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Opere

Rinasco dalle fiamme, gridava la fenice

a cura di Redazione i-LIBRI

Rinasco dalle fiamme, gridava la fenice di Tennessee Williams

Personaggi:
LAWRENCE
FRIDA
BERTA

A Vence, Alpi Marittime. Pomeriggio inoltrato. Law­rence siede nella veranda, La vetrata di destra, inve­stita dai raggi. del sole, si apre su di un’alta scogliera. Il vento porta, a folate, il rumore del mare.
Lawrence ha gli occhi fissi verso quel chiarore. Alle sue spalle, sul muro di sinistra, vi è un grande sten­dardo di seta intessuto d’argento, oro e scarlatto con l’effige di una Fenice in un nido di fiamme: simbolo prediletto di Lawrence.
Egli è assolutamente immobile, con la barba di un rosso acceso e il volto impassibile del colore di terra­cotta a riflessi purpurei. Le mani che strinsero la ter­ribile materia della vita sino a modellarla sono incro­ciate sui riquadri bianchi e neri di un ” plaid “. Le lunghe dita da minatore gallese – nodose e dalla fine peluria bionda, – fatte per strappare al suolo le sue nere viscere, sono intrecciate con una forza che tra­disce l’orgasmo interiore. Le narici, leggermente dila­tate, aspirano l’aria delicatamente, quasi fosse un invi­sibile filo di seta che una tensione insolita potrebbe spezzare.
Cosi egli siede immobile al sole, avvolto da una co­perta a quadri e da uno scialle di lana color lavanda… La tigre che si dibatte in lui è presa in trappola, ma non ancora distrutta.

Entra Frida. E’ una donna alta, sulla cinquantina, che conserva l’aspra bellezza di una Valchiria. Ha in mano un pacchetto confezionato con cura.

Lawrence  – (senza voltarsi) Che cosa c’è?

Frida – Un involto. L’hanno posato sulla soglia.

Lawrence – Dammelo.

Frida – Non ha lasciato il suo nome. L’ho appena intravista dalla finestra.

Lawrence  – Una donna?

Frida – Eh!

Lawrence  – Ah!

Frida  – Una piccola zitella ansante con una giacca blu da marinaio. L’ha deposto sull’uscio ed è corsa giù per la riva prima che potessi rispondere al campa­nello.

Lawrence – (alzando la voce, penetrante e lamentosa) E’ per me, vero.

Frida – Ja, es ist fuer dich.

Lawrence – Allora dammelo, al diavolo, pezzo di…

Frida  – Ich… Sssssst! Speravo che il sole ti avesse messo di buon umore.

Lawrence – Mi ha messo di un umore pestifero. Siamo rimasti tutto il pomeriggio seduti uno di fronte all’altro a farci delle smorfie. Ho chiesto al sole: « Ridammi la salute, vecchia scrofa: dammi la forza, pren­dimi le mani e staccami da questa poltrona ». Ma il sole è una lercia ruffiana che striscia qua e là lec­cando i gradini e finge di non sentirmi mendicare. Bah! Non lo biasimo: anche a me non piacciono i mendicanti. Un uomo dovrebbe impadronirsi di ciò che vuole strappandolo dalle unghie dell’avversario. E se non può averlo, dovrebbe rinunciare e contentarsi di nulla. Guarda! (Ha sciolto l’involto) Un vasetto di mar­mellata d’arancio. (Sorride con gioia infantile) Il me­se d’Agosto rinchiuso in un vaso.

Frida  – Ja. Sehr gut. Potrà servirti per la prima colazione.

Lawrence  – (tirando delicatamente il piccolo filo do­rato) Mi può bastare per quel tanto che mi resta da vivere, vero Frida? Il vasetto ne ha l’esatta misura.

Frida – Taci (Gli leva il vasetto dalle mani; rapido come un gatto egli le afferra il polso in una morsa d’acciaio).

Lawrence   – Lascia stare, demonio!

Frida  – (ridendo) Mio Dio, sei ancora forte!

Lawrence  – Non lo supponevi?

