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Eudossia

a cura di Filippo Massaro

A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città. A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto, ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito. Ma se ti fermi a osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute nella città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti, quali sfuggono al tuo occhio distratto dall’andirivieni dal brulichio dal pigia–pigia. Tutta la confusione di Eudossia, i ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.

Perdersi a Eudossia è facile: ma quando ti concentri a fissare il tappeto riconosci la strada che cercavi in un filo cremisi o indaco o amaranto che attraverso un lungo giro ti fa entrare in un recinto color porpora che è il tuo vero punto d’arrivo. Ogni abitante di Eudossia confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città, una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino.

Sul rapporto misterioso di due oggetti così diversi come il tappeto e la città fu interrogato un oracolo. Uno dei due oggetti, – fu il responso, – ha la forma che gli dei diedero al cielo stellato e alle orbite su cui ruotano i mondi; l’altro ne è un approssimativo riflesso, come ogni opera umana.

Gli àuguri già da tempo erano certi che l’armonico disegno del tappeto fosse di fattura divina; in questo senso fu interpretato l’oracolo, senza dar luogo a controversie. Ma nello stesso modo tu puoi trarne la conclusione opposta: che la vera mappa dell’universo sia la città d’Eudossia così com’è, una macchia che dilaga senza forma, con vie tutte a zigzag, case che franano una sull’altra nel polverone, incendi, urla nel buio.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il cielo

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Eudossia.

Ordine o caos? Questa è la domanda che ci suscita visitare Eudossia. Il tappeto è l’idea platonica dell’Universo e tutto il resto è una pallida copia? Oppure, a guardare bene l’Universo, è possibile scorgere nelle sue fondamenta le regolarità del tappeto? Ma il tappeto non solo mostra la razionalità intrinseca dell’Universo, ha anche un altro potere: segnalarti il tuo percorso, se sei in grado di scorgerlo. E allora forse il caos della vita è tale solo perché non si cerca abbastanza il proprio filo indaco.

Lo stoico di Eudossia

Amo Eudossia, perché è potente, di quella potenza che rassicura noi filosofi: ci suggerisce che forse capire l’Universo è possibile, guardando il tappeto. Qualuno mi chiede: “E se l’oracolo non avesse ragione? Se fosse l’Eudossia reale, quella caotica, a rappresentare la sua forma? Non ti sentiresti perso?”. Ma io rispondo a queste persone dicendo loro che, se si osservano attentamente gli abianti di Eudossia, si noterà che sono loro a scegliere quale sia l’interpretazione corretta. Il giudizio che diamo sulla realtà, insomma, ricade tra ciò che possiamo controllare, e questo rende Eudossia forse la città più Stoica di tutte.

Filippo Massaro

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