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Opere

L’impossibile

a cura di Luigi Bianco

L’impossibile

Mi sembra che tentare di scrivere qualsivoglia introduzione, anche (o soprattutto) la meno tradizionale, una nota o un’impressione intorno all’Opera di Rimbaud — mettendo chiaramente da parte gli specialisti — sia esperienza che nella maggior parte dei casi non riesca a cogliere nel segno, quasi del tutto vana o, ancora, controproducente. Che si voglia esprimere emozione, gusto, sensibilità, tenerezza, finanche orrore, disprezzo, apatia, poco o nulla riesce a ricondurre la straordinaria eterogeneità, le caleidoscopiche visioni dell’enfant prodige di Charleville in un unico orizzonte di attesa, nonostante sia quasi sempre questo il solo scopo. E per Rimbaud è un fatto davvero rilevante non solo per la sua specificità letteraria, ma soprattutto perché a investire preliminarmente gli ignari lettori a digiuno dei versi del poeta è quasi sempre anzitutto l’enorme mole di note, commenti, esperienze, miti o trasposizioni filmiche che riguardano il ragazzo e l’uomo Rimbaud e solo marginalmente, o comunque superficialmente, la sua poetica. Infine giunge, ma questo passaggio spesso incide per la minor parte, la sua poesia, spogliata della sua specificità e resa ancella di una vita sregolata, di droga, alcol, eccessi, visioni e violenza fino al silenzio e infine alla morte. Dunque i miti, le supposizioni, la realtà distorta; un ragazzino con gli occhi fantasmatici e la pelle glabra chiara, chiuso in una espressione insondabile, crucciata, calma ma sul punto di esplodere, e una rivoltella stretta nella mano destra alzata sopra la testa — così è raffigurato nella copertina della mia edizione delle Opere.

            Di Rimbaud, dicevamo, si è detto molto, si è scritto molto, si è chiacchierato troppo, si è letto troppo poco, si è riflettuto pochissimo. Un lavoro non semplice per chi si trova a doverlo presentare con le appassionanti ma troppo precise armi della critica: «La pressione (l’oppressione) mitizzante della traditio rimbaldiana è tale e tanto greve che […] il critico sarà costretto a una operazione radicale di igiene mentale» osserva acutamente Ivos Margoni, ponendo l’accento su un’operazione preliminare alla lettura — che, si badi, dovrà svolgere persino il critico per sé — che non può non essere di igiene radicale. Continua più avanti: «[il critico] sarà obbligato, insomma, a leggere Rimbaud […] e non più a leggersi in lui trasfigurato e trionfante, cattolico o marxista, canaglia o angelo, simbolista o surrealista, pederasta o astinente»; obbligato dunque ad abbandonare inizialmente tutti i temi tanto noti, ormai scaduti a cliché, che hanno reso la vulgata rimbaldiana così preminente nel dibattito contemporaneo: quattro o cinque anni di creazioni artistica che coincidono con gli anni della rivolta adolescenziale, dai 15 ai 19-20 anni (dal 1869 al 1874 circa); le ripetute e spettacolari fughe dalla cittadina natale a Parigi, dalla provincia alla città e viceversa in un movimento mai pago; l’amore-ossessione con Verlaine che ne uscirà distrutto moralmente e fisicamente; il rifiuto adolescenziale della società e la parabola poetica interrotta bruscamente nella ricerca ossessiva del guadagno passando per la tratta degli schiavi e il commercio di tabacco; infine la morte prematura a trentasette anni dopo l’amputazione di una gamba per un tumore osseo (particolare, questo, sempre citato con macabra e malcelata eccitazione).