Frida  – M’ero scordata. Sei stato così dolce in que­sti ultimi tempi.

Lawrence   – Pensavi di avermi domato.

Frida – Sì, ma non avrei dovuto illudermi. Avrei dovuto sospettare ciò che macchinavi, vecchia volpe sorniona che lecchi questa crema gialla per assimilarla in veleno da sputarmi in faccia!

Lawrence   – No… costruivo una trappola. La costrui­vo perché tu ci rimanessi presa, megera… una trappo­la d’acciaio luccicante… Scappa, ora, se puoi.

Frida – (arretrando spaventata) Mi fai male!

Lawrence  – (abbandonando lentamente la presa) Non mentire… tu, con tutta la tua vita, la tua forza… Perché Dio diede tanto a te e a me così poco? Po­tresti prendermi il braccio e spezzarlo come un ramo secco.

Frida – No, tu sei stato sempre il più forte. Grande come sono non sono mai riuscita a vincerti, eh?

Lawrence – (con soddisfazione) No. Non l’hai mai potuto. (Respira affannosamente) Metti il vasetto sul davanzale.

Frida – (obbedendo) Ah… c’è un biglietto… «Una vostra devota lettrice » e dall’altro verso dice: « Ho venerazione per voi, signor Lawrence, perché so che soltanto un dio può conoscere tanto della Vita ».

Lawrence  – (seccamente) A furia di cercare inu­tilmente il mio dio sembra che, per caso, sia riuscito a crearne uno per una anonima zitella in giacca blu da marinaio. Sull’altare della sua divinità pagana ella posa un vasetto di squisita marmellata d’arancio. Che donna cinica! Solo i piccoli della terra che ruzzolano dal pendio come sassolini smossi dalla pioggia sono realmente capaci di una così monumentale mancanza di Fede. Trovano il loro dio e gli danno la marmella­ta. Se trovassi il mio… un giorno… mi strapperei il cuore dal petto e lo brucerei davanti a lui.

Frida – Ti sta ritornando la salute.

Lawrence  – Cosa te lo fa pensare?

Frida – Diventi sentimentale nei tuoi confronti: ti senti così poco apprezzato, così incompreso… Non puoi sopportare Gesù Cristo perché ti ha superato. Ah, co­me ti sarebbe piaciuto subire per primo la crocefis-sione!

Lawrence – Ti strozzerei!

Frida  – (inginocchiandoglisi davanti) Eccoti il collo, divertiti!

Lawrence – (toccandole leggermente il collo) Fri­da… Credi che non tornerò più al Nuovo Messico?

Frida – Farai ciò che vorrai fare, Lawrence. Non c’è stato nessun ostacolo che tu non abbia superato saltandolo o passandovi sotto o di traverso.

Lawrence – Credi che salirò ancora in groppa a un cavallo bianco per attraversare come il vento il deserto abbagliante? Non sono un letterato, sono stan­co di libri. Nessuno sa che lurido scherzo sia una vita come la mia che si manifesta soltanto attraverso dei libri.

Frida – E in quale altro modo potrebbe manife­starsi?

Lawrence – Con una qualunque azione violenta. Ma la mia unica impresa è di trascinarmi per il mon­do con donne, manoscritti e cattivo umore. Pretendo di far guerra alle concezioni borghesi, dalla moralità al falso pudore, all’intellettualismo, a tutte le forze ester­ne che non sono affatto esteriori. Ciò che veramente combatto è la sparuta vecchia zitella che sta dentro a me, la piccola zitella ansante che scappa giù per la scesa prima che Dio possa rispondere al campanel­lo. Ora voglio tornare nel deserto e tentare ancora una volta di diventare un selvaggio. Voglio stare in piedi sul Lobos e osservare la tempesta che si avvicina co­me una legione di giganti in marcia con i loro elmi d’argento. E’ questo che farò, al diavolo!

Frida  – E chi ha detto di no?

Lawrence – Tu… Tu sai che non lo farò. Tu sai che il maschio selvaggio ch’era in me è morto e non vi è rimasta che la vecchia beghina. Le donne hanno un tale fiuto per la morte! La sentono arrivare prima che si metta all’opera. Penso che sono le donne a farla entrare. Le parlottano e le fanno dei segni e di sotto ai loro grembiuli le passano la nera chiave di casa. Non è forse così?

