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Aglaura

a cura di Arianna Giancani

Poco saprei dirti di Aglaura fuori delle cose che gli abitanti stessi della città ripetono da sempre: una serie di virtù proverbiali, d’altrettanto proverbiali difetti, qualche bizzarria, qualche puntiglioso ossequio alle regole.

Antichi osservatori, che non c’è ragione di non supporre veritieri, attribuirono ad Aglaura il suo durevole assortimento di qualità, certo confrontandole con altre città dei loro tempi. Né l’Aglaura che si dice né l’Aglaura che si vede sono forse molto cambiate da allora, ma ciò che era eccentrico è diventato usuale, stranezza quello che passava per norma, e le virtù e i difetti hanno perso eccellenza o disdoro in un concerto di virtù e difetti diversamente distribuiti.

In questo senso nulla è vero di quanto si dice di Aglaura, eppure se ne trae un’immagine solida e compatta di città, mentre minor consistenza raggiungono gli sparsi giudizi che se ne possono trarre a viverci. Il risultato è questo: la città che dicono ha molto di quel che ci vuole per esistere, mentre la città che esiste al suo posto, esiste meno.

Se dunque volessi descriverti Aglaura tenendomi a quanto ho visto e provato di persona, dovrei dirti che è una città sbiadita, senza carattere, messa lì come viene viene. Ma non sarebbe vero neanche questo: a certe ore, in certi scorci di strade, vedi aprirtisi davanti il sospetto di qualcosa d’inconfondibile, di raro, magari di magnifico; vorresti dire cos’è, ma tutto quello che s’è detto di Aglaura finora imprigiona le parole e t’obbliga a ridire anziché a dire.

Perciò gli abitanti di Aglaura credono sempre di abitare un’Aglaura che cresce solo sul nome Aglaura e non si accorgono dell’Aglaura che cresce in terra. E anche a me che vorrei tener distinte nella memoria le due città, non resta che parlarti dell’una, perché il ricordo dell’altra, mancando le parole per fissarlo, s’è disperso.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il nome

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Leggendo di Aglaura è difficile immaginare le sue strade, le sue case, i suoi scorci. L’autore non usa una sola immagine concreta per guidare il lettore a passeggiare in questa “città invisibile”, anzi: l’incapacità di descriverla è ciò che affascina e spiazza al contempo, poiché poco è possibile dire di Aglaura “fuori delle cose che gli abitanti stessi della città ripetono da sempre”.

In questo senso, Aglaura è una prigione a cielo aperto, una città incagliata in un’immagine di sé quasi impossibile da smentire. Brevissimo è, a mio parere, il passo verso il significato esistenziale di questo carcere dalle virtù e dai difetti proverbiali, in cui il cambiamento – pur verificandosi – sbiadisce agli occhi dei visitatori.

Nelle parole mancate del Marco Polo di Calvino (“vorresti dire cos’è, ma tutto quello che s’è detto di Aglaura finora imprigiona le parole…”) è racchiusa la distanza fra ciò che si è realmente e l’immagine che di noi vedono gli altri, la difficoltà che le persone spesso incontrano nel credere a un cambiamento che ci coinvolge, obbligandoli a scollarsi dall’idea di noi cui erano ancorati come una vecchia nave.

Non so dire se è una visione Pirandelliana dell’individuo, ma fra le righe che parlano di questa città fantastica si nasconde la tensione drammatica della realtà imprigionata in un’idea, del cambiamento reso invisibile dal pregiudizio.

Bisogna avere un animo spalancato alle cose del mondo per avvertire “il sospetto di qualcosa di inconfondibile, di raro, magari di magnifico” ad Aglaurae per trovare, dunque, le parole per fissare il ricordo dell’Aglaura reale, consegnandola a chi verrà dopo di noi affinché possa raccontarla con parole nuove.

Arianna Giancani

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