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Dorotea

a cura di Filippo Massaro

Della città di Dorotea si può parlare in due maniere: dire che quattro torri d’alluminio  s’elevano dalle sue mura fiancheggiando sette porte dal ponte levatoio a molla che scavalca il fossato la cui acqua alimenta quattro verdi canali che attraversano la città e la dividono in nove quartieri, ognuno di trecento case e settecento fumaioli; e tenendo conto che le ragazze da marito di ciascun quartiere si sposano con giovani di altri quartieri e le loro famiglie si scambiano le mercanzie che ognuna ha in privativa: bergamotti, uova di storione, astrolabi, ametiste, fare calcoli in base a questi dati fino a sapere tutto quello che si vuole della città nel passato nel presente nel futuro; oppure dire come il cammelliere che mi condusse laggiù: “Vi arrivai nella prima giovinezza, una mattina, molta gente andava svelta per le vie verso il mercato, le donne avevano bei denti e guardavano dritto negli occhi, tre soldati sopra un palco suonavano il clarino, dappertutto intorno giravano ruote e sventolavano scritte colorate. Prima d’allora non avevo conosciuto che il deserto e le piste delle carovane. Quella mattina a Dorotea sentii che non c’era bene della vita che non potessi aspettarmi. Nel seguito degli anni i miei occhi sono tornati a contemplare le distese del deserto e le piste delle carovane; ma ora so che questa è solo una delle tante vie che mi si aprivano quella mattina a Dorotea”.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il desiderio

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La complessità di Dorotea non è strutturale, ma deriva dai possibili approcci alla sua descrizione. Il testo, qui, tende una piccola trappola: sembra fondare una banale distinzione tra una descrizione fredda e matematica e una sensuale ed emotiva, ma proprio alla fine si scopre che quegli approcci sono solo due degli infiniti possibili. Dorotea è quindi, forse, la realtà. Ma quale desiderio si cela dietro a Dorotea? Quando si visita la città si sente che la vita ancora ha molto da darci, non è ciò che desideriamo tutti?

Lo stoico di Dorotea
Quando passo per Dorotea a volte mi piace soffermarmi sugli infiniti dettagli che la descrivono; se vado abbastanza a fondo posso capirne la storia, l’attualità e il destino: il mio intelletto ne gioisce. A volte, invece, ne colgo gli aspetti emotivi e ciò giova alla mia interiorità. Altre infinite volte ne colgo altri infiniti aspetti, in un crescendo di complessità che mi mostra lati sempre diversi di me. Ogni volta una strada diversa si dipana da Dorotea, eppure ogni volta sento la mia unità, la non contraddizione degli infiniti approcci possibili. Dorotea è l’ottimismo.

Filippo Massaro

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