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Tecla

a cura di Angelo Favaro

Chi arriva a Tecla, poco vede della città, dietro gli steccati di tavole, i ripari di tela di sacco, le impalcature, le armature metalliche, i ponti di legno sospesi a funi o sostenuti da cavalletti, le scale a pioli, i tralicci. Alla domanda: – Perché la costruzione di Tecla continua così a lungo? – gli abitanti senza smettere d’issare secchi, di calare fili a piombo, di muovere in su e giù lunghi pennelli. – Perché non cominci la distruzione, – rispondono. E richiesti se temono che appena tolte le impalcature la città cominci a sgretolarsi e a andare in pezzi, soggiungono in fretta, sottovoce: – Non soltanto la città.

Se, insoddisfatto delle risposte, qualcuno applica l’occhio alla fessura d’una staccionata, vede gru che tirano su altre gru, incastellature che rivestono altre incastellature, travi che puntellano altre travi. – Che senso ha il vostro costruire? – domanda. – Qual è il fine d’una città in costruzione se non una città? Dov’è il piano che seguite, il progetto?

– Te lo mostreremo appena terminata la giornata; ora non possiamo interrompere, – rispondono.

Il lavoro cessa al tramonto. Scende la notte sul cantiere. È una notte stellata. – Ecco il progetto, – dicono.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città e il cielo

Cover: Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia, Il grande gioco, 1968

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Dopo Tecla

Costruiamo, continuiamo a costruire, perché temiamo la distruzione. Produrre e consumare, senza soluzione di continuità, perché temiamo l’estinzione. Cercare e vagare sempre, perché temiamo la contemplazione.
L’insidia della rarefazione si cela nella persuasione alla costruzione: cosa c’è dietro, sotto, oltre? Il silenzio: quello del primo raggio di Sole o delle benefiche ombre della notte. Quello perduto fra gli interstizi del lavoro infinito per edificare una città infinita, non ad accogliere uomini e donne, ma soltanto le loro imperfezioni, afflizioni, i più dolorosi turbamenti.
Se solo riuscissimo a fermarci, a sostare, a finire qualcosa senza la necessità di intraprendere subito una nuova impresa, un’altra città!
Se solo potessimo ancora osservare nel flusso del mare o nel movimento del vento soltanto qualche essere irato o che vuole indicarci una nuova rotta!
Se solo sapessimo ancora riconoscere fra gli astri antiche storie nelle quali agli uomini si congiungevano gli dei!
Se solo per un attimo abbandonassimo l’umanità, che non è così preziosa come sembra, e tornassimo alla natura, che non è così perniciosa come si è voluto credere, allora dimenticheremmo di costruire e cominceremmo a vivere.

Angelo Fàvaro

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