oppure Registrati
Rubriche

Cecilia

a cura di Laura Monteleone

Cecilia

Tu mi rimproveri perché ogni mio racconto ti trasporta nel bel mezzo d’una città senza dirti dello spazio che s’estende tra una città e l’altra: se lo coprano mari, campi di segale, foreste di larici, paludi. Ti risponderò con un racconto.

Per le vie di Cecilia, città illustre, incontrai una volta un capraio che spingeva rasente i muri un armento scampanante.

– Uomo benedetto dal cielo, – si fermò a chiedermi, – sai dirmi il nome della città in cui ci troviamo?

– Che gli dei t’accompagnino! – esclamai. – Come puoi non riconoscere la molto illustre città di Cecilia?

– Compatiscimi, – rispose quello, – sono un pastore in transumanza. Tocca alle volte a me e alle capre di traversare città; ma non sappiamo distinguerle. Chiedimi il nome dei pascoli: li conosco tutti, il Prato tra le Rocce, il Pendio Verde, l’Erba in Ombra. Le città per me non hanno nome: sono luoghi senza foglie che separano un pascolo dall’altro, e dove le capre si spaventano ai crocevia e si sbandano. Io e il cane corriamo per tenere compatto l’armento.

– Al contrario di te, – affermai, – io riconosco solo le città e non distinguo ciò che è fuori. Nei luoghi disabitati ogni pietra e ogni erba si confonde ai miei occhi con ogni pietra ed erba.

Molti anni sono passati da allora; io ho conosciuto molte città ancora e ho percorso continenti. Un giorno camminavo tra angoli di case tutte uguali: mi ero perso. Chiesi a un passante: – Che gli immortali ti proteggano, sai dirmi dove ci troviamo?

– A Cecilia, così non fosse! – mi rispose. – Da tanto camminiamo per le sue vie, io e le capre, e non s’arriva a uscirne…

Lo riconobbi, nonostante la lunga barba bianca: era il pastore di quella volta. Lo seguivano poche capre spelate, che neppure più puzzavano, tanto erano ridotte pelle e ossa. Brucavano cartaccia nei bidoni dei rifiuti.

– Non può essere! – gridai. – Anch’io, non so da quando, sono entrato in una città e da allora ho continuato ad addentrarmi per le sue vie. Ma come ho fatto ad arrivare dove tu dici, se mi trovavo in un’altra città, lontanissima da Cecilia, e non ne sono ancora uscito?

– I luoghi si sono mescolati, – disse il capraio, – Cecilia è dappertutto; qui una volta doveva esserci il Prato della Salvia Bassa. Le mie capre riconoscono le erbe dello spartitraffico.

Le città continue

______________________________________________

Cecilia

Cecilia è un viaggio a ritroso nel tempo, dentro i miei ricordi in miniatura. Nel tepore dell’estate ritrovavo zio Puro. All’anagrafe il suo nome era un altro. Ma era uomo troppo spontaneo e semplice per indossare un nome da adulto. Zio Puro diceva che Cecilia era la Sicilia. E io ci credevo senza esitazioni. Me la indicava col suo indice di cuoio, che allungava la traiettoria di là del mare di Scilla, mentre i nostri piedi scricchiolavano sulla sabbia che aveva guardato Ulisse negli occhi.

Zio Puro conosceva le storie. Le raccontava senza sosta. Se nessuno lo ascoltava, se le raccontava da solo. Nessuno ha mai saputo quante fossero importate e quante uscivano dalla sua fantasia colorata. Zio Puro pareva leggerle nelle pieghe delle nuvole o nelle ali delle farfalle. Si fermava solo per ascoltare la voce delle onde e per fissare il suo sguardo sulle sponde di Cariddi. Sospeso, come un innamorato dimentico del tempo e di me, mi costringeva a imparare il sapore dell’attesa. Durante quelle pause pensavo come una sirena e crescevo come il mare.Dentro le conchiglie cercavo l’eco della sua voce, di quando salutava Cecilia nell’istante in cui veniva inghiottita dalla notte. E sorridevo piena di stupore nel sentirla, come quando mi arrivavanoattraverso il telefono le parole stonate dei miei cugini d’oltre oceano.

Zio Puro non si imbarcò mai per raggiungere Cecilia.Non per paura di navigare, come credevano i grandi incapaci di pensare. Zio Puro temeva la magia cattivache se ti avvicini troppo alle cose, ti confondi e non le vedi più, finisce che sparisconoe con loro sparisci anche tu.

E invece ha vinto lui. Cecilia è ancora là, una donna con tre gambe, nascoste sotto una gonna di mare agitata da un flamenco africano. Una signora dagli occhi di pistacchio, che sospira impertinente sputando anelli di fumo verso il cielo, e che tinge Scilla di rosa prima di rubare alle conchiglie la buonanotte di zio Puro.

Laura Monteleone

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati
Text selection is disabled by content protection wordpress plugin