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Le città sottili

a cura di Franco Di Carlo

Le città sottili

Nelle forme delle città i destini degli osservatori visitatori viaggiatori si incrociano in allegorie favole utopie (di sapore borgesiano) che rappresentano i segni nuovi di una “visione” nuova del mondo, del mondo che continua. Ma lo sguardo di chi scrive e descrive esprime e svolge un’utopia discontinua fatta di pause interruzioni silenzi illusioni e delusioni, che trovano la loro piena forma in un qualcosa di scritto, la forma dell’infinito o del non-finito, della metafora viva, che intreccia paradosso e ironia, divertimento e parodia, grottesco e fiabesco, nelle loro inifinite divagazioni e combinazioni, che lo scrittore-viaggiatore immagina e misura, nei suoi onnivori occhi, attraverso il pathos dell’assenza e della distanza e della sua visione policentrica e labirintica, mai assuefatta o abitudinaria, ma sempre vigile attenta scrutatrice creativa. L’universo narrativo descrittivo e “critico” di Calvino si offre quindi specularmente a una continua tensione conoscitiva, in cui esperienza e riflessione, visivo e invisibile, la realtà oggettiva, il macro e microcosmo e le sue decifrazioni linguistiche assumono i caratteri del possibile, del probabile, del relativo, al di là di ogni codice prestabilito, se non di quello del libero andamento, espressivo e narrativo, della forma e delle forme, sempre aperte però a nuove e diverse combinazioni, attrazioni ed effrazioni, alterazioni. Ecco perchè le città di Calvino sono sottoposte sempre a una moltitudine di carichi surreali e onirici visionari, che non dimenticano però il “valore” della realtà, il suo peso concreto visivo e descrittivo, e quindi analitico e evenimenziale. Certo lo scrittore-viaggiatore trova crea inventa una forma “altra”, sempre nuova e diversa, attraversando totalmente le sue valenze vitali e fantastiche, ideologico-espressive e immaginative, agendo quindi sempre al di là del “muro”, della “siepe”, dell'”Oltre” . Ecco perchè le “città invisivibili” di Calvino divengono verosimili o vere, e quelle reali si trasformano in visioni in sogni in fantasmi o anche in operazioni puramente mentali o, di contro, matematiche e addirittura geometriche: la geometria della fantasia, la sua grammatica libera e insieme razionale. L’organizzazione o il caos polimorfo e fantasmagorico vitalistico delle Città calviniane sono descritte secondo un unico progetto normativo o modello strutturale che ha percorso l’intero corpus dell’opera dell’autore delle CITTA’ INVISIBILI : lo spirito geometrico-razionalistico-esplicativo e quello fantastico-immaginativo-intuitivo.

Franco Di Carlo

LE CITTA’ SOTTILI
1. Isaura
2. Zenobia
3. Armilla
4. Sofronia
5. Ottavia

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II

Gli altri ambasciatori mi avvertono di carestie, di concussioni, di congiure, oppure mi segnalano miniere di turchesi nuovamente scoperte, prezzi vantaggiosi nelle pelli di martora, proposte di forniture di lame damascate. E tu? – chiese a Polo il Gran Kan. – Torni da paesi altrettanto lontani e tutto quello che sai dirmi sono i pensieri che vengono a chi prende il fresco la sera seduto sulla soglia di casa. A che ti serve, allora, tanto viaggiare?
– È sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po di vento, rispose Marco Polo. – Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c’è un villaggio di palafitte e se la brezza porta lodore dun estuario fangoso. Il mio sguardo è quello di chi sta assorto e medita, lo ammetto. Ma il tuo? Tu attraversi arcipelaghi, tundre, catene di montagne. Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui.
Il veneziano sapeva che quando Kublai se la prendeva con lui era per seguire meglio il filo d’un suo ragionamento; e che le sue risposte e obiezioni trovavano il loro posto in un discorso che già si svolgeva per conto suo, nella testa del Gran Kan. Ossia, tra loro era indifferente che quesiti e soluzioni fossero enunciati ad alta voce o che ognuno dei due continuasse a rimuginarli in silenzio. Difatti stavano muti, a occhi socchiusi, adagiati su cuscini, dondolando su amache, fumando lunghe pipe d’ambra. Marco Polo immaginava di rispondere (o Kublai immaginava la sua risposta) che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.
A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava d’interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: – Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure: – Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: – Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?
Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più taspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
– Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà. 

 …

Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del Levante, Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che estraendo oggetti dalle sue valigie: tamburi, pesci salati, collane di denti di facocero, e indicandoli con gesti, salti, grida di meraviglia o d’orrore, o imitando il latrato dello sciacallo e il chiurlio del barbagianni.
 Non sempre le connessioni tra un elemento e l’altro del racconto risultavano evidenti all’imperatore; gli oggetti potevano voler dire cose diverse: un turcasso pieno di frecce indicava ora l’approssimarsi d’una guerra, ora abbondanza di cacciagione, oppure la bottega d’un armaiolo; una clessidra poteva significare il tempo che passa o che è passato, oppure la sabbia, o unofficina in cui si fabbricano clessidre.
Ma ciò che rendeva prezioso a Kublai ogni fatto o notizia riferito dal suo inarticolato informatore era lo spazio che restava loro intorno, un vuoto non riempito di parole. Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa.
Col passare del tempo, nei racconti di Marco le parole andarono sostituendosi agli oggetti e ai gesti: dapprima esclamazioni, nomi isolati, secchi verbi, poi giri di frase, discorsi ramificati e frondosi, metafore e traslati. Lo straniero aveva imparato a parlare la lingua dell’imperatore, o l’imperatore a capire la lingua dello straniero. Ma si sarebbe detto che la comunicazione fra loro fosse meno felice d’una volta: certo le parole servivano meglio degli oggetti e dei gesti per elencare le cose più importanti d’ogni provincia e città: monumenti, mercati, costumi, fauna e flora; tuttavia quando Polo cominciava a dire di come doveva essere la vita in quei luoghi, giorno per giorno, sera dopo sera, le parole gli venivano meno, e a poco a poco tornava a ricorrere a gesti, a smorfie, a occhiate.
Così, per ogni città, alle notizie fondamentali enunciate in vocaboli precisi, egli faceva seguire un commento muto, alzando le mani di palma, di dorso, o di taglio, in mosse diritte o oblique, spasmodiche o lente. Una nuova specie di dialogo si stabilì tra loro: le bianche mani del Gran Kan, cariche di anelli, rispondevano con movimenti composti a quelle agili e nodose del mercante. Col crescere d’un’intesa tra loro, le mani presero ad assumere atteggiamenti stabili, che corrispondevano ognuno a un movimento dell’animo, nel loro alternarsi e ripetersi. E mentre il vocabolario delle cose si rinnovava con i campionari delle mercanzie, il repertorio dei commenti muti tendeva a chiudersi e a fissarsi. Anche il piacere a ricorrervi diminuiva in entrambi; nelle loro conversazioni restavano il più del tempo zitti e immobili. 

(Foto di copertina di Antonella Di Martino: Montemarcello – Punta Corvo)

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