Frida – No… Sono le donne a pagare il biglietto di ingresso nella vita. E per tutta la loro vita, tenendo le braccia in croce, sbarrano la porta da dove la morte vuol entrare. Gli uomini amano la morte, le donne no. Gli uomini si scannano mentre le donne fermano il loro sangue.

Lawrence – Sì, bevendolo. Non toccarmi tanto. (Frida toglie la mano dalla sua) Le tue dita… imi fan­no sentire più debole; svuotano il mio corpo di ogni forza.

Frida  – Oh no, no, no; gli rendono la forza, mein Liebchen!

Lawrence – Vorrei che tu mi promettessi una cosa. Se muoio, Frida… in quel momento, ti prego, lasciami solo… Non mi toccare, non mettermi le mani addos­so e non permettere che altri lo faccia… Ho il presen­timento angoscioso che al momento della mia morte sarò circondato da donne. Forzeranno la porta e le finestre nello stesso istante in cui io perderò la forza di respingerle. Gemeranno e svolazzeranno come co­lombe intorno alla Fenice consunta. Mi copriranno il viso di baci lievi e di lacrimucce. Alma la ninfoma­ne e la virginale Berta – tutte le donne ipo o iper-sessuate che ho conosciuto e che mi considerano l’ora­colo della loro libido sconvolta      – ritorneranno tutte con la loro soffocante devozione. Non voglio. Voglio morire come un vecchio animale solitario. Con fierez­za e proprietà: nel grande momento voglio restare solo con la collera, la paura e le altre cose dure e aspre della vita. Capisci, Frida? Mi resta ancora una scin­tilla di virilità ed è con essa che andrò incontro alla morte. Quando verrà l’ultima emorragia – non può tardare ormai – non voglio essere messo a letto e soffocato da uno stormo di donne. Non resterò in casa, Frida, aprirò la porta e andrò sulla scogliera. E non dovrò essere seguito. Ecco il punto, Frida. Voglio far­lo da solo. Con le rocce e l’acqua. La luce del sole… o delle stelle su di me. Né mani, né labbra, né donne. Soltanto la natura spietata.

Frida – Non ti credo. Non credo che la gente voglia soltanto « la natura spietata » quando…

Lawrence  – Frida! Vuoi dire che rifiuti?

Frida – No, caro, lo farò.

Lawrence – Me lo prometti?

 Frida – Ja doch! Cento volte sì. Ora pensa ad al­tro. Vado a preparare il tè. (Fa per uscire).

Lawrence   – (notando improvvisamente qualche cosa) Ah, Dio mio!

Frida – Che c’è?

Lawrence  – Metti l’acquario sul davanzale.

Frida  – Perché?

Lawrence – Perché lo possa tenere d’occhio. Quell’o­diosa gatta se l’è presa di nuovo con i pesci rossi.

Frida – Come lo sai?

Lawrence – Ce n’erano quattro ed ora ce ne sono tre. (Chiama) Beau Soleil!

Frida  – È andata fuori.

Lawrence  – A leccarsi i baffi. Che il demonio la porti. Metti l’acquario sul davanzale.

Frida  – Non puoi lasciarli al sole. Morranno.

Lawrence – (furioso) Non discutere, mettili là!

Frida – Wie du willst! (Si affretta a posare l’acqua­rio sul davanzale).

Lawrence  – Sai cosa penso? Che sei stata tu a dar­le il pesce da mangiare. E’ da te, una cosa simile. Siete tutte due così grasse, così rapaci, così viziosa­mente piene di salute e di fame.

Frida   – Quante storie per un semplice pesce rosso.

Lawrence – Non è un semplice pesce rosso.

Frida  – E che cosa, allora?

Lawrence   – Ora che le mie forze sono esaurite non posso impedirmi di pensare quante ne ho sprecate a litigare con te.

Frida – (nascondendosi il viso) Oh, Lawrence!

