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Ersilia

a cura di Tullio Aragona

A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case, bianchi o neri o grigi o bianco-e-neri a seconda se segnano relazioni di parentela, scambio, autorità, rappresentanza. Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo, gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili.

Dalla costa d’un monte, accampati con le masserizie, i profughi di Ersilia guardano l’intrico di fili tesi e pali che s’innalza nella pianura. È’ quello ancora la città di Ersilia, e loro sono niente.

Riedificano Ersilia altrove. Tessono con i fili una figura simile che vorrebbero più complicata e insieme più regolare dell’altra. Poi l’abbandonano e trasportano ancora più lontano sé e le case.

Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città  gli scambi

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Ersilia

Anche il vento si è arreso, non ha più nulla da erodere o far rotolare. Persino i pali di sostegno ai fili si sono corrosi, e non a causa degli elementi naturali. L’unica specie a evolversi è stata la ragnatela. Alimentata da xenoestrogeni che hanno dilatato la grande madre fino a ricoprire l’intera pianura e avviluppandola nella sua comunicazione globale.

Non ci sono più radure da dove osservare l’intreccio geometrico dei colori. L’architettura delle forme è stata sopraffatta dagli algoritmi, i toni monocromatici sostituiti da flussi iridescenti capaci di trasportare illusoriamente i sogni di tutti e che invece altro non sono che il desiderio di pochi.

Eppure… nessuna reazione, nessuna scintilla di rivalsa, solo protervia.

Confidavonelle nuove progenie ma troppe di esse sanno solo osservare, sanno solo godere dell’effimero e sanno solo aspettare inermi.

I fili viaggiano imperturbabili nell’etere, il pianoro è spento, arido, desolatoe i fili intensificano la trama in una progressione esponenziale che collasserà solo quando avrà creato un unico grande bozzolo sterile e quindi incapace di donare a un cielo buioi colori di una sola farfalla.

Nessun rapporto avrà più una forma, il vuoto genera vuoto ma immergendoti nella terra di qualunque radura riuscirai a udire Avilio intonare un lieve un canto:
“…Dove stanno fili sto steso anch’io
Qui da oggi ad aspettar le rondini…”[1].

Testo e foto di Tullio Aragona

 

 

 

[1] Dindondìo, Adelmo Fornaciari.

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