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Raissa

a cura di Angelo Favaro

Raissa 

Non è felice, la vita a Raissa. Per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s’appoggia ai parapetti del fiume con le tempie tra i pugni, alla mattina si sveglia da un brutto sogno e ne comincia un altro. Tra i banconi dove ci si schiaccia tutti i momenti le dita col martello o ci si punge con l’ago, o sulle colonne di numeri tutti storti nei registri dei negozianti e dei banchieri, o davanti alle file di bicchieri vuoti sullo zinco delle bettole, meno male che le teste chine ti risparmiano dagli sguardi torvi. Dentro le case è peggio, e non occorre entrarci per saperlo: d’estate le finestre rintronano di litigi e piatti rotti.

Eppure, a Raissa, a ogni momento c’è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una tettoia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall’alto dell’impalcatura ha esclamato: – Gioia mia, lasciami intingere! – a una giovane ostessa che solleva un piatto di ragù sotto la pergola, contenta di servirlo all’ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata d’un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l’ultima siepe, felice lui ma più felice ancora il suo cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice d’averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: “Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere”.

Le città nascoste

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Caro G.,

da Raissa ti scrivo. Sono qui da alcuni giorni, mi sembra di non esserci mai giunto, o di non esserci mai partito. Ho quella tremenda impressione di non aver mai mosso un passo da qui. Tutto è così da sempre. Qui. O altrove. Quando parlo, per quanto io mi sforzi di osservare oggettivamente o con distacco, ahimè è sempre dalle mie sensazioni, dalle mie impressioni, dalle mie percezioni che posso esprimermi. Prendi, dunque, le mie parole soltanto come la quintessenza di me.

La contraddizione è la condizione di esistenza alla quale nessuno può sottrarsi, può sottrarci. Contraddire: dire contro e dire il contrario. Dirsi contro e dirsi contrariamente. È poetica e così maledettamente insostenibile: qualcuno per sopravvivere si inganna con un principio di non-contraddizione. Valido solo se non varchi il territorio della logica e ti mantieni aggrappato alla costruzione di un senso purchessia. Ma appena entri nella vita, come qui a Raissa, scorgi l’infelicità nella felicità, o la disperazione che abita ogni speranza. Quella crepa nel muro, che non sappiamo riparare. Appare tutto compatto, ma nella compattezza agisce già la disgregazione. Non mi accusare di essere troppo poetico o troppo filosofo. Sai che io osservo semplicemente: adesso quel bambino alla finestra, sta ridendo, dopo un pianto dirotto e inconsolabile.

Raissa è città dove fra il proletariato e la piccola borghesia contadina, fra me e me, fra borghesia mercantile e borghesia monopolistica, fra una donna che cammina con la sua borsa griffata e una massaia con una sporta sporca e lisa, colgo ancora la contraddizione di un governo che vuole la distanza. Alimenta sogni per seminare più insensata disperazione. Insegna che tutti sono uguali, che tutti hanno i medesimi diritti e doveri, dimostra teoremi di giustizia. E mentre si affanna in questa impresa, ecco, qui a Raissa, puoi incontrare docenti inabili all’insegnamento, mercanti che non sanno vendere nemmeno una spilla alla balia che la cerca, imbonitori di nulla capaci di sedurre con la vanità, medici, avvocati, scienziati, politici tutti preda della assurda convinzione che si debba frodare. Aggrediti da un delirio di onnipotenza che l’altra faccia della medaglia di una paura fottuta,vedo tutti indeterminati e spiazzati dalla realtà. Perché fa tanta paura la realtà? Tu che sai, dimmi!

Si afferma, ci si afferma, soltanto per autonegazione. La contraddizione ti spinge nelle strade di Raissa a cercare una serena proda o un’osteria dove rilassarti. Io lo faccio spesso: mi pongo in ascolto e colgo soltanto la mia ragione che freme e dibatte. Hai mai preso un caffè di fronte al mare? Ti perdi tutto l’aroma nel salmastro. Non si può prendere un caffè di fronte al mare. È la contraddizione. La semplice “affermazione” della contraddizione è soltanto il riconoscimento che gli opposti sono invincibili. Ogni riduzione ad unum, è una riduzione ad anum.

Caro G., tu mi comprendi. Cerco l’Ens Immutabilis in corpi da possedere e consumare. Corpi. Come Tiresia sono uomo, donna, bambino, vate, cieco, indovino. Come Tiresia sono benedetto da Apollo. Qui a Raissa, Apollo vive lieto travestito da giovane libraio: lo incontro ogni giorno passeggiare con il suo cane e almeno due libri sotto un braccio, mi saluta e come Apollo si invola luminoso verso un altro azzurro. Qui a Raissa, ho amato Artemide. In tutta la sua verginità (Reale? Presunta?).

Gli abitanti producono e consumano, fluiscono verso la morte. Si amano ma più si odiano. Fluiscono verso la morte, ma non lo vogliono sapere. Non ne vogliono parlare. Si incantano per ore di fronte alle bolle di sapone. C’è una gara a chi le fa più belle e più grandi. Credono alle bolle di sapone come si crede ad un oracolo. Contraddizione.

«Nel processo lavorativo o nel suo equivalente, viene aggiunto valore attraverso il lavoro. Ma questo valore aggiunto rimane latente, anziché effettivo, fino a che non viene realizzato attraverso una vendita nel mercato»: ieri con queste parole mi ha intrattenuto una ragazzina, dicendomi poi che tutto è “produzione e realizzazione”, non devo credere alla poesia, alla filosofia, alla letteratura, all’arte. Non devo perdere tempo con queste sciocchezze. «Il capitale attraversa due punti di controllo, dove vengono registrate le sue prestazioni rispetto al raggiungimento di quell’aumento quantitativo che è alla radice del profitto …» e mentre arringava io ho proseguito la mia passeggiata serale a Raissa.

Caro G., è tardi. Devo lasciarti. Non senza tuttavia invitarti a Raissa, città dell’Ambiguità e della Complessità. Non in molti se ne rendono conto, semplificano. La complessità e l’ambiguità sono ovunque qui. Il dramma è vivere come se tutto fosse, al contrario, certo e semplice. Credo che la felicità sia un inganno, per gli abitanti di Raissa, la loro infelicità la realtà.

Tuo sempre Axël

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