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L’Uomo seme, lo sguardo maschile

a cura di Laura Monteleone

L’Uomo seme, lo sguardo maschile – Riprendiamo la bellissima storia di Violette Ailhaud. È arrivato un uomo al villaggio delle donne sole. Come abbiamo visto, nell’incontrarle, l’uomo poggia la mano sul braccio di Violette. Dunque lei, la prima ad essere toccata, come era stato stabilito negli accordi, dovrà condurre il gioco e fare in modo che si realizzi il giuramento. Violette ci racconta gli accadimenti ecdisegna il profilo di quest’uomo: lo fa emergere poco alla volta, lascia trapelare grande rispetto e ammirazione, e ci accomuna ai sentimenti e alle emozioni che dal singolo episodio si allargano a rappresentare l’esperienza universale dell’amore.

La prima identificazione che ci dà dell’uomo non è anagrafica, il bisogno di caratterizzarlo si fa strada con una modalità sorprendente.

La prima sera lo sistemiamo in un piccolo ovile all’ingresso del villaggio: non sappiamo chi è. L’uomo legge. È quello che scopro portandogli la cena. Legge, ed è una cosa rara. Questa scoperta mi fa battere il cuore. Per me, un uomo che legge non può essere che una brava persona. E poi è una cosa che abbiamo in comune. La mia ragione ci scorge un segno d’incoraggiamento per i miei sentimenti.

La seconda identificazione che Violette ci fornisce riguarda più da vicino i dati anagrafici dello sconosciuto. Ma continua a tenere vivo il legame con lettura, così coinvolgente da accendere il palpitare delle emozioni tra i due giovani, una descrizione che induce a far memoria della scena illustre tra Paolo e Francesca.

“Chi sei?” Alla mia domanda… l’uomo mi risponde porgendomi il passaporto… Si chiama Jean di nome e Jean di cognome. Viene dal Var. È maniscalco… Dopo che ha mangiato… Jean mi mostra i suoi libri. Ne ha otto e io ammiro la sua ricchezza. Giro le pagine di ognuno con un’avidità contenuta… All’improvviso mi accorgo del respiro di Jean sulla mia nuca. Continuo a voltare le pagine, ma le parole del libro si cancellano. Sono tutta in ascolto di quel vento leggero dal quale i capelli sfuggiti dallo chignon sembrano giocare a farsi circondare. Anche se non ci tocchiamo, sento il calore del corpo di Jean e il suo odore. La presenza dell’uomo mi inebria e riporta alla luce quel richiamo che avevo conosciuto con Martin. Giro ancora le pagine per far durare quel piacere che mi spinge a chiudere gli occhi… poso il libro tra le sue mani e fuggo a grandi passi senza neanche augurargli la buonanotte.

Violette prosegue l’identificazione, ma anche il racconto, su quest’uomo che ora ha un nome. In questo terzo momento, la ragazza descrive in poche battute il confronto che sostiene con sua madre, rispetto alla scelta che sta per compiere nei confronti di Jean. Molto tenera nel prendere coscienza della reazione materna inaspettata, fatta di empatia e muta di parole. Perché superflue.

In un baleno sono a casa, mia madre mi aspetta lì davanti, tutta rannicchiata… Mi siedo appoggiandomi a lei negli ultimi raggi di sole. Credo che non abbia né la voglia né la forza di rimproverarmi per essermi attardata con uno sconosciuto. Sorride, invece, leggendomi sulle guance e negli occhi quel colore che non ha nulla a che vedere con la luce del tramonto. Leggo nel suo sorriso un consenso e perfino un sollievo nel vedermi amare di nuovo un uomo. In me c’è il desiderio di vivere. Il suo dovere di madre è compiuto. L’uomo resterà nel villaggio senza averlo deciso insieme. Non sapremo mai se fuggisse da qualcosa o se fosse a caccia di qualcosa. Con Jean, la felicità ha fatto il suo nido nella nostra disgrazia e il resto non interessa a nessuna di noi.

Ormai non definiamo più quest’uomo solo come creatura seme, ma ci troviamo di fronte a un uomo a tutto tondo. E siamo pronti per ascoltare, nelle parole di Violette, il momento clou della loro storia. La delicatezza delle attese, maschile e femminile, motivate da sentimenti differenti ma attente alla sensibilità reciproca. La resa al desiderio amoroso.

