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Andria

a cura di Luigi Bianco

Con tale arte fu costruita Andria, che ogni sua via corre seguendo l’orbita d’un pianeta e gli edifici e i luoghi della vita in comune ripetono l’ordine delle costellazioni e la posizione degli astri più luminosi: Antares, Alpheratz, Capella, le Cefeidi. Il calendario della città è regolato in modo che lavori e uffici e cerimonie si dispongono in una mappa che corrisponde al firmamento in quella data: così i giorni in terra e le notti in cielo si rispecchiano.

Pur attraverso una regolamentazione minuziosa, la vita della città scorre calma come il moto dei corpi celesti e acquista la necessità dei fenomeni non sottoposti all’arbitrio umano. Ai cittadini d’Andria, lodandone le produzioni industriose e l’agio dello spirito, m’indussi a dichiarare: – Bene comprendo come voi, sentendovi parte d’un cielo immutabile, ingranaggi d’una meticolosa orologeria, vi guardiate dall’apportare alla vostra città e ai vostri costumi il più lieve cambiamento. Andria è la sola città che io conosca cui convenga restare immobile nel tempo.

Si guardarono interdetti. – Ma perché mai? E chi l’ha detto? – E mi condussero a visitare una via pensile aperta di recente sopra un bosco di bambù, un teatro delle ombre in costruzione al posto del canile municipale, ora traslocato nei padiglioni dell’antico lazzaretto, abolito per la guarigione degli ultimi appestati, e – appena inaugurati – un porto fluviale, una statua di Talete, una toboga.

- E queste innovazioni non turbano il ritmo astrale della vostra città? – domandai.

- Così perfetta è la corrispondenza tra la nostra città e il cielo, – risposero, – che ogni cambiamento d’Andria comporta qualche novità tra le stelle-. Gli astronomi scrutano coi telescopi dopo ogni mutamento che ha luogo in Andria, e segnalano l’esplosione d’una nova, o il passare dall’arancione al giallo d’un remoto punto del firmamento, l’espandersi di una nebula, il curvarsi d’una spira della via lattea. Ogni cambiamento implica una catena d’altri cambiamenti, in Andria come tra le stelle: la città e il cielo non restano mai uguali.

Del carattere degli abitanti d’Andria meritano di essere ricordate due virtù: la sicurezza in se stessi e la prudenza. Convinti che ogni innovazione nella città influisca sul disegno del cielo, prima d’ogni decisione calcolano i rischi e i vantaggi per loro e per l’insieme della città e dei mondi.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il cielo

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Non una città di fantasia, non un mero gioco stilistico. Andria è qui, sotto i nostri occhi, e il cielo è il mondo intero, la società, la nazione, in un rapporto liquido e mutevole. Costretti da una frenesia inarrestabile e da un consumo nevrotico e nevrotizzante, gli occhi degli astronomi si sono inevitabilmente abbassati dal cielo alla terra, intenti con un misto di curiosità e sconforto ad osservare ogni mutamento avvenuto, ogni azione che puntualmente si manifesta come conseguenza. Il rapporto è biunivoco, a doppia direzione inevitabilmente: dal particolare al generale, dal generale al particolare. Se schiaccio un tasto (o, meglio, sfioro uno schermo) do informazioni sui miei gusti, su ciò che voglio, su ciò che desidero, e tutto si predispone per farmelo desiderare ancora di più, ancor più intensamente. Un video terroristico è costruito per raggiungere il più alto numero di persone possibile, l’insieme delle visualizzazioni incita a farne altri, più spettacolari, più ricchi di orrore. Un attentato aumenta la quotazione in borsa di grosse multinazionali; un omicidio aumenta l’odio e il terrore, la paura e il disprezzo, e viceversa. La tensione viene fatta salire, lo spettacolo dell’orrore si reitera all’infinito, su tv, giornali, smartphone, con dettagli sulla casa e le frequentazioni della vittima, in quanti pezzi è stata tagliata, quanto tempo ci ha messo per crepare, quanto ha gridato, quanti spari, quanto sangue, quante sevizie… e così aumenta il grido di giustizia, concetto quanto mai fumoso e non chiaro, aumenta l’emarginazione, si accrescono le distanze sociali, l’ambiente si abbrutisce e si chiude su sé stesso, finiscono così per moltiplicarsi gli omicidi, gli attentati, e dunque ancora l’odio, il terrore, spandendo ancor più quella paura “demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte”. Il consumo si alimenta di consumo, anche dell’odio e del terrore. La causa porta alla reazione, la reazione ancora ad un’altra causa in un ciclo inarrestabile: è un algoritmo complesso e articolato, ma infallibile. Incoscienza e insicurezza, provincialismo e nazionalismo colpevoli in un mondo ormai aperto e presente, qui, ora, in ogni istante. Il mito dell’opinione pubblica continua ad affossare e a rendere fervido un meccanismo perverso, crudo. Le parole si stringono e muoiono nei 140 caratteri di Twitter, uno fra i veicoli più importanti di chi dovrebbe osservare e ragionare, di chi dovrebbe essere prudente prima ancora di essere sicuro di sé stesso. Il dialogo muore, abbandona la televisione, i dibattiti, i social network, le nostre vite, e lascia spazio ancora alle urla, alla violenza verbale, all’incomprensione. In un mondo in cui la gogna pubblica sancisce e decide, in cui la spettacolarizzazione conta più dei fatti, in cui un giudice strappa e calpesta la deposizione di un indagato prima ancora di leggerla, con grande plauso da ogni angolo del globo, bisognerebbe ritornare al solo e puro dialogo, alle proposte, ai ragionamenti, non sui fatti macabri e spettacolari, ma sulle idee e sull’osservazione di un mondo che sfugge. Fare attenzione alle reazioni e alle cause, alle nostre azione e a ciò che ci viene propinato, ai fatti e alle apparenze: come gli abitanti di Andria dovremmo raggiungere una piena sicurezza in noi stessi, avere una prudenza più che mai sensibile, e ancora compiere tutto questo attraverso la parola. In una società globale e globalizzata è forse la nostra unica salvezza, anche se sempre più lontana.

Ricordo ancora le parole di una dedica, scritte in un libro per me fondamentale e donato qualche anno or sono: «Cos’è la paura? Forse semplicemente l’incomprensione della vita e la difficoltà a pensare liberamente».

Luigi Bianco

Il blog di Luigi Bianco

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