Lawrence – Che fai, piangi? Smettila. Non posso sopportare le lacrime. Mi fanno sentir peggio.

Frida – Penso che tu mi odi, Lawrence. (Dopo un attimo, egli le tocca timidamente il braccio).

Lawrence – Non mi credere… Ti amo. Ich liebe dich, Frida. E il pensiero di doverti lasciare… (Facen­dosi forza) Metti un po’ di ruhm nel tè. Sto ripren­dendo forza… lo so… Ma allora perché devo sentirmi così debole?

Frida – (toccandogli la fronte) Vorrei che tu tor­nassi a letto.

Lawrence – Il mio letto è un barile di catrame. Vi resterò impeciato. Non so se riuscirei ancora a staccar­mene. La fronte mi brucia, (Frida posa teneramente le mani sugli occhi di Lawrence. Egli declama con voce da soprano infantile) Sora Cimice, sora Cimice vola a casa – la casa è andata a fuoco, i bimbi bruceranno… (Sorride debolmente) Mia madre cantava così ogni volta che ne vedeva una… E’ strano. La maggior parte degli uomini è così diabolicamente complicata, eppu­re su di essi non c’è proprio molto da dire.

Frida  – (fermandosi davanti allo stendardo) Ecco­ti qua, vecchia Fenice… vecchio uccello iroso e super­bo nel tuo nido di fiamme. In fondo non sei che un piccolo sentimentale.

Lawrence  – (chinandosi in avanti) Prepara il tè per tre.

Frida – Chi ci sarà con noi?

Lawrence  – Berta, che torna da Londra con notizie sull’esposizione. (Si alza dalla poltrona).

Frida – Cosa fai?

Lawrence  – Esco per andarle incontro.

Frida – Sei pazzo! Siediti! Ci andrò io. E non osare proporle di alloggiare qui. Se lo fai, me ne vado io! (Esce).

Lawrence – Co co co co code… Credi che mi piace­rebbe avere altre galline a razzolarmi intorno?   – (Si ri­gira seccato sulla poltrona, poi getta via il plaid e si alza con un visibile sforzo. Traballando per la verti­gine e respirando affannosamente va verso la porta in fondo alla veranda. Ci arriva e si ferma in preda a un assalto di tosse. Getta uno sguardo smarrito verso la poltrona) No, no, al diavolo… Non voglio! (Alza gli occhi verso la Fenice, si drizza eroicamente ed esce. Dopo qualche istante Frida rientra con Berta. Questa è una donnetta vivace, una signorina inglese di buona famiglia: parla in fretta e ha gli occhi di una bam­bina).

Frida – Mio Dio, s’è alzato!

Berta – Perché, non dovrebbe?

Frida – Un’altra emorragia lo ucciderà e il minimo sforzo potrebbe provocarla. Lorenzo, dove sei?

Lawrence  – (dall’interno della casa) Smettila di chiocciare, vecchia gallina bagnata. Vengo con il tè.

Berta – Correte da lui! Fatelo star fermo.

Frida – Non vorrà.

Berta – Vuole dunque morire?

Frida – Oh, no no no. Non ha più polmoni e tutta­via respira: il cuore è sfinito eppure continua a bat­tere. E’ spaventoso assistere a questa lotta. Vorrei che cessasse, ch’egli rinunciasse e si lasciasse andare…

Berta – Frida!

Frida – Il suo corpo è una casa di carta-seta che ha preso fuoco. I muri trasparenti sono tutti illumi­nati dalle fiamme. Quando uno muore, lo spirito do­vrebbe uscire e morire lentamente prima della carne. Non si dovrebbe poter vedere i muri che l’hanno custo­dito, consumarsi con un così terribile strepito.

Berta  – Non ho mai creduto che Lorenzo potesse morire. E non lo credo ancora.

Frida – Ma può farlo? Voglio dire: vivere senza corpo, essere soltanto una fiamma senza nulla che la nutrisca?

Berta – La Fenice lo poteva.

Frida – La Fenice era leggendaria. Lorenzo è un uomo.

Berta – E’ più che un uomo.

