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Opere

Deliri – Vergine folle

a cura di Daniele Sannipoli

Deliri – Vergine folle

Erotismo e sacralità: il silenzio di Dio nell’inferno di Arthur Rimbaud

In Rimbaud la volontà di potenza, la forza creatrice della parola poetica, è impulso estenuante alla liquefazione: si scioglie il metallo, fuso dalla fiamma feroce che divora il poeta e si scioglie la lingua, stregata dal vino e sfregiata da una verità impossibile da dire. Il mondo è al di là del linguaggio, inafferrabile, cocciutamente inesprimibile, un fiore che preserva intatto il suo segreto di porpora e sangue. In Rimbaud rabbrividisce la vita perché bruciata, sfiancata dalle fiamme gelide di un inferno pericolosamente vicino alle porte del paradiso. L’abiezione, il vento caldo e seducente del delitto, il sorriso sghembo della pazzia sono soltanto il tentativo di dare forma all’istinto violentemente distruttivo che lo anima, il tentativo radicale di ricondurre il mondo ai minimi termini, oltre l’ipocrisia, oltre i drappi labirintici e fangosi di una società che sull’altare dell’apparenza ha sacrificato anche la più nobile delle arti, la poesia. Incapace di trovare un compromesso, frustrato dall’impossibilità di una sintesi pacificata e statica, la calma piatta del mare, Rimbaud sfarina la prosa in bufera e la lingua dei dotti in cenere. La realtà non ha sinonimi, “la vera vita è assente”: vertiginosa e terrestre, divina e infernale, è solo una puttana che sorride a chi ingenuo la scambia per una vergine pura.

Posto significativamente al centro dell’opera, “La vergine folle” apre la sezione dei “Deliri” e lo fa con un dialogo miracolosamente sospeso tra la vergine folle, sottomessa e schiava di una passione indomabile, e lo sposo infernale, amazzonico e dardeggiante nella sua apollinea perfezione e dionisiaca perdizione. Molti hanno visto in questo dialogo una lucida elaborazione della tormentata storia tra Verlaine-vergine folle e Rimbaud-sposo infernale e certo non mancano i riferimenti. Verlaine si innamorò perdutamente di questo giovanissimo ragazzo dagli occhi tanto diafani da sembrare un angelo e tanto arruffato da essere indomabile e non è un mistero che nel momento in cui Rimbaud ruppe il patto d’amore (e cioè nell’istante esatto nel quale Verlaine non poté più riconoscere in lui la sua stessa perfezione), due colpi di pistola misero fine alla loro relazione: Verlaine in carcere, Rimbaud trafficante d’armi prima nel mediterraneo e poi in Africa. Eppure si farebbe torto notevole a Rimbaud nel ridurre un’opera tanto luminosa quanto criptica a puro resoconto biografico: in realtà tutto il dialogo è inverato, attraversato, pulsato, da una disperata ricerca di Dio. Un Dio che non ha i caratteri cristiani del giudizio e della morale, del peccato e del perdono, piuttosto un Dio immanente, ontologicamente umano, un principio di carità soffocato nelle spire del mondo. Lo sposo infernale è Lucifero, l’angelo prediletto, il portatore di luce, scaraventato nel cupo doppiofondo delle cose, là dove scopre, raschiando le profondità del vaso di Pandora, che la speranza sa ancora vibrare nonostante i mali del mondo. Lo sposo infernale è Rimbaud, con il suo “fascino fragile”, la sua “misteriosa delicatezza”, fanciullo adorato, accarezzato, contemplato nelle notti di luna, colui che unico ha saputo formulare e bruciare un desiderio impronunciabile, una musica mai suonata, una parola mai detta: “evadere dalla realtà”. E se è così, se davvero “io è un altro”, allora forse la vergine folle non è solo Verlaine, ma un altro Rimbaud, un frammento della coscienza, la vita che si specchia e che specchiandosi si riconosce. Un altro che non può fare a meno di seguire l’io.

