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Pirra

a cura di Laura Monteleone

A lungo Pirra è stata per me una città incastellata sulle pendici d’un golfo, con finestre alte e torri, chiusa come una coppa, con al centro una piazza profonda come un pozzo e con un pozzo al centro. Non l’avevo mai vista. Era una delle tante città dove non sono mai arrivato, che m’immagino soltanto attraverso il nome: Eufrasia, Odile, Margara, Getullia.

Pirra aveva il suo posto in mezzo a loro, diversa da ognuna di loro, come ognuna di loro inconfondibile agli occhi della mente.

Venne il giorno in cui i miei viaggi mi portarono a Pirra. Appena vi misi piede tutto quello che immaginavo era dimenticato; Pirra era diventata ciò che è Pirra; e io credevo d’aver sempre saputo che il mare non è in vista della città, nascosto da una duna della costa bassa e ondulata; che le vie corrono lunghe e diritte; che le case sono raggruppate a intervalli, non alte, e le separano spiazzi di depositi di legname e segherie; che il vento muove le girandole delle pompe idrauliche. Da quel momento in poi il nome Pirra richiama alla mia mente questa vista, questa luce, questo ronzio, quest’aria in cui vola una polvere giallina: è evidente che significa e non poteva significare altro che questo.

La mia mente continua a contenere un gran numero di città che non ho visto né vedrò, nomi che portano con sé una figura o frammento o barbaglio di figura immaginata: Getullia, Odile, Eufrasia, Margara.

Anche la città alta sul golfo è sempre là, con la piazza chiusa intorno al pozzo, ma non posso più chiamarla con un nome, né ricordare come potevo darle un nome che significa tutt’altro.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il nome

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Pirra è una mela

Una mattina di scuola. Autunno. L’aria noiosa di nebbia leccava le finestre lunghe del vecchio edificio. La prof di arte aveva distribuito dei fogli bianchi piegati a metà. “Disegnate una mela a memoria, solo su metà del foglio”, sorrideva sbarazzina, lo sguardo acceso dentro castelli lontani. È innamorata, bisbigliavano le ragazzine impertinenti, mentre le loro mele chiazzavano di rosso le pagine dimezzate. Il mio foglio sdraiato rubava il riflesso alla finestra. Frugavo nella mente per decidere se raccogliere il pomo della discordia, una mela d’oro, o quella del barile di Jim sul ponte dell’Hispaniola. Nel frattempo la memoria delle mani aveva scritto una trama più scontata, incorniciando nel rettangolo di carta ruvida un frutto da abecedario, con tanto di M-E-L-A sottostante.

La settimana dopo la prof si presentò in classe con una cesta piena. Ciascuno ebbe la propria mela da copiare, sulla metà di foglio avanzata. “Questa volta si tratta di ritrarre la realtà”, sorrideva mesta, lo sguardo spento scivolato sotto i banchi. L’ha lasciata, bisbigliavano le ragazzine odiose, mentre ombreggiavano le guance acerbe delle mele pallide piegate sull’orizzonte del banco. Io avrei voluto disegnare il profumo fradicio che bruniva il fianco maturo alla mia modella arrugginita.

Emanava piano, come il fiato stanco della prof di arte, mentre immortalavo la fotografia a tempera del mio soggetto vivo.

“Aprite il foglio e confrontate i due disegni”, sorrideva la prof tendendo le labbra in un arco di sfida. Schiusi l’enigma, una farfalla che si svela al sole. Basito interruppe il respiro sui miei ritratti incompatibili. Nessuna risorsa in soccorso a intitolare il frutto che ci ha fatto perdere il paradiso.

Laura Monteleone

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