Frida  – So che lo avete sempre pensato, ma vi sbagliate.

Berta – Voi non ammetterete mai che Lorenzo sia stato un dio.

Frida – Dopo aver dormito con lui… No, non l’am­metto.

Berta – Ci sono tante cose da scoprire in un uomo che vanno oltre la conoscenza carnale.

Frida  – Eppure quella della carne è la chiave mi­gliore di ogni conoscenza.

Berta – Non son d’accordo con voi.

Frida – Nemmeno con Lawrence, allora. Egli ha sempre insistito che non si può conoscere le donne i-gnorando il loro corpo.

Berta – Frida, penso che siete stata voi a tenerlo così chiuso dentro il suo corpo.

Frida  – Se l’ho fatto, è una cosa di cui può esser­mi grato.

Berta – Non è cosa che meriti riconoscenza.

Frida – Già! Che avreste fatto di lui se foste riu­scita a prenderlo tra i vostri artigli?

Berta – Artigli? Frida!

Frida – Lo avreste strappato dal suo corpo. E dove sarebbe, ora? Nell’aria? Ah, la vostra profonda sapien­za e la mia eterna stupidità!

Berta – Frida!

Frida – Voi non intuite, ecco tutto. Il significato di Lawrence vi sfugge. In tutte le sue opere egli celebra il corpo. E come disprezza il pudore di quelli che vo­gliono nasconderlo!

Berta   – Oh, Frida, La solita sciocca discussione!

Frida  – Ma sì, finiamola. Ciò che rimane di Loren­zo, cerchiamo di non dividerlo.

Berta – Ciò che resta di Lorenzo è qualcosa che non potrà mai essere spartito.

Frida – Sssst… sta venendo.

Berta  – (avanzando di qualche passo verso la porta) Lorenzo!

Lawrence – (fuori scena) «Dove sei stata, micia, micina, ».

Berta – (con allegria) « Son stata a Londra, dalla Regina ».

Lawrence – (avvicinandosi) E che ci hai fatto, mi­cia micina? ».

Berta – (con tono leggermente alterato) « Cacciai un topo, nella cantina ».

(Lawrence appare ridendo sulla porta. Sospinge un tavolino da tè. Berta lo fissa con costernazione).

Lawrence – Sì, lo so, lo so. Ho l’aria di una mum­mia imbalsamata da un dilettante.

Berta – (facendosi forza) Lorenzo, avete un ottimo aspetto.

 Lawrence  – Non è il belletto, ma la febbre. Brucio, divampo eppure non mi consumo. I medici sono tutti stupiti e delusi. Quanto a colei che attende di diventa­re la mia vedova, ella ha quasi rinunciato a ogni spe­ranza. (Berta fa un movimento per aiutarlo a spinge­re il tavolino) Non mi seccate, mi arrangio da solo.

Frida  – Non vuol stare tranquillo, non vuole ripo­sarsi.

Lawrence – Co co, co co, co co…! Faresti meglio ad aspettare il gallo, vecchia chioccia bagnata!

Frida – Sapessi quale meraviglioso Chantecler sem­bri con quello scialle color lavanda!

Lawrence  – Chi me l’ha appiccicato sulle spalle? Tu, tu, sgualdrina! (Lo getta lontano) Il riposo non mi ha mai fatto bene, Brett.

Berta – Sostate un istante: poi torneremo a vogare.

Lawrence – Torneremo a vogare tutti e tre! «Ron zon zon! dentro a un tubo tre idioti son! una è Brett, l’altra è Frida, e c’è il vecchio mangiatore di fuoco! ».

Berta – (tirandogli la barba) Il vecchio mangiatore di fuoco!

Lawrence – Attenta! Ora mi tocca pettinarla. (Le­va uno specchietto e un pettine).

Frida – Così vanitoso della sua orribile barbetta bionda.

Lawrence – Mi invidia la barba. A tutte le donne dà fastidio la barba degli uomini. Non possono sop­portare nulla, Brett, che distingua l’uomo dalla donna.

Frida – Tutto al contrario. (Serve il tè).