In Rimbaud deflagra la più estrema delle tensioni: la vergine folle, intaccata, inviolata, dannata nel suo cielo smaltato e impenetrabile e lo sposo infernale, l’angelo che ha tradito Dio e che più di tutti ne soffre l’assenza. Ora l’orizzonte forse ultimo di questo apologo non appare poi troppo distante: se Dio è morto (e lo è davvero nell’inferno umano, troppo umano, di Rimbaud) e se soprattutto di Dio non si può fare a meno, se l’uomo può fare “dell’infamia una gloria, della crudeltà un’attrattiva”, l’unica salvezza al disgregarsi del mondo è un uomo fatto divino: “possedere la verità in un’anima e in un corpo”. Ecco il punto: arrivato al fondo della vertigine delle cose, Rimbaud scopre che solo in lui può vivere Dio e nella volontà di carità che lo anima riconosce il peso disperato dell’infinita libertà che vuole arrogarsi. È la vergine folle ad ammonirlo: “in nessuna altra anima ci sarebbe abbastanza forza, – forza di disperazione!- per sopportare la carità”. Detto altrimenti, delirato da se stesso, Rimbaud si scopre dostoevskijanamente idiota: sa cioè che se Dio ama l’umanità di un amore incondizionato e astratto, in fondo non fa altro che amare, davvero, solo se stesso. O forse Rimbaud che – non va dimenticato – ha solo diciannove anni, non ha ancora capito che la vita non conosce purezza alcuna. E magari sarà proprio per questo che deciderà di abbandonare la Francia e l’Europa e vivere in Africa: alla ricerca di una vita incorrotta, di una purezza incontaminata. Perché Rimbaud più di tutti sa piangere per la vita miserabile dell’uomo e perché lui più di ogni altro ha provato a distillare una lingua “dell’anima per l’anima”, che sappia farsi carico “dell’umanità e perfino degli animali”: compito titanico sulle spalle di un bambino. Un miracolo che ancora oggi splende, circonfuso di luce, nel mistico silenzio della sua semitrasparente prosa.

Daniele Sannipoli è nato a Gubbio nel 1996. Diploma classico, frequenta attualmente il quinto anno del corso di laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Padova. Ha ricevuto nel 2015 il premio “Alfiere del Lavoro” dal presidente Mattarella e nello stesso anno si classifica terzo alle Olimpiadi nazionali delle Lingue classiche. Sue prose e poesie sono apparse in diverse antologie e ha pubblicato il romanzo breve “A tua immagine e dissomiglianza” (LunaNera, 2019).

Leggi le recensioni di A tua immagine e dissomiglianza di Daniele Sannipoli cliccando su questo link

Immagine di cover: Edvard Munch, Gelosia (1896)

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Deliri – Vergine folle

Délires

I 

VERGINE FOLLE

VIERGE FOLLE

Lo sposo infernale

L’Epoux infernal

 Ascoltiamo la confessione di un compagno d’inferno:

   “O divino Sposo, mio Signore, non rifiutate la confessione della più triste fra le vostre serve. Sono perduta. Sono ubriaca. Sono impura. Che vita!

   “Perdono, divino Signore, perdono! Ah! perdono! Quante lacrime! E quante lacrime ancor più tardi, spero!

   “Più tardi conoscerò il divino Sposo! Sono nata sottomessa a lui. – L’altro mi picchi adesso!

   “Per ora, sono in fondo al mondo! O amiche mie!… no, amiche mie no… Mai deliri né torture simili… Che idiozia!

   “Ah! soffro, grido. Soffro veramente. Eppure tutto mi è permesso, carica del disprezzo dei cuori più spregevoli.

   “Insomma, facciamo questa confidenza, salvo ripeterla altre venti volte, – altrettanto squallida, altrettanto insignificante!

   “Sono schiava dello Sposo infernale, quello che ha dannato le vergini folli. E’ proprio quel demonio. Non è uno spettro, non è un fantasma. Ma io che ho perso il senno, io che sono dannata e morta per il mondo, – non mi uccide- ranno! – Come descriverlo? Non so neanche più parlare. Sono in lutto, piango, ho paura. Un po’ di refrigerio, Signore, se non vi dispiace, se davvero non vi dispiace!

