oppure Registrati
Opere

Filemone e Bauci (da “Le metamorfosi” di Ovidio)

a cura di Redazione i-LIBRI

Il fiume tacque dopo queste parole. Il fatto prodigioso aveva colpito tutti. Il figlio di Issione deride chi ci crede e, sprezzante com’era nei confronti degli dei e d’animo orgoglioso, disse: “Racconti cose inventate, e credi, Acheloo, che gli dei siano troppo potenti, se danno e tolgono le sembianze”.
Rimasero tutti allibiti, e non credettero a tali parole; e prima di tutti Lelege, maturo per animo ed età, così disse: “È immensa la potenza del cielo e non ha limite, e tutto quello che gli dei superni vogliono è fatto. E perché tu dubiti di meno, c’è nei colli frigi una quercia vicino a un tiglio, circondata da un piccolo muro. Io stesso vidi il posto; infatti Pitteo mi mandò nella terra di Pelope, una volta governata da suo padre. Non lontano da lì c’è uno stagno, terra un tempo abitabile, ora paludi abitate da smerghi e folaghe palustri. In questo luogo venne Giove, sotto spoglie mortali, e con il padre venne il nipote di Atlante, portatore del caduceo, deposte le ali. In mille case si accostarono, con la richiesta di un luogo per riposare, mille catenacci chiusero le case. Tuttavia una li accolse, seppur piccola e ricoperta da stoppie e canne palustri. La pia, vecchia Bauci e Filemone, di pari età, si erano uniti negli anni giovanili ed erano invecchiati insieme in quella casa; non cercando di nascondere la povertà e sopportandola serenamente, la resero accettabile. E non importa che tu cerchi dove siano i servi o i padroni in quella dimora: tutta la casa sono loro due, sono loro stessi a obbedire e comandare.
Quando gli dei ebbero toccato la piccola casa e, chinato il capo, passarono per la piccola porta, il vecchio li invitò a riposare le membra, dopo aver indicato una panca, sopra la quale la premurosa Bauci gettò un rozzo tessuto. Poi smosse la cenere tiepida nel focolare e ravvivò il fuoco del giorno prima, lo alimentò con foglie e corteccia secca e lo fece fiammeggiare con il suo fiato di vecchia; portò giù dalla soffitta rami di pino fatti a pezzi e ramaglie secche, li spezzò e li pose sotto un piccolo recipiente di bronzo. E liberò dalle foglie un cavolo, che suo marito aveva raccolto nell’orto irrigato. Con una forca a due punte staccò una spalla di porco affumicata, che pendeva da una trave annerita, e tagliò una fettina dalla spalla un tempo messa da parte e, dopo averla tagliata, la mise a cuocere nell’acqua bollente. Intanto ingannavano il tempo dell’attesa con discorsi, e impedivano che l’attesa fosse imbarazzata.
C’era lì una tinozza di faggio, appesa a un chiodo per il manico ricurvo: è riempita d’acqua tiepida ed accoglie le membra (degli dei) per ristorarle. In mezzo c’è un materasso di morbida ulva, posto su un letto con sponda e piedi di salice. Lo coprono con una coperta, che erano soliti stendere solo nei giorni di festa; ma anche questa coperta era rozza e vecchia, ben adatta al letto di salice. Gli dei vi si accomodarono.
La vecchia prepara la tavola con la veste tirata in su e un po’ tremolando. Ma il terzo piede della tavola era diseguale: un coccio lo livellò. Dopo il tavolo fu messo in piano, venne pulito con la menta fresca.
Qui vengono poste – in vasi di terracotta – le olive, bacche bicolori della vergine Minerva, corniole autunnali conservate nell’aceto, cicoria,  un ravanello, una forma di cacio, uova cotte a fuoco lento nella tiepida cenere.
Poi viene collocato un cratere cesellato del medesimo argento, e coppe fatte di faggio, con le cavità spalmate di cere bionde.
C’è una piccola pausa, i focolari restituiscono pietanze calde e di nuovo vengono portati vini di non eccessiva stagionatura, che vengono accantonati per lasciare posto alla frutta. Ed ecco le noci, i fichi secchi mescolati ai datteri rugosi, le prugne e le mele profumate nei grandi canestri, e le uve raccolte da viti rosseggianti. Nel mezzo c’è un favo candido. Su ogni cosa si aggiunsero i volti sorridenti e una disponibilità né svogliata né limitata. Nel frattempo vedono che il cratere, ogni volta che è stato svuotato, si riempie e il vino sgorga da sé.
Stupiti da questo fenomeno, Bauci e il timido Filemone dimostrano di aver paura e, con le palme rivolte verso l’alto, cominciano a pregare, e chiedono perdono per lo scarso cibo e per non aver preparato nulla.
C’era un’unica oca, custode della piccola capanna, che i padroni si preparavano a sacrificare agli dei ospiti. L’animale li mette a dura prova, perché è veloce d’ali e loro sono lenti per l’età, e li elude a lungo, e infine sembrò che si fosse rifugiata proprio dagli dei. Gli dei vietarono che fosse uccisa, e dissero: “Siamo dei e l’empio vicinato pagherà la giusta punizione. Vi sarà concesso di essere immuni a questo male. Frattanto lasciate la vostra casa, seguite i nostri passi e andate insieme sulla cima del monte”.
I vecchi obbedirono e, appoggiati ai bastoni, si sforzarono di procedere per la lunga salita.
Erano ormai tanto lontani dalla cima quanto un tiro di freccia: si volsero a guardare e videro tutte le altre case sommerse dalla palude, solo la loro abitazione rimase in piedi. E mentre le guardano, mentre compiangono i destini dei loro vicini, quella vecchia casetta, piccola persino per i due padroni, si trasforma in tempio: colonne subentrano ai pali biforcuti, la stoppia del tetto prende riflessi d’oro, e si vede che il tetto è d’oro, le porte cesellate e il pavimento ricoperto di marmo.

Allora con placido volto il figlio di Saturno proferì queste parole: “Dite quello che desiderate, vecchio onesto e tu, donna degna dell’onesto marito”.
Dopo aver confabulato poco con Bauci, Filemone rivela agli dei la risposta condivisa: “Chiediamo di essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio e, poiché siamo vissuti in concordia, la morte giunga insieme per entrambi: possa non vedere mai il sepolcro di mia moglie, né io debba essere seppellito dopo di lei”.
I desideri furono realizzati: (Filemone e Bauci) furono i custodi del tempio, finché vissero. Poi, indeboliti dagli anni e dall’età, mentre per caso si trovavano davanti ai sacri giardini e narravano la storia del luogo, Bauci vide che a Filemone spuntavano alcune foglie, e il più anziano Filemone vide che anche a Bauci spuntavano le foglie. E mentre ormai le fronde d’albero avviluppavano i volti di entrambi, finché fu possibile, si rivolgevano parole di saluto: “Addio coniuge”, dissero insieme, e contemporaneamente il fogliame nascose le loro bocche.
Ancor oggi, in quel luogo, la gente frigia ammira due tronchi vicini, nati dai due corpi. La storia dei vecchi sinceri mi fu narrata e non ho motivo di credere che non sia vera. Del resto io vidi corone di fiori appese ai rami e, collocandone di fresche, dissi: “Gli uomini pii sono cari agli dei e coloro che li hanno onorati sono da essi onorati”.

(Nella foto: Filemone e Bauci di Rubens)

LEGGI COMMENTI ( 1 commento )

Avrò cura di te – i-LIBRI

[…] retta: forse è meglio rileggere insieme, con Ovidio, il mito di Filemone e Bauci (libro VIII delle […]

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati