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Opere

Cattivo sangue

a cura di Mattia Tarantino

Pane, fuoco e profezia.
Appunti su A. Rimbaud

a cura di Mattia Tarantino 

Nei nostri più antichi alfabeti il grafema delle vocali era un’assenza esatta; la soglia flessibile del suono. Solo i poeti sapevano quale fosse la vocale; solo i poeti sapevano orientarla, darle Oriente cioè; spostarla a destra. La destra, il margine del futuro; il verso della scrittura. Custodi del verso delle cose, i poeti erano profeti. Rimbaud, più tardi, fu invece veggente. Aveva visto per non vedere più, per trovare il termine onesto della creazione.

Cattivo sangue. Captivus sanguis, direbbe Virgilio: il sangue prigioniero, il sangue abbattuto. Le società dell’orecchio e della lingua erano ormai società dell’occhio e della mano. L’alef, frammentata nel suono e solo ascoltabile, traccia irrivelata della verità, poteva essere trovata, ora, soltanto vedendo. Così Rimbaud, dei suoi antenati galli, prende l’occhio biancazzurro. In lui discendevano la loro idolatria; i loro vizi; la loro inezia. Nato dalla corruzione, cerca di diventare intatto. A tratti è santo, inviolabile; a tratti meschino. In lui desiderio, bisogno e capriccio si fondono, si aggrovigliano fino a formare l’elemento irriducibile dell’esistenza. Esistenza mai necessaria, esistenza che è l’eccesso dell’opera. Tutto ciò che la parola non contiene; che il suono, quindi, non può restituire al mondo, è la poesia: Rimbaud la affida all’invisibile, a una lingua cava che solo i profeti e i banditi sono in grado di comprendere, e spesso prima che venga pronunciata.

Dans quel sang marcher? si chiede Rimbaud: In quale sangue avanzare?

La libertà non è nella scelta, ma nella salvezza. Una salvezza fatta di sangue e croci, di deserto e templi. Lontano dalle fumerie ma nel tabacco; lontano dalle osterie ma nei liquori forti: è la santità del negro e del metallo. La scienza ha portato i popoli lontano dai numeri; elegia dello spirito, magnifica tensione alla chiarezza. In una lotta violentissima tra la furia e la pace, Rimbaud affida alla Daleth, ד, l’inizio del suo sangue cattivo: “Des…”. Ma la Daleth, lo sappiamo, è inseparabile dalla Ghimel: l’una la povertà, l’altra la compensazione: è la chimica della misericordia. Per stare al-di-là del mondo è necessario assaltarlo. Per assaltarlo è necessario rinunciarvi: Rimbaud castra gli angeli, li impicca alle sue vene; se ne commuove e poi ride di gusto.

È negro, il veggente, e tutt’altro che maledetto: cerca una gioia intatta nel premito e nel primigenio; torna alla danza. Il mondo va avanti, dice, ed è piuttosto necessario svoltare. Non andare avanti, ma andare oltre; sul fondo informe e inaccessibile delle cose. La danza è il fremito della visione, l’allegria dei morti: ὀ μἠ χορεὐει, το γενὀμενον ἀγνοεῖ, chi non danza, ignora quel che accade; è il latrato di un Cristo gnostico ad affermarlo.

Rimbaud non ci lascia eredità. Rimbaud è compiuto: ha tracciato il perimetro del cerchio. Nella retta punto segue a punto; tutto succede. Nel cerchio, è il qui-e-ora che domina le  regole. È un verdetto, quello di Rimbaud; un comando all’avvenire: ha proclamato, nel sangue, l’era del gerundio permanente.

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; collabora come traduttore con Iris News – Rivista internazionale di poesia. Fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria e di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019).

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Cattivo Sangue

Mauvais sang

Dei miei antenati Galli ho l’occhio biancazzurro, il cervello stretto, e la goffaggine nella lotta. Trovo il mio modo di vestire barbaro quanto il loro. Ma non mi ungo di burro i capelli.

