragazza di allora. Eravamo in un locale del Pigneto – o di San Lorenzo, adesso non ricordo bene; tutte le notti erano uguali – e io elogiai pubblicamente, cioè con i nostri amici di quei tempi, l’epistolario in questione. Nessuno di loro aveva mai letto quelle lettere; dunque nessuno mi smentì. Ci fu un tiepido assenso generale. Pronti già a parlare di altro, la mia ragazza ritornò sull’argomento.
“Giuro, Gabriele, che questa da te non me l’aspettavo.”
La guardai nelle pupille dilatate identiche alle mie.
“Cosa?” domandai fingendo di non capire.
Stavo per ripetere cosa un’altra volta, incalzando, ma il suo schiaffo mi interruppe. Si alzò di scatto; se ne andò in bagno per ritornare, due minuti dopo, ancora più furiosa. Poco mancò che rovesciasse il tavolo. L’assioma era questo. Io apprezzavo le lettere di Rimbaud scritte nel periodo colonialista  e però non apprezzavo granché la fase giovanile, quella cioè dell’idealismo e della purezza (disse proprio così, idealismo e purezza); tutto ciò a suo dire dimostrava, oltre che una scarsa considerazione della materia poetica, anche un mio appoggio alle idee ai mezzi e agli scopi dell’ormai corrotto Rimbaud adulto. Da qui il motivo della sua furia. “Ti credevo diverso,” disse a conclusione dell’arringa. Ero stupito che qualcuno potesse prendere così sul serio un apprezzamento letterario – incapace di scindere questo dalle idee di un autore, dalle proprie idee e dalle idee dell’altro, dalla realtà dei fatti.
Ci cacciarono dal locale e la discussione continuò sul marciapiede. Ero, nello stesso momento, divertito e incredulo; e certo rattristato, perché tenevo a quella relazione e l’evolversi delle cose era evidente, lapalissiano. Ma qui si parla già di altro.

 Gabriele Galloni

Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Slittamenti, edita da Augh! Edizioni 2017, con una nota di Antonio Veneziani, nel 2018 con RP Libri In che luce cadranno, nella sezione L’anello di Möbius, Creatura Breve (Ensemble), e una silloge di racconti, Sonno giapponese, uscita nel 2019 per Italic Pequod. Suoi testi sono apparsi sulle maggiori riviste letterarie italiane, come “Nazione Indiana”, “clanDestino”, “Poetarum Silva” etc. (ndr: cliccando sui titoli delle opere, sarete rimandati alle schede dei libri)

Sonno giapponese

Leggi il nostro commento a Creatura breve cliccando su questo link

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Alchimia del verbo
ALCHIMIE DU VERBE 

Lo sposo infernale
L’Epoux infernal

A me. La storia di una delle mie follie.

Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo ridicole le celebrità della pit- tura e della poesia moderna.

Mi piacevano i dipinti idioti, sovrapporte, addobbi, tele da saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuorimoda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle nostre bisavole, racconti di fate, libretti per bambini, vecchie opere, semplici ritornelli, ritmi ingenui.

Sognavo crociate, spedizioni di cui non esistono relazioni, repubbliche senza storia, guerre di religione re- presse, rivoluzioni dei costumi, spostamenti di razze e continenti: credevo a tutti gli incantesimi.

Inventai il colore delle vocali! – A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. – Regolai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai d’inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Riservavo la traduzione.

 Fu all’inizio uno studio. Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini.

Lontano dagli uccelli, dai greggi, dalle contadine,
Che mai bevevo, in ginocchio in quella brughiera
Circondata da teneri boschetti di noccioli,
In una foschia pomeridiana tiepida e verde?
Che mai potevo bere in quella giovane Oise,
– Olmi senza voce, erba senza fiori, cielo coperto! –
– Bere a quelle zucche gialle, lontano dalla mia cara
Capanna? Qualche liquore d’oro che fa sudare.
Facevo una losca insegna di locanda.
– Un temporale venne a scacciare il cielo. A sera
L’acqua dei boschi si perdeva sulle sabbie vergini,
Il vento di Dio gettava ghiaccioli agli stagni;
Piangevo, e vedevo oro, – e non potevo bere. –
Alle quattro del mattino, d’estate,
Il sonno d’amore dura ancora.
Sotto i boschetti svapora
L’odore della sera di festa.
Laggiù, nel loro vasto cantiere
Al sole delle Esperidi,
Già si agitano – scamiciati –
I Carpentieri.
Nei loro Deserti di muschio, tranquilli,
Preparano i pannelli preziosi
Su cui la città
Dipingerà cieli falsi.
Oh, per questi Operai affascinanti,
Sudditi di un re di Babilonia,
Venere! lascia un istante gli Amanti
Che hanno l’anima incoronata.
Oh Regina dei Pastori,
Porta ai lavoratori l’acquavite,
Perché le loro forze si rilassino
Mentre aspettano il bagno in mare a mezzogiorno.