            Ecco allora che il poeta e la poesia appaiono del tutto inesistenti, oscurati da un Rimbaud dissacrante e poetico (lo dicevamo, fra mito e realtà storica) nella cui esaltazione sembra nascondersi ancora una volta tutto il conformismo borghese contemporaneo, che sa nutrirsi, come pure è successo spesso per altri artisti, di fatti contingenti, di accenni biografici banalizzati e sostanzialmente incompresi, ritenuti romanticamente non convenzionali, dunque speciali, artistici, “veri”, finalmente da sostituire in tutto all’atto poietico. Non siamo di fronte a un caso unico: si veda, per fare un breve elenco sommario, la follia del Campana, il dolore e la deformità del Leopardi, la brutalità del Caravaggio, lo stupro della Gentileschi, l’anti-conformismo e la morte violenta del Pasolini, il suicidio spettacolare di un Mishima; tutti fatti che restano sì da osservare con attenzione, ma da utilizzare con estrema cura per giungere a comprendere e contestualizzare la storia dell’individuo-artista, unico modo per apprezzarne la poetica nella sua storicità e specificità. E invece troviamo in essere quasi esclusivamente uno sguardo di fatto sornione, rivolto a queste vite abbastanza distanti da non turbare eccessivamente, che piomba con un sorriso compiaciuto e bonario, comprensivo o scandalizzato e in fondo moralista, ma che cela un gusto insaziabile per il macabro e per l’esotico, per il violento e l’ossessivo. Sembra di ravvisare ancora una volta ciò che è accaduto alla cultura contemporanea che cerca nello spettacolo il suo fine ultimo, ben reso da Giulio Ferroni: «c’è un legame tra l’eccesso di libri e la comunicazione del vuoto, tra l’espansione illimitata della cultura e la sua evaporazione nell’illusione pubblicitaria, nell’insulsaggine spettacolare».

            Rimbaud può e deve essere sottratto alla retorica roboante e spettacolare che tanto riesce ad annacquarlo e a renderlo patetico, e questo può avvenire anzitutto tornando a leggerlo e a studiarlo, a penetrarne gli aspetti più profondi e creativi senza dare spazio a sovrastrutture inutili. Molto c’è da scoprire per cui amare o soffrire, o forseanche da distruggere, da odiare o disprezzare radicalmente, tutto sotto le pagine incrostate e nascoste da una patina oleosa di conformismi, banalizzazioni, passatismi pseudo-critici. E poi muoversi, infine, nella sua biografia libera e liberata, per provare a immergerci nelle sue visioni (come sostiene Etiemble, per Rimbaud «capire, è vedere»), o ancora, per limitarci a qualche tema della Saison qui riprodotta, nel suo disprezzo e rifiuto della civiltà occidentale, del suo peccato («je vois que mes malaises viennent de ne m’être pas figuré assez tôt que nous sommes à l’Occident»), della insensatezza del presente («Et l’ivrognerie! et le tabac! et l’ignorance! et les dévouements! […] Pourquoi un monde moderne, si de pareils poisons s’inventent»); per raffigurarci tragicamente il suo ultimo e fugace rifugio fino al crollo finale («C’est cette minute d’éveil qui m’a donné la vision de la pureté!»; «Suis-je trompé? la charité serait-elle sœur de la mort, pour moi?»). Lasciare tutto da parte, anche la straordinaria precocità, e iniziare la lettura: «la precocità è entità imponderabile […] e fisiologica, da abbandonare quindi alla “nera alchimia” dei biologi, non ai deliri saggistici dei dilettanti» ci indica ancora Margoni, e noi «faremo dunque a Rimbaud l’onore di considerarlo quello che fu, quello che volle essere: uno scrittore cosciente e intelligentissimo».

Luigi Bianco

Luigi Bianco – Fisioterapista «letterato», o letterato dal percorso impervio. Studia, legge e scrive; lavora e frequenta la facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tor Vergata. Collabora con la rivista letteraria Sinestesieonline

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L’impossible

Ah! quella vita della mia infanzia, la strada maestra per ogni tempo, sovrumanamente sobrio, più disinteressato del migliore fra i mendicanti, fiero di non avere né paese, né amici, che sciocchezza era. – E me ne accorgo solo ora!

   – Ho avuto ragione di disprezzare quei brav’uomini che non perderebbero l’occasione di una carezza, parassiti della pulizia e della salute delle nostre donne, oggi che vanno così poco d’accordo con noi.

   Ho avuto ragione in tutti i miei sdegni: perché evado!

   Evado!

   Mi spiego.

