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Irene

a cura di Jacopo Ricciardi

Irene è la città che si vede a sporgersi dal ciglio dell’altipiano nell’ora che le luci s’accendono e per l’aria limpida si distingue laggiù in fondo la rosa dell’abitato: dove è più densa di finestre, dove si dirada in viottoli appena illuminati, dove ammassa ombre di giardini, dove innalza torri con i fuochi dei segnali; e se la sera è brumosa uno sfumato chiarore si gonfia come una spugna lattiginosa al piede dei calanchi.

I viaggiatori dell’altipiano, i pastori che transumano gli armenti, gli uccellatori che sorvegliano le reti, gli eremiti che colgono radicchi, tutti guardano in basso e parlano di Irene. Il vento porta a volte una musica di grancasse e trombe, lo scoppiettio dei mortaretti nella luminaria d’una festa; a volte lo sgranare della mitraglia, l’esplosione d’una polveriera nel cielo giallo degli incendi appiccati dalla guerra civile. Quelli che guardano di lassù fanno congetture su quanto sta accadendo nella città, si domandano se sarebbe bello o brutto trovarsi a Irene quella sera. Non che abbiano intenzione d’andarci – e comunque le strade che calano a valle sono cattive – ma Irene calamita sguardi e pensieri di chi sta là in alto.

A questo punto Kublai Kan s’aspetta che Marco parli d’Irene com’è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell’altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d’altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un’altra città; Irene è un nome di città da lontano, e se ci si avvicina cambia.

La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso; forse di Irene ho già parlato sotto altri nomi; forse non ho parlato che di Irene.

 Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il nome

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Non è forse simile alla città vista da lontano anche una donna, desiderata, intravista, seguita, sconosciuta?

Sei talmente bella che non ho mezzi
Per raccontarti. Credo in te, io credo
Nella mente che hai nascosta là dietro.
Quando ti ascolto e mi capita a volte –
Condividi le idee con me, sarei
Un uomo migliore coinvolto di gioia –
La vita sempre si accoppia alla vita,
Quando ti muovi, viaggi, vivi, sei.
Ti amo perché non posso che tentare,
Qui, di avventurarmi nel mondo tuo,
Perché è con te che amo il rischio d’amare,
E io non so neanche immaginare
Chi vive accanto a te ogni giorno e parla,
Chi ti incontra per caso e non ti ama.

Jacopo Ricciardi

Foto di copertina: “Io = orizzonte 4” di Jacopo Ricciardi

E qui trovate il nostro commento ai “Sonetti reali, l’ultima silloge poetica di Jacopo Ricciardi

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