   “Sono vedova… – Ero vedova… – ma sì, sono stata davvero seria un tempo, e non sono nata per diventare scheletro!… Lui era quasi un bambino… Le sue delicatezze misteriose mi avevano sedotta. Ho dimenticato tutto il mio do- vere umano per seguirlo. Che vita! La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo. Io vado dove va lui, è necessario. E spesso s’infuria contro di me! me, la povera anima. Il Demonio! – E’ un Demonio, sapete, non è un uomo.

   “Lui dice: “Non amo le donne. L’amore va reinventato, si sa. Loro non possono che aspirare a una posizione sicura. Raggiunta la posizione, cuore e bellezza vengono messi da parte: resta solo un freddo disprezzo, alimento del matrimonio, oggi. Oppure vedo donne con i segni della felicità, delle quali, io, avrei potuto fare buone compagne, di- vorate subito da bruti sensibili come roghi…”

   “L’ascolto mentre fa dell’infamia una gloria, della crudeltà un incanto. “Sono di razza lontana: i miei padri erano Scandinavi: si trafiggevano il costato, bevevano il proprio sangue. – Mi farò tagli in tutto il corpo, mi tatuerò, voglio diventare orrendo come un Mongolo: vedrai, urlerò per le strade. Voglio proprio diventare pazzo di rabbia. Non mostrarmi mai gioielli, striscerei e mi contorcerei sul tappeto. La mia ricchezza, la vorrei macchiata di sangue dappertutto. Non lavorerò mai…” Molte notti, quando il suo demone mi avvinghiava, ci rotolavamo, lottavo con lui! – Le notti, spesso, ubriaco, si apposta per le strade o nelle case, per spaventarmi a morte. – “Mi taglieranno il collo davvero; sarà disgustoso”. Oh! quei giorni in cui vuol camminare con l’aria del delitto!

   “A volte parla, in una sorta di tenero dialetto, della morte che fa pentire, degli infelici che sicuramente esistono, dei lavori penosi, delle partenze che straziano i cuori. Nelle bettole in cui ci ubriacavamo, piangeva considerando quelli che ci stavano intorno bestiame della miseria. Rialzava gli ubriachi nelle strade nere. Aveva la pietà di una madre cattiva per i bambini piccoli. – Andava in giro con la grazia di una fanciullina al catechismo. – Fingeva di es- sere informato su tutto, commercio, arte, medicina. – Io lo seguivo, dovevo!

“Vedevo tutto lo scenario di cui, mentalmente, si circondava; vestiti, stoffe, mobili: gli attribuivo armi, un altro aspetto. Vedevo tutto ciò che lo riguardava, come avrebbe voluto crearlo per sé. Quando mi sembrava che avesse lo spirito inerte, lo seguivo, io, in azioni strane e complicate, lontano, buone o cattive: ero sicura di non entrare mai nel suo mondo. Accanto al suo caro corpo addormentato, quante ore della notte ho vegliato, chiedendomi perché volesse tanto evadere dalla realtà. Mai nessun uomo ebbe un simile desiderio. Riconoscevo, – senza temere per lui, – che poteva rappresentare un serio pericolo per la società. – Ha forse qualche segreto per cambiare la vita? No, non fa che cercarne, mi rispondevo. Insomma la sua carità è stregata, e io ne sono prigioniera. Nessun altra anima avrebbe abbastanza forza, – forza della disperazione! – per sopportarla, – per essere protetta e amata da lui. Del resto, non me lo figuravo con un’altra anima: si vede il proprio Angelo, mai l’Angelo di un altro, – credo. Ero nella sua anima come in un palazzo che è stato svuotato per non vedere una persona poco nobile come te: ecco tutto. Ahimè! dipendevo proprio da lui. Ma che voleva con la mia esistenza squallida e vile? Non mi rendeva migliore, anche se non mi faceva morire! Tristemente stizzita, qualche volta gli dissi: “Ti capisco”. Lui alzava le spalle.

