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Pentesilea

a cura di Jacopo Ricciardi

Pentesilea 

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli.

Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, così Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si danno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Più in là”, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”. – La città, – insisti a chiedere. – Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire. – Ma la città dove si vive? – chiedi. – Dev’essere, – dicono, – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi. – Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene? – No, prova a andare ancora avanti. Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense.

Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

Le città continue

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 Ma di qual vita parli quando parli,
Messer, della tua vita?
Tu sempre su dorso equino stai, bello,
meditabondo oppur sovrappensiero,
quando vai in macchina
o seduto al cinema senza la vista
tua, sempre in groppa, al trotto o fermo, anche
dormendo, messer, non sdraiato, ma
seduto sul tuo pezzato; la donna
che fa l’amore con te non sa l’alito
calmo equino che l’accompagna, lì
nel desolato mezzogiorno. Làvati
i denti, allo specchio non vedi il volto
suo; tu non sai cosa accade, non sai
che ovunque è la nebbia del dolce fiato
suo, pausa d’avventura.
Lo hai sellato, Messer, ma è lui,
soltanto lui – se parlasse! – che può
dire la vostra storia.
Ma non parla, lui, né voi; l’altro, parla
ma non dice nulla; io non ho nulla
da narrare a dire il vero, se non
la mia storia​ di scudiero: per questa
vicinanza a voi, vedo, chiaramente,
da qui, ciò che non mai ha senso. Vedo
voi come qualcun altro vede me,
Messer, e di qual vita parlo non so.

Jacopo Ricciardi

Foto di cover: “La lucertola” di Jacopo Ricciardi, pittura acrilica e pastelli a cera su carta, 2016

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