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Cloe

a cura di Roberta Colleoni

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.

Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.

Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città  gli scambi

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 I pensieri di Cloe 

Il profumo fresco dell’erba appena tagliata sale dal parco fino alla finestra della camera da letto. Alzandosi, la donna barcolla per l’effetto del sonnifero troppo pesante e, lasciando sfuggire le immagini degli ultimi sogni, spalanca le persiane sul mattino.

Il suo make-up è discreto, l’abbigliamento è sobrio come la fine dell’autunno. Sul marciapiede cammina con decisione, oppure fa zig-zag per evitare un altro passante di cui nota appena gli occhi azzurri. Con i soldi contati sosta in edicola, dove l’uomo dietro al banco porge la rivista che ogni mese le tiene da parte. Per strada corre e per poco non urta un passeggino. Quando scende in metropolitana, si rende conto che è il peggior lunedì dell’anno: la banchina è affollata di gente – alta, bassa, grassa, magra, strana, normale. Gente di Cloe, anche se fosse nata altrove. La locomotrice parte, trascinando con sé centinaia di fantasie nascoste.

Quando la donna rincasa tardi, chiude le persiane sul salice piangente del parco.

Roberta Eman

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