   I Galli erano gli scorticatori di bestie, i bruciatori d’erba più inetti del loro tempo.

   Di loro, ho: l’idolatria e l’amore del sacrilegio; – oh! tutti i vizi, ira, lussuria, – magnifica , la lussuria; – soprattutto menzogna e pigrizia.

   Ho orrore di tutti i mestieri. Padroni e operai, tutti bifolchi, ignobili. La mano da penna vale la mano da aratro. – Che secolo di mani! – Io non avrò mai la mia mano. Dopo, la domesticità porta troppo lontano. L’onestà della mendicità mi abbatte. I criminali sono disgustosi come castrati: io, sono intatto, e mi è in- differente.

   Ma! Chi ha reso la mia lingua tanto perfida, da guidare e tutelare finora la mia pigrizia? Senza servirvi per vivere nemmeno del mio corpo, e più ozioso di un rospo, ho vissuto ovunque. Non una famiglia in Europa che io non conosca. – Famiglie come la mia, intendo, che devono tutto alla Dichiarazione dei Di- Diritti dell’Uomo. – Ho conosciuto tutti i figli di famiglia!

  II.

  Se almeno avessi degli antecedenti in un punto qualsiasi della storia di Francia!

   Ma no, niente.

   Mi è proprio evidente che sono sempre stato di razza inferiore. Non posso comprendere la rivolta. La mia razza non si è mai ribellata se non per predare: come i lupi con l’animale che non hanno ucciso.

   Mi ricordo la storia della Francia figlia primogenita della Chiesa. Avrei fatto, becero, il viaggio in terra santa; ho nella testa strade nelle pianure sveve, vedute di Bisanzio, bastioni di Solima; il culto di Maria, l’intenerimento sul crocifisso si destano in me fra mille fantasmagorie profane. – Sono seduto, lebbroso, sui vasi rotti e le ortiche, ai piedi di un muro corroso dal sole. – Più tardi, raitro, avrei bivaccato nelle notti germaniche.

   Ah! ancora: ballo il sabbah in una rossa radura, con vecchie e bambini.

   I miei ricordi non vanno più in là di questa terra e del cristianesimo. Non finirei mai di rivedermi in quel passato. Ma sempre solo; senza famiglia; anzi, che lingua parlavo? Non mi vedo mai nei consigli di Cristo; e neanche nei consigli dei Signori, – rappresentanti di Cristo.

   Che cos’ero nel secolo scorso: mi ritrovo soltanto oggi. Non più vagabondi, non più guerre vaghe. La razza inferiore ha ricoperto tutto – il popolo, come si dice, la ragione; la nazione e la scienza.

   Oh! la scienza! È stato ripreso tutto. Per il corpo e per l’anima, – il viatico -, ci sono la medicina e la filosofia, – i rimedi da donnette e le canzoni popolari riadattate. E i divertimenti dei principi e i giochi che loro proibivano! Geografia, cosmografia, meccanica, chimica!…

La scienza, la nuova nobiltà! Il progresso. Il mondo cammina! Perché non dovrebbe svoltare?

   E’ la visione dei numeri. Andiamo verso lo Spirito. E’ sicurissimo, è oracolo, quel che dico. Io capisco, e non riuscendo a spiegarmi senza parole pagane, vorrei tacere.

III.

   Il sangue pagano ritorna! Lo Spirito è vicino, perché Cristo non mi aiuta, donando alla mia anima nobiltà e libertà. Ahimè! il Vangelo è passato! il Vangelo! il Vangelo.

   Aspetto Dio con ingordigia. Sono di razza inferiore dall’eternità.

Eccomi sulla spiaggia armoricana. S’illuminino le città nella sera. La mia giornata è compiuta; lascio l’Europa. L’aria marina mi brucerà i polmoni; i climi sperduti mi abbronzeranno. Nuotare, pestare l’erba, cacciare, fumare soprattutto; bere liquori forti come metallo bollente, – come facevano quei cari antenati attorno ai fuochi.

