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Dentro il mare di Sicilia

a cura di Laura Monteleone

Dentro il mare di Sicilia

Un breve viaggio in Sicilia ha portato con sé una suggestione da regalare alle Parole di Lilly, in questo mercoledì di inizio ottobre. Il prezioso corallo ha tante storie da raccontare e portare lontano, partendo da un piccolo ma importante laboratorio del Consorzio di Sciacca. Alcune di queste storie sono state conservate con cura dal giornalista e sub, Ninni Ravazza, appassionato di mare e di uomini. Nel suo libro Corallari ci narra la storia di un’epopea. Alla fine degli anni ’70 la scoperta del Banco corallino di Scherchi, 80 miglia a ovest della costa siciliana, fece del porto di Trapani la base per le immersioni su quei fondali che non avevano mai visto un subacqueo. Arrivarono in città decine di corallari: professionisti, avventurieri o dilettanti incoscienti, e ognuno portava con sé le speranze, le illusioni e le delusioni che da sempre accompagnano la ricerca e la pesca dell’oro rosso. In questo libro per la prima volta si raccontano le storie di quegli uomini, le loro passioni, le immersioni nell’acqua di cristallo e le lunghe navigazioni nel Canale di Sicilia, la crudeltà e la generosità della gente di mare. E dietro a queste mille storie, minime, di volta in volta tragiche, affascinanti, comiche, c’è sempre il corallo, il più prezioso fiore deli abissi, fluttuante alga marina resa solido gioiello dal sangue della Gorgone, pianta della eterna giovinezza che l’uomo da millenni insegue nei suoi sogni di libertà e felicità.

Al corallo sono state attribuiti, fin dagli albori della civiltà umana, proprietà e poteri straordinari. Già Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, aveva avuto modo di annotare che i Galli usavano adornare le armi e le corazze con i coralli pescati nei mari di Sicilia e di Sardegna. Le leggende vogliono che il corallo abbia un potere apotropaico, scaramantico, in grado di scongiurare malefici e tenere a bada il demonio. Persino la medicina omeopatica lo annovera tra i suoi ingredienti. La cenere infatti viene aggiunta a speciali unguenti emostatici. È stata abitudine di tenere accanto ai neonati e alle loro balie, un rametto di corallo. Che spesso accompagnava anche i defunti, come viatico per l’aldilà. Dal secolo scorso queste tradizioni sono andate scomparendo, forse anche per la difficoltà a reperire questo oro rosso, sempre più raro e sempre più costoso.

Ma i mastri corallari siciliani vivono ancora stagioni positive. Soprattutto gli artisti di botteghe orafe. Primo tra tutti il monumento umano Platimiro Fiorenza. Personaggio davvero unico, tuttora vivente, tuttora in attività. La figlia Rosadea gli ha dedicato la sua tesi di Laurea intitolata “Una vita per il corallo, Platimiro Fiorenza l’ultimo mastru curaddaru”. Scultore del corallo e orafo è stato riconosciuto dall’Unesco, dal 2013, Eredità immateriale della Sicilia e inserito tra i Tesori Umani Viventi nel Libro dei Saperi del Registro delle Attività Immateriali.

L’uomo dei coralli oggi ha 73 anni e ha al suo attivo opere che si trovano anche nei Musei Vaticani. Praticamente nato a bottega, che apparteneva a suo padre e prima ancora a suo nonno, comincia a lavorare il corallo in tenerissima età, tra i 5 e i 7 anni. Crescendo coltiverà una vera e propria natura artistica a tutto tondo, divenendo pittore, scultore, restauratore e poeta. Tra le sue collaborazioni famose ricordiamo la sua avventura milanese con Arnaldo e Giò Pomodoro. Una sensibilità rara, che riversa tuttora nella delicatezza delle sue produzioni. Platimiro Fiorenza, come altri maestri corallari, ha creato delle botteghe artigiane per insegnare quest’arte, affinché non vada perduta. Il mestiere non è per tutti, ma chi ci arriva vive un’esperienza incredibilmente bella, a detta degli stessi protagonisti. Oltre l’arte scultoria vera e propria, gli artisti assorbono nel loro dna le storie e le leggende che li hanno preceduti. Come quella dell’isola Ferdinandea, nata introno al 1831 a poche miglia dalla costa di Sciacca, contesa dalle potenze nazionali dell’epoca, e scomparsa per erosione e inabissamento nel giro di cinque anni. Che ha prodotto quantità incredibili di corallo fossile.

Oppure la leggenda di Bettu Amareddu, capitano di paranza, che si narra abbia scoperto una nuova barriera corallina, cercando invano la catenina che gli aveva regalato la sua innamorata, scivolata inavvertitamente nelle acque pescose di Sicilia. Ne rimane testimonianza nella bella poesia di Vincenzo Licata, composta in dialetto saccense, La Corallina.

Ma tornando all’epopea della pesca al corallo degli anni 70, è affascinante leggere qualche brano tratto dal racconto di Loredana De Michelis C’era una volta a Isola Rossa:

I corallari di Isola rossa erano famosi in tutta la regione e qualcuno di loro era anche diventato ricco. Era il corallo, che non c’era più. Per trovarne ancora bisognava scendere sempre più in profondità, anche fino a 90 metri. La sera, un po’ come gladiatori sopravvissuti, i corallari arrancavano al bar dopo la giornata di lavoro. Gli occhi rossi e febbricitanti, i movimenti lenti, il braccio paralizzato dall’embolia della stagione precedente, bevevano una gazzosa perché la birra proprio non ce la facevano, e andavano a dormire.

…il mio amico corallaro…sembrava un pesciolino con gli occhi grandi. Sarebbe morto di lì a un mese a soli tre metri di profondità, a causa di un mozzo distratto: aveva chiesto il cambio bombola e il mozzo l’aveva calata senza guardare; la bombola probabilmente lo aveva colpito alla testa, un colpo leggero ma sufficiente per farlo svenire, e lui era annegato, così. Quando lo ricordo risalire senza fretta verso la superficie azzurra mi chiedo perché mai sia dovuta andare in questo modo e mi pare una cosa assurda e irrispettosa.

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Prossimo appuntamento:

Valentina Bressan alle Parole di Lilly – Musicoterapia, scrittura e benessere (la pagina FB dedicata all’evento)

Mercoledi, 10 ottobre 2018, ore 10, su Radio Gm 56 (in replica il giovedì alle ore 20)

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