   “Così, dato che la mia pena si rinnovava di continuo, e mi trovavo più smarrita ai miei occhi, – come a tutti quegli occhi che avessero voluto fissarmi, se non fossi stata condannata per sempre all’oblio di tutti! – avevo sempre più fame della sua bontà. Con i suoi baci e i suoi amplessi amici, era davvero un cielo, un cielo cupo, quello in cui entravo, e dove avrei voluto essere lasciata, povera, sorda, muta, cieca. Mi ci stavo già abituando. Vedevo noi co- come due bravi bambini, liberi di vagare nel Paradiso di tristezza. Ci mettevamo d’accordo. Molto commossi, la- lavoravamo insieme. Ma dopo una carezza penetrante mi diceva: “Come ti sembrerà strano, quando io non ci sarò più, quello che hai passato.   Quando non avrai più le mie braccia sotto il collo, né il mio cuore per riposarti, né questa bocca sui tuoi occhi. Perché dovrò andarmene molto lontano, un giorno. E poi bisogna che ne aiuti altri: è il mio dovere. Sebbene non sia molto allettante…, cara anima…” Immediatamente mi prefiguravo, dopo la sua partenza, in preda alla vertigine, precipitato nell’ombra più orrenda: la morte. Gli facevo promettere di non ab- abbandonarmi. L’avrà fatta venti volte, questa promessa d’amante. Era frivolo quanto me quando gli dicevo: “Ti capisco”.

   “Ah! non sono mai stata gelosa di lui. Non mi lascerà, credo. Che farebbe? Non ha conoscenze, non lavorerà mai. Vuole vivere sonnambulo. La sua bontà e la sua carità, da sole, potrebbero dargli diritto al mondo reale? A tratti dimentico la pietà in cui sono caduta: lui mi renderà forte, viaggeremo, andremo a caccia nei deserti, dormi- dormiremo sul selciato di città sconosciute, senza affanni, senza pene. Oppure mi risveglierò, leggi e costumi sa- saranno cambiati, – grazie al suo potere magico, – il mondo, pur rimanendo lo stesso, mi lascerà ai miei desideri, gioie, svogliatezze. Oh! la vita d’avventure che esiste nei libri per bambini, ho sofferto tanto, per ricompensarmi, me la darai? Non può. Ignoro il suo ideale. Mi ha detto di avere rimpianti, speranze: tutte cose che non devono riguardarmi. Parla con Dio? Forse dovrei rivolgermi a Dio. Sono nel più profondo dell’abisso, e non so pregare.

   “Se mi spiegasse le sue tristezze, le capirei meglio delle sue derisioni? Mi attacca, passa ore a farmi vergognare di tutto ciò che al mondo mi commuove, e se piango s’indigna.

   “Vedi quel giovanotto elegante che entra nella bella casa tranquilla: si chiama Duval, Dufour, Armand, Maurice, che so? Una donna si è consacrata all’amore di quel malvagio idiota: è morta, è di certo una santa in cie- lo, adesso. Tu mi farai morire come lui ha fatto morire quella donna. E’ la nostra sorte, noi, cuori caritatevoli…” Ahimè! c’erano giorni in cui ogni uomo che agisse gli parevano zimbelli di deliri grotteschi: rideva   spaventosa- mente, a lungo. – Poi, riprendeva i suoi modi di giovane madre, di amata sorella. Se fosse meno selvaggio, saremmo salvi! Ma anche la sua dolcezza è mortale. Io gli sono sottomessa. – Ah! sono pazza!

   “Un giorno forse lui sparirà meravigliosamente; ma bisogna che lo sappia, se deve risalire a un cielo, che io veda un po’ l’assunzione del mio amichetto!”

   Strano rapporto!

4 – continua

Leggi gli articoli precedenti dedicati a Una stagione all’inferno di Rimbaud cliccando sui seguenti titoli:

1 – Mage ou ange, Arthur Rimbaud dall’inferno alla vita a cura di Angelo Favaro, critico letterario e docente universitariodi letteratura

2 – Cattivo sangue – Pane, fuoco e profezia. Appunti su Rimbaud a cura di Mattia Tarantino, poeta

3 – Notte dell’inferno  a cura di Ornella Donna, critico letterario

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