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Olinda

a cura di Gaia Conventi

Olinda 

A Olinda, chi ci va con una lente e cerca con attenzione può trovare da qualche parte un punto non più grande d’una capocchia di spillo che a guardarlo un po’ ingrandito ci si vede dentro i tetti le antenne i lucernari i giardini le vasche, gli striscioni attraverso le vie, i chioschi nelle piazze, il campo per le corse dei cavalli. Quel punto non resta lì: dopo un anno lo si trova grande come un mezzo limone, poi come un fungo porcino, poi come un piatto da minestra. Ed ecco che diventa una città grandezza naturale, racchiusa dentro la città di prima: una nuova città che si fa largo in mezzo alla città di prima e la spinge verso il fuori.

Olinda non è certo la sola città a crescere in cerchi concentrici, come i tronchi degli alberi che ogni anno aumentano d’un giro. Ma alle altre città resta nel mezzo la vecchia cerchia delle mura stretta stretta, da cui spuntano rinsecchiti i campanili le torri i tetti d’embrici le cupole, mentre i quartieri nuovi si spanciano intorno come da una cintura che si slaccia. A Olinda no: le vecchie mura si dilatano portandosi con sé i quartieri antichi, ingranditi mantenendo le proporzioni su un più largo orizzonte ai confini della città; essi circondano i quartieri un po’ meno vecchi, pure cresciuti di perimetro e assottigliati per far posto a quelli più recenti che premono da dentro; e così via fino al cuore della città: un’Olinda tutta nuova che nelle sue dimensioni ridotte conserva i tratti e il flusso di linfa della prima Olinda e di tutte le Olinde che sono spuntate una dall’altra; e dentro a questo cerchio più interno già spuntano – ma è difficile distinguerle – l’Olinda ventura e quelle che cresceranno in seguito. 

Le città nascoste

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La città Ercolina


(Nella foto: Corso Ercole I d’Este, con scorcio del Palazzo dei Diamanti)

La città, per suo vezzo e per vecchio spot costretta a restare sempre in piedi, nasce e cresce di fronte alla città vecchia. La città vecchia non sapeva d’essere tale, la cosa le è stata suggerita da Ercole I d’Este che, invece di richiedere l’intervento di ruspe ed esplosioni controllate, ha pensato di ingolosire i ricconi a trasferirsi altrove: tutti nella città nuova, lì vicino a Piazza Nova, vi facciamo pure il Palazzo dei Diamanti… non vi pare faccenda innovativa?

E poco importa il salasso, le tasse e il tasso del tasso del Tasso – che fu a Ferrara tempo dopo, al servizio di quel Luigi che poteva vantare Ercole I come bisnonno –, eccovi l’idea del bubbone rinascimentale cresciuto sulla fronte – corno e scorno – di una città medievale. Città che così poteva conservare vie sguscianti da una parte ed esibire poco lontano il primo piano regolatore d’Europa. L’architetto Biagio Rossetti farebbe sembrare piccino qualunque borioso e odierno archistar ed Ercole I d’Este ci farebbe rimpiangere il cuore d’oro di Equitalia, ma tanto fecero, tanto chiesero, tanto imposero che oggi quel bubbone rinascimentale – cresciuto a suon di datti arie e tira su la casa, più su delle altre, più bella, più ricca, ché i debiti fanno nobiltà – è il brufolo paesaggistico che illumina il viso di Ferrara.

L’adolescenza le si legge in faccia, pur nella sua decadente vecchiaia. Biagio lo sapeva, Ercole lo sospettava, i ferraresi nemmeno ci pensano più: è roba bella che vedono tutti i giorni, dandola per scontata.

Foto e testo di Gaia Conventi

E cliccando qui trovate il tour fotografico di Ferrara by Gaia Conventi

La nostra intervista a Gaia Conventi (cinque domande, cinque bambole)

Il commento a “D’argine al male”, l’ultimo romanzo della scrittrice ferrarese

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