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Anastasia

a cura di Daniela Frascati

Di capo a tre giornate, andando verso mezzodì, l’uomo s’incontra ad Anastasia, città bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni. Dovrei ora enumerare le merci che qui si comprano con vantaggio: agata onice crisopazio e altre varietà di calcedonio; lodare la carne del fagiano dorato che qui si cucina sulla fiamma di legno di ciliegio stagionato e si cosparge con molto origano; dire delle donne che ho visto fare il bagno nella vasca d’un giardino e che talvolta invitano – si racconta – il passeggero a spogliarsi con loro e a rincorrerle nell’acqua. Ma con queste notizie non ti direi la vera essenza della città: perché mentre la descrizione di Anastasia non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli, a chi si trova un mattino in mezzo ad Anastasia i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate, onici, crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il desiderio

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Quando il grande Scrittore raccontò di Marco Polo che descriveva Le Città Invisibili al Kublai Kan, una misteriosa società segreta, La Confraternita dei cartografi, che da secoli raffigurava su un planisfero chimerico le mappe di tutte le città possibili e impossibili, incaricò i suoi specialisti più prestigiosi di scoprire dove Le città invisibili avessero luogo.
L’esimio professor Margal Lupita, presidente della Confraternita, raccolse attorno a sé i più autorevoli tra i cartografi, Diamantino, Scorpiade, Hilir Hisham, Artibano  e molti altri, consegnando a ognuno il nome di una città.
La loro esistenza non deriva dalla loro effettiva realtà, ma appartiene all’insieme delle pure possibilità, e come dice il Piccolo Principe “non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Dunque lasciate andare vanità e ambizione e affidatevi al sogno. A te Diamantino consegno la città di Anastasia; sii cauto, è una città ingannatrice e potresti perderla proprio nel momento in cui la trovi. –
Fu così che Diamantino il cartografo sognò una città tutta d’oro, splendida nel cielo notturno oltre la volta celeste.
Aveva cupole di cristallo e facciate rivestite da lamine dorate; non sapeva se fosse Anastasia, lui l’aveva chiamata Sepandiani.
Da allora ogni sera si affacciava al balcone e aspettava che tutti si fossero addormentati, prendeva il suo quaderno di appunti, alzava gli occhi al cielo e cominciava a tracciare, su quei fogli sottili e finemente quadrettati, le strade, le piazze, i monumenti di Sepandiani. Che città fantastica, dalla geometria pura e dalle misure perfette, dove, se mai essere umano ne avesse percorso i viali e abitato i palazzi doveva essere stato in un tempo così lontano di cui persino Diamantino, malgrado il suo accanito lavoro di ricerca, aveva perso ogni traccia!
Poi, svanita l’apparizione celeste, si sporgeva di poco oltre la balaustra e, con altrettanto scrupolo, procedeva ad esplorare la singolare planimetria con cui la città che si estendeva ai suoi piedi, si era modellata.
Incrostata di salnitro e disseccata come una città di mare, ma dove il mare non c’era. Fatta di baracche allineate su un’unica via diritta, mattonata di pietrisco bianco e sminuzzato.
Un rettilineo che dilagava oltre l’orizzonte e che non portava da nessuna parte, dove si affacciavano ballatoi appena rialzati dal livello della strada. Su quell’assito marcio per l’umidità e la salsedine, gruppi di donne e di uomini si abbandonavano alla vacuità di quella città senza memorie.
Che città infelice, piatta e priva di splendori, con un cielo basso e senza riverbero alcuno!
Anche quella città la chiamò Sepandiani e, per quanto provasse, non riusciva a descriverne la fisionomia.
Tutte e due le città non erano Anastasia, ma come lei vivevano nell’impossibile e nell’inganno di sembrare due ma essere una.

Daniela Frascati

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