Lawrence – Catturano il maschio nelle loro trappo­le… ma solo perché sperano segretamente che vi re­sterà imprigionato per sempre.

Frida – Che conversazione edificante per orecchie virginali.

Lawrence  – Ecco che ricomincia, Brett… Questa vecchia oscena a canzonare la vostra castità.

Frida – Canzonare? Assolutamente. Penso quant’è fortunata a non sentirsi ripetere cento volte al giorno che l’uomo è la vita mentre la donna non è che un am­masso passivo di protoplasma.

Lawrence  – Non ho mai detto passivo, ho sempre detto malefico. (Ripone il pettine e si guarda allo specchio) Non so­miglio al diavolo?

Frida – Vi assicuro, Brett: le sue idee sul sesso stanno diventando cosmiche. Quando il sole si alza la mattina, sapete cosa dice? No, non lo ripeterò. E quan­do il sole tramonta… Beh, lo sentirete voi stessa.

Lawrence – (annuendo) Sì, faccio sempre la stessa osservazione. Mi sentirete fra pochi minuti. (Ripone lo specchietto) Allora, Brett?

Berta – Allora, Lorenzo?

Lawrence  – Non mi avete ancora detto nulla.

Berta – Nulla… di che,

Lawrence – Per quale ragione credete che vi abbia mandato a Londra?

Berta – Per sbarazzarvi di me.

Lawrence – E che altro? Ditelo, al diavolo… l’espo­sizione! Cosa hanno trovato nei miei quadri?

Berta – Ebbene…

Frida  – Andiamo, Brett, ditegli la verità. Il mostro non sarà soddisfatto finché non l’avrà udita.

Berta – Ebbene…

Frida – L’esposizione è stata un fiasco completo. Esattamente come avevo previsto.

Lawrence – Volete dire che i miei quadri sono pia­ciuti?

Frida  – Piaciuti? Li hanno trovati disgustosi.

Lawrence – Ah, ah… che successo! Han detto che non so dipingere? Che disegno come un bambino? Le mie figure sono state definite grottesche, pesanti osce­ne, deformi, ignobili?

Berta  – Avete già letto i giornali, a quanto pare.

Lawrence – Perché? Sto citandoli testualmente?

Frida – Infatti.

Lawrence  – E il pubblico, come ha reagito?

Frida – La gente ha riso.

Lawrence – Hanno riso?

Frida – Lorenzo, non sei un pittore! Sei uno scrit­tore. Se non sai tracciare una linea retta!

Lawrence – Sì, ma so tracciare una linea storta, ed è per questo che posso immettere vita nei miei di­pinti. Com’era il pubblico? Quanti sono venuti?

Berta  – Dopo vari incidenti, hanno dovuto conte­nere la folla con dei cordoni.

Lawrence – Incidenti? Quali incidenti?

Frida  – Ma guarda un po': il mostro esulta!

Lawrence  – Continuate: ditemi cos’è successo.

Berta – Alcuni membri di un club femminile han­no cercato di lacerare il quadro di Adamo ed Eva. (Lawrence scoppia a ridere).

Frida  – Lorenzo, basta!

Berta – Fu per questo che la polizia intervenne.

Lawrence  – La polizia? (Si alza) Cos’hanno fatto ai miei quadri? Li hanno bruciati? distrutti?

Berta  – No, siamo riusciti a ottenere che non fos­sero bruciati.

Lawrence – I quadri sono salvi?

Berta – I quadri sono intatti, Lorenzo.

Frida – Siediti! o dovrò metterti a letto. (Cerca di spingerlo verso la poltrona, ma lui le dà uno schiaffo, furioso).

Lawrence – Vatt…!

Berta  – Lorenzo!

Lawrence – Si vanta della sua forza e ride del mio sfinimento. Mettermi a letto? Provati soltanto… Ti proi­bisco di toccarmi!

Frida – Lawrence, siedi su quella poltrona o ti provocherai un’altra emorragia. (Egli la guarda, un istante, poi obbedisce lentamente).