   Ritornerò, con membra di ferro, la pelle scura, l’occhio furente: dalla mia maschera, mi giudicheranno di razza forte. Avrò dell’oro: sarò ozioso e brutale. Le donne hanno cura di questi infermi feroci reduci dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo.

   Ora sono maledetto. Ho orrore della patria. Il meglio, è un bel sonno ubriaco, sul greto.

   Non si parte. – Riprendiamo le strade di qui, curvo sotto il mio vizio, il vizio che ha affondato al mio fianco le sue radici di sofferenza, fin dall’età della ragione – che sale al cielo, mi colpisce, mi abbatte, mi trascina.

   L’ultima innocenza e l’ultima timidezza. E’ detto. Non portare al mondo i miei disgusti e i miei tradimenti.

   Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, la noia e la collera.

   A chi offrirmi? Quale bestia bisogna adorare? Quale santa immagine aggredire? Quali cuori spezzerò? Quale menzogna pronunciare? – In che sangue avanzare?

   Piuttosto, guardarsi dalla giustizia. – La vita dura, l’abbrutimento semplice, – sollevare, il pugno rinsecchito, il coperchio della bara, sedersi, soffocare. Così niente vecchiaia, niente pericoli: il terrore non è francese.

   – Ah! sono così derelitto che offro a qualsiasi immagine divina slanci verso la perfezione.

   O mia abnegazione, o mia meravigliosa carità! quaggiù, comunque!

   De profundis Domine, quanto sono stupido!

   Ancora bambino, ammiravo il forzato intrattabile sui cui si richiude sempre l’ergastolo; visitavo le locande e le camere ammobiliate che egli avrebbe potuto consacrare soggiornandovi; vedevo con la sua idea il cielo blu e il lavoro fiorito della campagna; fiutavo la sua fatalità nelle città. Aveva più forza di un santo, più buonsenso di un viaggiatore – e sé, sé soltanto! a testimone della sua gloria e della sua ragione.

   Per le strade, nelle notti d’inverno, senza dimora, senza vestiti, senza pane, una voce mi stringeva il cuore gelato: “Eccoti, è la forza. Non sai né dove vai né perché vai, entra dappertutto, rispondi a tutto. Non ti ammazzeranno più che se fossi cadavere.” Al mattino avevo lo sguardo così sperduto e il contegno così smorto, che quelli che ho incontrato forse non mi hanno visto.

   Nelle città il fango all’improvviso mi appariva rosso e nero, come uno specchio quando la lampada circola nella stanza vicina, come un tesoro nella foresta! Buona fortuna, gridavo, e vedevo un mare di fiamme e di fumo in cielo; e, a sinistra, e destra, tutte le ricchezze avvampare come un miliardo di tuoni.

   Ma l’orgia e la complicità delle donne mi erano proibite. Non un compagno. Mi vedevo davanti a una folla esasperata, di fronte al plotone d’esecuzione, piangere per la sventura che non avessero potuto ca- pire, e perdonare! – Come Giovanna d’Arco! – “Preti, professori, maestri, vi sbagliate a consegnarmi alla giustizia. Non sono mai stato di questo popolo; non sono mai stato cristiano; io sono della razza che cantava nel supplizio; non comprendo le leggi; non ho senso morale, sono un bruto: vi sbagliate…”

   Sì, ho gli occhi chiusi alla vostra luce. Sono una bestia, un negro. Ma posso essere salvato. Voi siete dei falsi negri, voi maniaci, feroci, avari. Mercante, sei negro; magistrato, sei negro; generale, sei negro; imperatore, vecchia prurigine, sei negro; hai bevuto un liquore non tassato, della fabbrica di Satana. – Questo popolo è ispirato dalla febbre e dal cancro. Infermi e vecchi sono talmente rispettabili da chiede- re di essere bolliti. La cosa più furba è lasciare questo continente, dove la follia si aggira per fornire ostaggi a questi miserabili. Entro nel vero regno dei figli di Cam.