   Soltanto ieri, sospiravo: “Cielo! in quanti siamo dannati quaggiù! Quanto tempo ho già passato con questa combriccola! Li conosco tutti. Ci riconosciamo sempre; ci facciamo schifo. La carità ci è sconosciuta. Ma sia- mo educati; le nostre relazioni con il mondo sono molto corrette”. E c’è da stupirsi? Il mondo! i mercanti, gli ingenui! – Noi non siamo disonorati. – Ma gli eletti, come ci accoglierebbero? Ora, c’è gente astiosa e allegra, falsi eletti, perché per avvicinarli abbiamo bisogno di audacia o umiltà. Sono gli unici eletti. Non sono dei benedicenti!

   Avendo ritrovato in me due soldi di ragione – passerà presto! – vedo che il mio malessere deriva dal non essermi figurato per tempo che siamo in Occidente. Le paludi occidentali! Non che io creda alterata la luce, estenuata la forma, stravolto il movimento…   Bene! ecco che il mio spirito vuole assolutamente accollarsi tutti gli sviluppi crudeli che lo spirito ha subito dopo la fine dell’Oriente… Ne ha di pretese, il mio spirito!

   …I miei due soldi di ragione son finiti! – Lo spirito è autorità, vuole che io sia in Occidente. Bisognerebbe farlo tacere per concludere come volevo.

   Mandavo al diavolo le palme dei martiri, i raggi dell’arte, l’orgoglio degli inventori, l’ardore dei predoni; ritornavo all’Oriente e alla saggezza primigenia ed eterna. – Pare che sia un sogno di grossolana pigrizia!

   Eppure, non pensavo molto al piacere di sfuggire alle sofferenze moderne. Non aspiravo alla saggezza bastarda del Corano. – Ma non è forse un supplizio reale il fatto che, dopo questa dichiarazione della scienza, il cristianesimo, l’uomo si reciti, si provi le evidenze, si gonfi di piacere al ripetersi queste prove, e viva soltanto così! Tortura sottile, sciocca; fonte delle mie divagazioni spirituali. La natura potrebbe annoiarsi, forse! Monsieur Prudhomme è nato insieme a Cristo.

   Sarà perché coltiviamo la bruma! Mangiamo la febbre con le nostre verdure acquose. E l’ubriachezza! e il tabacco! e l’ignoranza! e le abnegazioni! – Com’è lontano tutto ciò dal pensiero della saggezza dell’Oriente, la patria primitiva? Perché un mondo moderno, se si inventano simili veleni!

   La gente di Chiesa dirà: Chiaro. Ma tu vuoi parlare dell’Eden. Non c’è niente per te nella storia dei popoli orientali. – È vero; è all’Eden che pensavo! Che può mai essere per il mio sogno, questa purezza delle razze antiche!

   I filosofi: Il mondo non ha età. L’umanità si sposta, semplicemente. Tu sei in Occidente, ma libero di abitare nel tuo Oriente, antico quanto ti occorra, – e di abitarci bene. Non essere un vinto. Filosofi, voi siete del vostro Occidente.

   Spirito mio, in guardia. Niente scelte di salvezza violente. Esercitati! – Ah! la scienza non va abbastanza in fretta per noi!

   – Ma mi accorgo che il mio spirito dorme.

   Se fosse ben sveglio sempre, a partire da questo momento, arriveremmo presto alla verità, che forse ci circonda con i suoi angeli in lacrime!… – Se fosse stato sveglio fino a questo momento, non avrei ceduto a- gli istinti deleteri in un’epoca immemorabile!… – Se fosse sempre stato ben sveglio, navigherei in piena saggezza!…

   Oh purezza! purezza!

   È stato questo minuto di risveglio a darmi la visione della purezza! – Mediante lo spirito si giunge a Dio!

   Straziante sventura!

6 – continua

Leggi gli articoli precedenti dedicati a Una stagione all’inferno di Rimbaud cliccando sui seguenti titoli:

1 – Mage ou ange, Arthur Rimbaud dall’inferno alla vita a cura di Angelo Favaro, critico letterario e docente universitariodi letteratura

2 – Cattivo sangue – Pane, fuoco e profezia. Appunti su Rimbaud a cura di Mattia Tarantino, poeta

3 – Notte dell’inferno  a cura di Ornella Donna, critico letterario

4. Deliri – Vergine folle a cura di Daniele Sannipoli, scrittore

5. Alchimia del verbo – Lo sposo infernale a cura di Gabriele Galloni, poeta e scrittore

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