Lawrence  – (debolmente) Ridammi lo scialle. Il so­le s’infiacchisce. Il giovane dio biondo comincia a esse­re sedotto dalla prostituta delle tenebre.

Frida – Ora farà i suoi commenti classici sul tra­montare del sole. (Lo copre con lo scialle).

Lawrence – Sì… i quadri… non erano gran cosa ma avevano in sé una vita violenta.

Berta – C’eravate voi, in essi. Ma perché avete voluto dipingere, Lorenzo?

Lawrence – E perché volli scrivere? Perché sono un artista. Che cos’è un artista? Un uomo che ama la vita troppo intensamente, sino al punto di odiarla e doverla schiaffeggiare – come ho battuto Frida – per dimostrarle che conosce i tipi come lei e che è ancora lui il padrone. (La luce gialla e fumosa comin­cia a indebolirsi) Oh, Brett! oh, Frida! Volevo protendere le lunghe dolci braccia della mia arte per abbrac­ciare il mondo intero. Ma non basta andare verso l’u­niverso con l’Amore. E allora ho chiuso il pugno e ho colpito, ho colpito… Mi misi a dipingere e dipin­si nello stesso modo in cui scrivevo. Violentemente, senza alcuna vergogna. Ecco la vita, dissi loro, la vita è così. Meravigliosa, oscura, terribile. Ed essi hanno proibito i miei libri e volevano bruciare i miei qua­dri. E’ così… Quando, da principio, guardate il sole, il sole vi acceca. La vita è… accecante. (Si agita e si protende in avanti) Il sole… si corica. E’ sedotto dalla prostituta dell’ombra.

Frida – Ora sta per dirlo. Tappatevi le orecchie.

Lawrence – Ora l’ha preso, sono accoppiati! Il so­le è sfinito, la prostituta l’ha stremato e ora comincia a distruggerlo… lo divora… Oh, ma non rimarrà cori­cato. Uscirà dal suo ventre e ci sarà la luce… E io sono il suo profeta! (Si alza con difficoltà).

Berta – Lorenzo!

Frida  – Lawrence, attento!

Lawrence – Tacete, non mi toccate! (Si dirige barcollando alla porta-finestra) Alla fine ci sarà la luce-luce, luce! (Alza il tono della voce e protende le brac­cia assumendo un atteggiamento da profeta biblico) Una gran luce accecante, universale. E io… sono il suo profeta. (Vacilla e porta la mano alla bocca).

Frida  – Lawrence!

Berta – (spaventata) Che gli prende?

Frida – L’emorragia.

Berta – Lorenzo! (Cerca di lanciarsi verso di lui, ma Frida la trattiene per le braccia).

Lawrence – Non mi toccate, voi, donne. Voglio es­sere solo… Non vi muovete finché non sarò spento. (A poco a poco, come trascinato verso il suolo da brac­cia invisibili, comincia a piegarsi su sé stesso, ma con un estremo sforzo si rizza e, ansante, riesce a raggiun­gere la veranda) Non mi seguite! Voglio le rocce… e l’acqua e la luce del sole… o delle stelle… su di me… (Esce).

Berta – (lottando con Frida) Lasciatemi, lasciate­mi, voglio raggiungerlo!

Frida – Ho promesso: nessuna donna!

Berta – Andateci voi, allora.

Frida – Nessuno ci andrà. Né voi, né io; nessuna donna.

Berta – Non può morire così. Nessuno lo lascerebbe morire solo. (Il vento teso porta il rumore delle onde che s’infrangono sugli scogli. Lo stendardo di seta del­la Fenice si agita sollevandosi dal muro. Berta riesce a sfuggire, ma Frida la riafferra e la trattiene con for­za, guardando angosciata nella direzione da dove è uscito Lawrence).

Berta – Lasciatemi! Lasciatemi!

Frida – (la sua stretta si allenta. La voce ha un accen­to desolato) Adesso. Potete andare. Il sole… non bru­cia più…

(Berta esce correndo, mentre Frida si lascia cadere sulla poltrona di Lawrence e accarezza lentamente i braccioli, la testa protesa all’indietro e gli occhi umidi di pianto. Il sole è spento).

Fine

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