   Conosco ancora la natura? mi conosco? – Basta con le parole. Seppellisco i morti nel mio ventre. Grida, tamburo, danza, danza, danza, danza! Non vedo nemmeno il momento in cui, allo sbarco dei bianchi, cadrò nel nulla.

   Fame, sete, grida, danza, danza, danza, danza!

   I bianchi sbarcano! Il cannone! Bisogna sottomettersi al battesimo, vestirsi, lavorare.

   Ho ricevuto al cuore il colpo di grazia. Ah! non l’avevo previsto!

   Non ho mai fatto del male. I giorni mi saranno leggeri, il pentimento mi sarà risparmiato. Non avrò avuto i tormenti dell’anima quasi morta al bene, dove risale la luce severa come i ceri funebri. La sorte del figlio di buona famiglia, bara prematura coperta di limpide lacrime. Senza dubbio la dissolutezza è stupida, il vizio è stupido; bisogna gettare via il marciume. Ma l’orologio non sarà arrivato a suonare soltanto l’ora del puro dolore! Sarò rapito come un fanciullo, per giocare in paradiso nell’oblio di ogni sventura!

   Presto! ci sono altre vite? – Il sonno nella ricchezza è impossibile. La ricchezza è sempre stata un bene pubblico. Solo l’amore divino concede le chiavi della scienza. Vedo che la natura non è che uno spettacolo di bontà. Addio chimere, ideali, errori.

   Il canto ragionevole degli angeli si innalza dalla nave salvatrice: è l’amore divino. – Due amori! Io posso morire di amore terrestre, morire di dedizione.   Ho abbandonato anime la cui pena aumenterà per la mia partenza! Voi scegliete fra i naufraghi; quelli che restano non sono amici miei?

   Salvateli!

   Mi è nata la ragione. Il mondo è buono. Benedirò la vita. Amerò i miei fratelli. Non sono più promesse infantili. Né la speranza di sfuggire alla vecchiaia e alla morte. Dio fa la mia forza, e io lodo Dio.

  VII.

   La noia non è più il mio amore. Le rabbie, le dissolutezze, la follia, di cui conosco tutti gli slanci e i disastri, – tutto il mio fardello è deposto. Apprezziamo senza vertigine la vastità della mia innocenza.

   Non sarei più capace di chiedere il conforto di una bastonata. Non mi credo imbarcato a nozze con Gesù Cristo per suocero.

   Non sono prigioniero della mia ragione. Ho detto: Dio. Voglio la libertà nella salvezza: come ottenerla? I gusti frivoli mi hanno abbandonato. Niente più bisogni di devozione né di amore divino. Non rimpiango il secolo dei cuori sensibili. Ognuno ha la propria ragione, disprezzo e carità: prenoto il mio posto in cima a quest’angelica scala di buon senso.

   Quanto alla felicità prestabilita, domestica o no… no, non posso. Sono troppo dissipato, troppo debole. La vita fiorisce grazie al lavoro, vecchia verità: per me, la mia vita non è abbastanza pesante, s’invola e fluttua lontano al di sopra dell’azione, questo caro punto del mondo.

   Come divento zitella, a non avere il coraggio di amare la morte!

   Se Dio mi accordasse la calma celeste, aerea, la preghiera, – come gli antichi santi. – I santi! dei forti! gli anacoreti, artisti come non ne servono più!

   Farsa continua! La mia innocenza potrebbe farmi piangere. La vita è la farsa che dobbiamo tutti recitare.

VIII.

   Basta! ecco la punizione! – In marcia!

   Ah! i polmoni bruciano, le tempie rombano! la notte rotola nei miei occhi, con questo sole! il cuore… le membra…

   Dove si va? a combattere? Sono debole! gli altri avanzano. Gli arnesi, le armi… il tempo!…

   Fuoco! Fuoco su di me! Qui! o mi arrendo. – Vigliacchi! – Mi ammazzo! Mi butto fra le zampe dei cavalli!

   Ah!…

   – Mi ci abituerò.

   Sarebbe la vita francese, il sentiero dell’onore!

3 – continua

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