Amai il deserto, i frutteti bruciati, le botteghe avvizzite, le bevande intiepidite. Mi trascinavo per vicoli puzzolenti e, chiusi gli occhi, mi offrivo al sole, dio di fuoco.

“Generale, se rimane un vecchio cannone sui tuoi bastioni in rovina, bombardaci con blocchi di terra sec- ca. Sugli specchi di splendidi negozi! nei salotti! Fa’ che la città mangi la sua polvere. Ossida le grondaie. Riempi i boudoirs di polvere di rubino rovente…”

 Oh! il moscerino inebriato al pisciatoio della locanda, innamorato della borragine, e che un raggio dissolve!

Fame
Se ho fame, è soltanto
Di terra e di pietre.
Mi nutro sempre d’aria,
Di roccia, di carbone, di ferro.
Fami mie, girate. Brucate, fami,
Il prato dei suoni.
Succhiate il gaio veleno
Dei convolvoli.
Mangiate i sassi spaccati
Le vecchie pietre di chiese;
I ciottoli dei vecchi diluvi,
Pani sparsi nelle valli grige.

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Il lupo urlava tra le foglie
Sputando le belle piume
Del suo pasto di pollame:
Come lui io mi consumo.
L’insalata, la frutta
Aspettano solo d’esser colte;
Ma il ragno della siepe
Non mangia che violette.
Che io dorma! che bollisca
Sugli altari di Salomone.
Il brodo corre sulla ruggine,
E si mischia col Cedrone.

Infine, o felicità, o ragione, scostai dal cielo l’azzurro, che è un nero, e vissi, scintilla d’oro della luce natura. Della gioia, assumevo un’espressione quanto più buffonesca e smarrita possibile:

È ritrovata!
Che cosa? L’eternità.
È  il mare che si fonde
Col sole.
Anima mia eterna,
Osserva il tuo volto
Malgrado la notte sola
E il giorno in fiamme.
Dunque ti divincoli
Da umani suffragi,
Da comuni slanci
Tu voli a seconda…
– Mai la speranza.
Nessun orietur
Scienza e pazienza,
Il supplizio è certo.
Mai più un domani,
Braci di raso,
Il vostro ardore
È il dovere.
È ritrovata!
– Che cosa? – L’Eternità.
È il mare che si fonde
Col sole.

Divenni un’opera favolosa: vidi che tutti gli esseri hanno un destino di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sprecare una qualche forza, uno snervamento. La morale è la debolezza del cervello.

Ad ogni essere mi sembravano dovute molte altre vite. Quel signore non sa quel che fa: è un angelo. Questa famiglia è una covata di cani. Davanti a molti uomini, parlai ad alta voce con un momento di una delle loro altre vite. – Così, amai un porco.

Non ho dimenticato nessuno dei sofismi della follia, – la follia da ricovero: potrei ripeterli tutti, possiedo il sistema.

La mia salute fu minacciata. Veniva il terrore. Piombavo in sonni di giorni e giorni, e, alzato, continua- vo i sogni più tristi. Ero maturo per il trapasso, e lungo una strada di pericoli la mia debolezza mi conduceva ai confini del mondo e della Cimmeria, patria d’ombra e di vortici.

Dovetti viaggiare, distrarre gli incantesimi adunati sul mio cervello. Sul mare, che ho amato come se avesse dovuto lavarmi da qualche sozzura, vedevo levarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dal- l’arcobaleno. La Felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio tarlo: la mia vita sarebbe sempre troppo immensa per essere consacrata alla forza e alla bellezza.

La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi avvertiva al canto del gallo – ad matutinum, al Christus ve- nit, – nelle città più oscure.

O stagioni, o castelli!
C’è anima senza difetti?
Ho fatto il magico studio
Della felicità, cui nessuno sfugge.
Salute a lei, ogni volta
Che il gallo celtico canta.
Ah! non avrò più desideri:
si prende cura della mia vita.
Quest’incanto ha preso anima e corpo
E disperso gli sforzi.
O stagioni, o castelli!
L’ora della sua fuga, ahimè!
Sarà l’ora del trapasso.
O stagioni, o castelli!

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Questo è accaduto. Oggi io so salutare la bellezza.

5 – continua

Leggi gli articoli precedenti dedicati a Una stagione all’inferno di Rimbaud cliccando sui seguenti titoli:

1 – Mage ou ange, Arthur Rimbaud dall’inferno alla vita a cura di Angelo Favaro, critico letterario e docente universitariodi letteratura

2 – Cattivo sangue – Pane, fuoco e profezia. Appunti su Rimbaud a cura di Mattia Tarantino, poeta

3 – Notte dell’inferno  a cura di Ornella Donna, critico letterario

4. Deliri – Vergine folle a cura di Daniele Sannipoli, scrittore

Slittamenti

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