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Zenobia

a cura di Carlo A. Martigli

Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru.

Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello.

Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.

Italo Calvino, Le città invisibili

Le città sottili

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Non esiste la città invisibile. Se fosse invisibile non la potremmo vedere né tantomeno immaginare e neppure incontrare qualcuno che ce la potesse descrivere. Se fosse invisibile non ne potremmo neppure parlare, in quanto nessuno avrebbe mai potuto sapere della sua esistenza. Ancora peggio del parlare di Dio, che almeno qualcuno sostiene con il coraggio del folle di avere visto. Il suo presunto figlio è invece un fatto storico, umano, in parte accertabile e accettabile anche dalla ragione. Se l’invisibile è assoluto, non esiste, se parziale non è invisibile. A meno che non si voglia giocare sui termini, come negli articoli di scribacchini ignoranti che scrivono “esanime” di un caduto dalla bicicletta, per poi aggiungere poche righe dopo che il malcapitato è stato accompagnato all’ospedale e non all’obitorio, luogo deputato, quest’ultimo, per chi rimane senz’anima, esanime appunto. Perfino la nascita stessa del termine invisibile, sia esso per una città o per qualunque altra cosa, appartiene più alla teologia che alla scienza. E quando Calvino ne fa ciarlare Marco Polo e Kublai Khan, intanto si diverte lui, per primo, nello scrivere, giocando, inventando, fantasticando, e attraverso loro, prende per i fondelli il lettore. Se fosse stato più spiritoso un simile épater le bourgeois apparterrebbe anche a Borges, fosse solo per assonanza, ne avrebbe approfittato. Perché se ne parla allora, perché l’invisibilità è così presente e viva, perché se ne fa mito piuttosto che leggenda? E perché si parla di città? Perché la città è la metafora dell’insieme dei corpi e delle anime, e se essa non è visibile con le sue torri, i suoi bastioni, le sue mura o i grattacieli, le strade gli alberi e i canali, allora vuol dire che l’umanità stessa non esiste. Invece ne parliamo, come in questo istante ne sto scrivendo, come scrivendo del nulla che pure ci appartiene in modo così caro. E allora diventa visibile ed esiste anche l’invisibile. “Io esisto perché tu mi pensi” disse una volta Dio all’uomo.

                                                                                                           Carlo A. Martigli

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