Jean si spinge al punto di dirmi che gli piaccio. È paziente davanti allo spettacolo della mia lotta interiore. Aspetta che mi ammansisca. Non ha ancora osato toccarmi, rispettoso di quello che crede sia paura e timidezza. Eppure non è possibile che non abbia riconosciuto l’attrazione che mi spinge verso di lui. Io la tiro per le lunghe, per paura, per orgoglio, per senso di rivolta. E semplicemente perché non so più quale strada prendere per fare ritorno dal mio esilio volontario. Moltiplico le letture con lui appena i lavori ce ne lasciano il tempo… parliamo in una vicinanza dei nostri corpi che mi fa vibrare. Mi insedio in quell’involucro che fa maturare il frutto acerbo che sono. Una sera… il frutto abbandona il ramo… il nostro primo incontro fisico durerà molte ore…all’inizio non so come deve essere una donna la prima volta che incontra la pelle dell’uomo… aspetto e lascio innanzitutto che sia Jean a guidare questa prima danza… fuori, a due passi dal villaggio, esplode un tuono violento. Nello stesso istante in cui il cielo si rompe per liberare la pioggia che aspettiamo da mesi, la mia diga cede e dentro di me tutto si apre. Mi getto sul mio Jean, forte di quella certezza della vita che abbiamo noi donne, che ci fa camminare con passo deciso e superare qualunque barriera… la notte scorre così, piena di pioggia… è la vita che penetra la terra e il mio corpo… parliamo, e quello scambio di parole non ci abbandonerà mai più.

Giunge il momento temuto e atteso di spiegare il giuramento a Jean. Violette ci mostra un altro lato positivo di Jean, l’intelligenza. E la profondità che si è stabilita nel loro legame.

Pensavo che le cose sarebbero state più difficili. Fin da quella prima alba resto fedele al mio giuramento… spiego a Jean quello che ci aspettiamo da lui. Jean è un uomo intelligente. Me ne accorgo immediatamente. Mi ascolta senza interrompermi e ne sono sollevata perché voglio dirgli tutto d’un fiato. Alla fine lo guardo, preoccupata. Lui sorride e dice senza esitazione: “Farò questo lavoro. Farò questo lavoro perché è un lavoro da uomo e qui non vedo altri uomini. Farò questo lavoro con coscienza perché mi piace che il lavoro sia ben fatto. Farò questo lavoro anche con piacere, perché mi fa sempre piacere fare quello che c’è da fare. Ma farò questo lavoro senza amore, perché l’amore lo tengo per noi”.

Sollievo e felicità per la giovanissima Violette che vedrà avverarsi le sue più rosee aspettative. Finché questo momento incantato esaurisce il suo viaggio. Con leggerezza l’autrice ci porta fuori da questa storia, anche se forse non riusciremo a dimenticarla, e conta le nuove vite che sono arrivate al villaggio.

Una sera, al ritorno dai campi, troviamo due uomini sulla piazza del villaggio. Il che è assurdo. Noi abbiamo il nostro e ci siamo completamente dimenticate che ne esistono altri. Quella presenza nuova è il segnale dei tempi nuovi, o piuttosto della fine di un tempo fuori dal tempo. Il mio secondo figlio ha già sei mesi, e Jane ha appena partorito. Marie, Rose e Magdeleine hanno ognuna il suo piccolo. Dopo quei due uomini ne sono venuti altri e poi delle donne e poi dei bambini. Alla fine dell’estate, una sera, Jean si è fatto la sua borsa. Ha detto: “Domani, riprendo la mia strada”. Sono rimasta in silenzio. Sapevo che era il suo diritto, la sua libertà, il suo cammino. Avrei avuto tutto il tempo per piangere dopo, quando sarebbe partito. Ho sorriso e ho approfittato del mio uomo, fino all’alba, come la prima volta. La vita girava. Era stata dura e bella con noi, e lo sarebbe stata ancora.

Mentre la colonna sonora de Le Parole di Lilly ci accompagna perfettamente aderente ai contenuti delle storie che ascoltiamo insieme, è arrivato il momento dei saluti. Il prossimo appuntamento non può dimenticare che ci troviamo nella settimana della memoria della Shoa. Ci attende una storia incredibile, piena di gratuita e amorosa umanità, laddove l’umanità sembrava ufficialmente tramontata. Una grande lezione di speranza e un nuovo seme da far germogliare.

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