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Trude

a cura di Daniela Frascati

Trude

Se toccando terra a Trude non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avrei creduto d’essere arrivato allo stesso aeroporto da cui ero partito. I sobborghi che mi fecero attraversare non erano diversi da quegli altri, con le stesse case gialline e verdoline. Seguendo le stesse frecce si girava le stesse aiole delle stesse piazze. Le vie del centro mettevano in mostra mercanzie imballaggi insegne che non cambiavano in nulla. Era la prima volta che venivo a Trude, ma conoscevo già l’albergo in cui mi capitò di scendere; avevo già sentito e detto i miei dialoghi con compratori e venditori di ferraglia; altre giornate uguali a quella erano finite guardando attraverso gli stessi bicchieri gli stessi ombelichi che ondeggiavano.


Perché venire a Trude? mi chiedevo. E già volevo ripartire.


- Puoi riprendere il volo quando vuoi, – mi dissero, – ma arriverai a un’altra Trude, uguale punto per punto, il mondo è ricoperto da un’unica Trude che non comincia e non finisce, cambia solo il nome all’aeroporto.

Le città continue

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Quando Calvino raccontò al Kublai le sue città invisibili gliene mostrò le singolarità e gli eccessi, le complesse stratificazioni e le multiformi sembianze in una geografia di specchi chele rifletteva all’infinito.

Così il Kublai, e noi con lui, possiamo ritrovarle in ogni città visibile non solo agli occhi e ma anche al cuore e al desiderio.

Le città non sono solo architetture di sassi e cemento, né solo strade e piazze da attraversare e percorrere; ognuna è fatta dalla vita di chi l’ha vissuta, di chi ha camminato per quelle strade, tirato su quei muri e fabbricato quei ponti. Le città sono corpi di carne e pietra, di calcina e pena, di creatività raffinata e letame, di drammi e passioni, di vite eccezionali ed esistenzeche passano via leggere come un vento di primavera.

Ogni città è lo spirito delle comunità e dei popoli che così l’hanno voluta attraverso il tempo e la storiain un tumulto di tragedie collettive e di passioni quotidiane;ogni città è cresciuta nel disordine del cambiamento e si è stratificata nell’adattamento alla conservazione. E Trude, la città ubiqua e omologa, quella che assomiglia a tutte e non è nessuna, è il simulacro universale, la parvenza di ogni città,la città di tutti che non appartiene a nessuno perché non ha radici nel passato né voglia di futuro. È tutta lì, in un attraversamento a colpo d’occhio, che non azzarda mai oltre la superficie, un non luogo, una sorta di Seahaven, come nel film The Truman Show.

Io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole[1],in bilico sul crinale che separa una città ricca dalla tribolazione di chi sopravvive degli avanzi di questo benessere, sul bordo di un precipizioche incrocia e si mischia con la città contigua eppure lontana in tutta la sua bellezza levantina e opulenta, tra monnezza e degrado.Io vivo a Roma, l’inconfondibile; emalgrado il suo aeroporto sia simile a mille altri, solo a lei appartengono tramonti così che abbracciano la storia e accarezzano i cuori.

[1] L’aquilone – Giovanni Pascoli

Daniela Frascati

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Qui trovate il nostro commento al romanzo di Daniela Frascati, La passeggera

E a questo link, l’intervista a Daniela Frascati

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