oppure Registrati
Rubriche

Bersabea

a cura di Anna Maria Balzano

Si tramanda a Bersabea questa credenza: che sospesa in cielo esista un’altra Bersabea, dove si librano le virtù e i sentimenti più elevati della città, e che se la Bersabea terrena prenderà a modello quella celeste diventerà una cosa sola con essa. L’immagine che la tradizione ne divulga è quella d’una città d’oro massiccio, con chiavarde d’argento e porte di diamante, una città–gioiello, tutta intarsi e incastonature, quale un massimo di studio laborioso può produrre applicandosi a materie di massimo pregio. Fedeli a questa credenza, gli abitanti di Bersabea tengono in onore tutto ciò che evoca loro la città celeste: accumulano metalli nobili e pietre rare, rinunciano agli abbandoni effimeri, elaborano forme di composita compostezza.

Credono pure, questi abitanti, che un’altra Bersabea esista sottoterra, ricettacolo di tutto ciò che loro occorre di spregevole e d’ingegno, ed è costante loro cura cancellare dalla Bersabea emersa ogni legame o somiglianza con la gemella bassa. Al posto dei tetti ci si immagina che la città infera abbia pattumiere rovesciate, da cui franano croste di formaggio, carte unte, resche, risciacquatura di piatti, resti di spaghetti, vecchie bende. O che addirittura la sua sostanza sia quella oscura e duttile e densa come pece che cala giù per le cloache prolungando il percorso delle viscere umane, di nero buco in nero buco, fino a spiaccicarsi sull’ultimo fondo sotterraneo, e che proprio dai pigri boli acciambellati laggiù si elevino giro sopra giro gli edifici d’una città fecale, dalle guglie tortili.

Nelle credenze di Bersabea c’è una parte di vero e una d’errore. Vero è che due proiezioni di se stessa accompagnino la città, una celeste e una infernale; ma sulla loro consistenza ci si sbaglia. L’inferno che cova nel più profondo sottosuolo di Bersabea è una città disegnata dai più autorevoli architetti, costruita coi materiali più cari sul mercato, funzionante in ogni suo congegno e orologeria e ingranaggio, pavesata di nappe e frange e falpalà appesi a tutti i tubi e le bielle.

Intenta ad accumulare i suoi carati di perfezione, Bersabea crede virtù ciò che è ormai un cupo invasamento a riempire il vaso vuoto di se stessa; non sa che i suoi soli momenti d’abbandono generoso sono quelli dello staccare da sé, lasciar cadere, spandere. Pure, allo zenit di Bersabea gravita un corpo celeste che risplende di tutto il bene della città, racchiuso nel tesoro delle cose buttate via: un pianeta sventolante di scorze di patata, ombrelli sfondati, calze smesse, sfavillante di cocci di vetro, bottoni perduti, carte di cioccolatini, lastricato di biglietti del tram, ritagli d’unghie e di calli, gusci d’uovo. La città celeste è questa e nel suo cielo scorrono comete dalla lunga coda, emesse a roteare nello spazio dal solo atto libero e felice di cui sono capaci gli abitanti di Bersabea, città che solo quando caca non è avara calcolatrice interessata.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il cielo

___________________________________________

Bersabea

Con le sue Città invisibili Calvino esemplifica le molteplici possibilità narrative che si offrono allo scrittore. Parlare di molteplicità vuol dire fare riferimento a quanto lo stesso Calvino aveva teorizzato nelle  “Lezioni americane”. Egli, infatti, nello spirito strutturalista che caratterizzò l’ultima parte della sua produzione letteraria, vede il romanzo come il mezzo per scomporre la realtà in tante parti, con la volontà precipua di indagarne le zone più oscure, al fine di approfondirne la conoscenza per ricomporre infine quella unitarietà originale in una forma armoniosa e completa. E Bersabea è tra tutte le città invisibili quella che meglio si offre come metafora d’una realtà composita. La Bersabea terrena si trova, infatti, tra quella sospesa in cielo, dove si raccolgono i sentimenti più nobili ed elevati, e una sotterranea, che raccoglie ciò che di più spregevole e disgustoso si possa immaginare. Entrare nel particolare di queste tre realtà simili e diverse, afferrarne il significato simbolico più recondito è compito dell’artista che voglia ricomporre un quadro in un coerente unicum. “Allo zenit di Bersabea gravita un corpo celeste che risplende di tutto il bene della città, racchiuso nel tesoro delle cose buttate via [……] La città celeste è questa e nel suo cielo scorrono comete dalla lunga coda emesse a roteare nello spazio dal solo atto libero e felice di cui sono capaci gli abitanti di Bersabea, città che solo quando caca non è avara calcolatrice interessata.”

Dunque il metodo di Calvino non è poi molto diverso da quello usato da Joyce o da T.S. Eliot ai quali pure fa riferimento nel capitolo intitolato “Molteplicità” nelle  “Lezioni americane”. Non a caso egli vede il romanzo come una grande rete, un’opera che include un campionario di stili e linguaggi diversi, come nel caso di Joyce e di Gadda, dove “tutto può essere rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”, in definitiva “la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo.”

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati
Text selection is disabled by content protection wordpress plugin